A ingioiellare un tardo pomeriggio capitolino carezzato da un vento fresco e rigeneratore, capace di stemperare a dovere il rischio di un’infingarda e perniciosa arsura canicolare, ci pensa, direttamente dalla data di Fontaneto D’Agogna, il robusto carrozzone del Godlike European Summer 2024 composto da Thy Art Is Murder, Dying Fetus, Fit For A King e Knosis, pronto a planare su una folla intergenerazionale dalle pance già colme di alcolici e incline a mitologiche narrazioni erotico/vichinghe sin dagli scalini d’accesso alla venue. Una platea, invero, non numerosissima sia in coda al box office che durante il successivo svolgersi della serata, complice anche, probabilmente, il contemporaneo concerto degli Slowdive alla Cavea dell’Auditorium. Peccato, poi, che un guasto al tour bus blocchi al palo gli Alpha Wolf, altrimenti l’area verde dell’Eur Social Park, location non troppo spaziosa, tuttavia provvista di un’acustica abbastanza buona, avrebbe conosciuto il verbo sprofondare.

Knosis

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La defezione dei diavoli della Tasmania Alpha Wolf posticipa di circa sessanta minuti l’avvio della kermesse, al cui battesimo badano i giapponesi Knosis, un act soltanto in apparenza alle prime armi, visto che dietro il microfono spicca la presenza di Ryo Kinoshita, ex ugola dei Crystal Lake, una delle espressioni più originali dell’intero universo metalcore. Non c’è da stupirsi, dunque, che le curve sonore principi del nuovo gruppo del singer nipponico si situino pressoché sulle medesimi latitudini della sua vecchia band, malgrado in questo progetto si faccia strada una vena sperimentale decisamente accentuata, con un mash-up, ai confini del caotico e della dissonanza, di nu, elettronica, beat trap, refrain e linee melodiche deftoniani, spirito remix modello Linkin Park edizione “Reanimation” (2002). Frattanto che il sole ancora spinge il pubblico ad attardarsi a riempire il cavo orale e lo stomaco, e a caro prezzo, di hamburger, hot dog e bevande schiumose, il trio irrompe sul palco elargendo, da subito, una gagliardia taurina, con il frontman assoluto protagonista del tavolato, tra balzi di marca Tamberi, abbozzi di crowd surfing, rappate à la Fred Durst e un’autobiografica rabbia post-depressiva genuina e altezzosa. I brani dei due EP “The Shattering” e “Eternal Doom”, entrambi del 2023, insieme al singolo “Kuruibi”, sempre del medesimo anno, vengono interpretati con un’energia e una precisione esecutiva fuori dal comune, raffigurando musicalmente un immaginario che frulla videogame e cinematografia cyberpunk, in particolare il franchise Metal Gear di Hideo Kojima e i film della serie Tetsuo. Alla fine di una prestazione polverizzante, fiumi di autografi e selfie con gli spettatori: bravi!

Setlist

Imioni
Kamigurai
Naraku
Hiabura
Kuruibi
Seisai
Yakusai

Fit For A King

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Di metalcore classico – e attempato – di metà Duemila si nutrono i Fit For A King, combo figlio neanche troppo nascosto degli As I Lay Dying, che ha visto via via crescere il proprio appeal da classifica attraverso il rilascio di sette full-length in “soli” diciassette primavere di carriera e a dispetto di taluni importanti cambi in seno alla line-up. LP scritti con uno stampino pressoché simile, idonei alla costruzione di una solida fanbase, eppure spogli di qualsiasi sorpresa significativa e quasi tutti rilasciati su Solid State Records, label roccaforte del christian metal e in grado di assicurare ai devoti texani una visibilità forse superiore al valore intrinseco della proposta artistica globale. Al debutto nella città di Roma, il quartetto a stelle e strisce dimostra, comunque, di saper cavalcare lo show in maniera molto disinvolta, con una menzione particolare per lo sfrenato bassista Ryan “Tuck” O’Leary che, cappuccio nero saldo intorno alla testa, piroetta, sforbicia, giganteggia sugli amplificatori, scende nel mezzo della calca umidiccia lasciandosi attorniare da essa a mo’ di mulinello, impreca, da uomo pio, quando si accorge di un piccolo tafferuglio nei pressi del pit, gorgheggia pulito infischiandosene dei propri limiti. Ryan Kirby, invece, padroneggia con discreta personalità l’alternarsi di clean, growl e harsh, gestendo piacevolmente altresì il ruolo di intrattenitore, con i pezzi che scorrono fluidi e veloci come la birra nel corpo di una turba partecipe attraverso una sequela paonazza di cori e danze primitive. Groove, breakdown cubitali, armonizzazioni dal sapore scandinavo e ritornelli ruffiani rappresentano il (sacro) pane quotidiano di una setlist che pesca specialmente da “The Path” (2020) e da “The Hell We Create” (2022), con “Reaper” e “Eyes Roll Back” a pompare nerborute in stile Knocked Loose e “God Of Fire” che vede l’intervento ricostituente del carismatico Ryo Kinoshita. Migliori dal vivo che su disco.

Setlist

The Hell We Create
Breaking Mirror
End (The Other Side)
Reaper
Backbreaker
Eyes Roll Back
Vendetta
When Everything Means Nothing
God Of Fire

Dying Fetus

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Accolti dalle note di “The Boys Are Back In Town” dei Thin Lizzy, i Dying Fetus tornano appunto nella Caput Mundi a distanza di trecento giorni e passa, e ancora ricordiamo la performance dei Baltimora kids al Traffic Live Club, con il locale che divenne una sorta di riproduzione in scala ridotta della piscina del Foro Italico a causa del sudore sahariano profuso dai felici avventori. Fondamentalmente, i lungocriniti yankee, degli stakanovisti per quanto concerne i live, replicano il meraviglioso exploit di allora, benché il contesto outdoor faccia perdere qualcosa, delle briciole, s’intende, in termini di intensità pura. La forza maggiore del terzetto risiede, a parte la tecnica eccelsa, nello spigionare dagli strumenti una potenza enorme, con il chitarrista e vocalist principale John Gallagher che si concede, rispetto alle abitudini e a differenza del bassista e co-cantante Sean Beasley, addirittura curiosi movimenti muscolo-articolari, mentre il drummer Trey Williams ostenta il consueto campionario di empatia ed esplosività. In ordine sparso, e al netto di alcune differenze e sottrazioni, la scaletta rammenta molto l’antologia di dodici mesi fa, con tre delle nove tracce estrapolate dal recente “Make Them Beg For Death” (2023) e la coppia “Grotesque Impalament”/”Kill Your Mother, Rape Your Dog” che suscita ininterrottamente ricordi affettuosi e circle pit a manetta, per un brutal death divenuto, nel tempo, meno connesso alla natura metropolitana e ricca di sfumature grind/hardcore degli albori e più vicino alla galassia core di cui gli stessi statunitensi rappresentano gli effettivi progenitori. Insomma, a momenti si balla sulle vittime scarnificate dai serial killer …

Setlist

Wrong One To Fuck With
Compulsion For Cruelty
Intentional Manslaughter
In The Trenches
Unbridled Fury
Subjected To Beating
Throw Them In The Van
Grotesque Impalement
Kill Your Mother, Rape Your Dog

Thy Art Is Murder

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Una pausa interminabile, dovuta alla complessa preparazione scenografica, precede la ascesa on stage dei Thy Art Is Murder, alla seconda apparizione da headliner in Italia nove mesi dopo l’appuntamento milanese all’Alcatraz. Laddove, all’epoca, gli australiani, freschi della defezione del controverso frontman CJ McMahon, sembravano un po’ attesi al varco, riuscendo, in ogni modo, a scavallare senza problemi la tagliola delle Forche Caudine dei nostalgici dell’alten kurs, a questo giro si sentono totalmente liberi di dispiegare un arsenale di fuoco sonoro che poche entità del settore possono vantare. Poscia la diffusione autoironica di “We Like To Party! (The Venganbus)” dei Vengaboys, a entrare per primo è il drummer Jesse Beahler, che, preso posto sulla maestosa batteria sopraelevata al centro dell’assito, accompagna, a forza di bacchette e grancassa, l’ingresso del resto della compagnia, avvolta da un gioco di luci ed effetti che sfiorerà lo psichedelico durante il corso dell’evento. Dal timbro abbastanza affine a quello del predecessore e, di conseguenza, accorto nel non strafare, Tyler Miller, in cappellino da baseball e maniche corte, aizza la moltitudine alle abituali fregole sottopalco in maniera serena e mai davvero esagitata, destandone pian piano il coinvolgimento, tiepido nelle fasi iniziali, turbinoso verso la conclusione. Una prova massiccia al pari del deathcore suppergiù ventennale del quintetto di Blacktown, malgrado le traiettorie del lavoro del 2023 “Godlike”, dal quale viene tratto un pugno di pezzi dall’impatto gargantuesco e drammatico (“Destroyer Of Dreams” e “Keres” über alles), palesino un dinamismo e un’emotività maggiori in confronto al passato, caratteristiche qui sepolte dal cemento delle asce e della sezione ritmica. Nel complesso, una selezione interessante che, accanto ai classici “Slaves Beyond Death”, “The Purest Strain Of Hate”, “The Reign Of Darkness”, affianca le politiche “Make America Hate Again” e “Holy War” e la denuncia sociale di “Puppet Master”, scelte non così banali considerato il periodo storico attuale. Headbandging e mosh in progressivo e vorticoso aumento coronano un’esibizione dal taglio apocalittico e vedova di sbavature, che simula poderosa e ipertrofica il fragore provocato dai salti di un mammut in piena corsa: alla prossima, si spera presto!

Setlist

Destroyer Of Dreams
Slaves Beyond Death
Death Squad Anthem
Make America Hate Again
Blood Throne
Join Me In Armageddon
Holy War
The Purest Strain Of Hate
Keres
Reign Of Darkness
Puppet Master


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