È sempre piuttosto strano vedere una band suonare da headliner nel proprio Paese dopo averla vista dal vivo – e averci pure scambiato due chiacchiere – in un contesto internazionale. Lo è stato per i Royel Otis, due anni fa, qualche mese dopo averli scoperti al Sziget Festival, e lo è adesso per un altro duo dall’Oceania, anch’esso reduce dal Sziget, dove anch’esso aveva fatto faville con una proposta indie-rock ballabile e fresca (le somiglianze sono ovvie, ma, come vedremo, si fermano qui). 

Stavolta per questo “tour da headliner post-album d’esordio” ci troviamo ai Magazzini Generali, che a onor del vero quaranta minuti dopo l’apertura porte sono ancora piuttosto vuoti. Chi scrive non può che avere un primo, improvviso flashback alla scorsa estate, quando sul “palco b” del festival di Budapest i Balu Brigada avevano fatto il pienone, facendosi subito notare in un pomeriggio carente di musica con la chitarra elettrica; ma del resto bisogna tornare coi piedi per terra – quella meneghina, per la precisione – e considerare che una data italiana, in questa tranche europea di quasi venti date, non era neppure prevista, ed è stata aggiunta in un secondo momento proprio in apertura al tour. Un battesimo di fuoco, non c’è che dire. 

Fino all’ultimo si è rimasti nell’incertezza sull’opener, salvo poi scoprirlo dall’Instagram della band, nella didascalia del post con la locandina aggiornata del tour (sulla quale, a nostra inutile discolpa, il suddetto opener è assente): un DJ di musica house, Ryeberry, che a giudicare dal profilo social nuovo di zecca sembra aver giusto iniziato a promuovere la propria carriera alla console. Vedere per un po’ i Magazzini Generali nel loro storico ruolo di sede di feste universitarie, comunque, è un interessante esperimento sociale: di fronte al palco i ventenni che si scatenano, riprendono il tutto coi telefoni, intonano cori discotecari; dietro, birra in mano e sguardi spaesati, gli spettatori dai trent’anni in su (e/o quelli che indossano magliette di band). Dalla nostra posizione rialzata sui gradini a lato, se non altro, individuare la demografia di questo concerto è più facile del previsto. 

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Balu Brigada – Credits: André Figueirêdo

Quaranta minuti dopo, il cambio palco è un’ottima occasione per investigare in proposito. A parte la balconata, limitata alla guest list, il locale va riempiendosi di più, anche se l’affluenza è (purtroppo) destinata a fermarsi ad altezza mixer. Di fronte alla domanda “come hai conosciuto i Balu Brigada?” le risposte sono varie. Qualcuno racconta di averli visti per la prima volta l’anno scorso, in qualità di gruppo spalla dei Twenty One Pilots, con i quali il duo neozelandese ha girato mezzo mondo raccogliendo, oltre all’esperienza, anche un cospicuo nucleo di fan internazionali: qualcun altro racconta di averli scoperti “un po’ a caso”. L’atmosfera, a eccezione dei millennial con la birra e le maglie di band, continua a essere spiccatamente giovane, vacanziera e interculturale; tant’è che non mancano gli studenti stranieri – Galles, Olanda, Canada – venuti a Milano per la spring break (cioè le vacanze di Pasqua). 

Per una proposta come quella dei Balu Brigada – così legata ai luoghi, alle influenze variegate, al sound insieme nostalgico e danzereccio – era probabile attrarre questo tipo di pubblico, che tuttavia i due fratelli non sembrano aver specificamente “targettizzato”: di questa data da headliner colpisce anzitutto la spontaneità. Privati della venue all’aperto, del clima torrido, dell’euforia generale dei festival, Henry e Pierre Beasley riescono comunque a portare in due secondi netti l’estate dentro a un posto chiuso senza nient’altro che la propria musica. Dalla nostra nuova posizione accanto al mixer, non possiamo che ammirare l’ottima produzione del live, che in un contesto “intimo” restituisce un paesaggio sonoro forse ancor più stellare; quello della band è un indie rock stratificato come una torta, livelli su livelli di synth dream pop che sostengono un basso groovy e prepotente quanto basta, una chitarra che evoca sempre più gli Strokes e voci piuttosto in sordina rispetto alla musica, come fossero solo un altro strumento. Sul palco, a parte la band – Pierre al basso, Henry alla chitarra, i turnisti Jacob Stockman e Harper Finn rispettivamente batteria e tastiere – solo i giochi di luci traducono sul piano visivo la coloratissima vitalità di “Portal”, i cui brani dal vivo risultano più incisivi sia per l’accento sulle distorsioni, sia per la disinvoltura con cui i musicisti si muovono per il palco e interagiscono con i fan (segnaliamo un “daje Roma” tra le improvvisazioni in italiano). I fratelli Beasley, ai microfoni di SpazioRock, ci avevano tenuto a sottolineare che, a dispetto della popolarità improvvisa, suonano insieme da parecchi anni, e si vede. 

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Balu Brigada – Credits: Lisa Nguyen per NME

“Popolarità improvvisa”: se ne può parlare, oggi, senza tirare in ballo algoritmi e fattore virale? Nel caso dei Balu Brigada, comunque, no — e infatti non sorprende che “Backseat” e “So Cold” costituiscano di gran lunga i momenti con più telefoni alzati e più lyrics cantate a squarciagola. D’altro canto parlavamo di spontaneità, perché non sembra che i due fratelli abbiano per adesso intenzione di riposizionarsi come band esplicitamente gen z (per la probabile gioia dei millennial con le maglie di band). Se i Royel Otis hanno già fatto in tempo a portare il secondo album in un tour trainato da grafiche tutte lettere minuscole e linguaggio ostentatamente internet-friendly – nonché dalle due cover virali, imperterrite nelle setlist – e a trascinarsi dietro una controversia dietro l’altra, i due neozelandesi proseguono con uno stile comunicativo che trasuda fancazzismo e riesce a farlo con stile — quello preso dalla scena newyorkese anni Duemila, loro musa dichiarata. Parliamo dell’estetica, tra t-shirt, pantaloni larghi e un taglio di capelli da parte di Pierre che lo fa sembrare un giovane Julian Casablancas; e parliamo dei due pezzi forti, che sono anche due inediti. In “But I Do” e “Bedhead” si ritrovano tutte le gemme di quel periodo che i due sono andati a cercare negli anni; un mosaico che richiama le pietre miliari dell’indie più dolceamaro, da Gorillaz a MGMT e Kings of Leon, senza tuttavia sembrarne la brutta copia. 

Lo show, prima o poi, finirà (dopo un’ora e venti circa), arriverà un momento dei saluti in cui il pubblico chiederà a gran voce di rifare “Backseat” e i Balu Brigada suoneranno tutt’altro; in un battito di ciglia, chi scrive si ritroverà fuori a parlare con due ragazze inglesi del “sole e del caldo incredibili” che hanno trovato questo pomeriggio sul lago di Como. Ma adesso non ci pensiamo, chiudiamo gli occhi e in un attimo siamo su una spiaggia al tramonto (o in Australia o a Rio de Janeiro, come ci ha detto la band stessa). Poi li riapriamo e abbiamo un sacco di domande. Che, per fare successo nella musica, la gavetta sui palchi sia tuttora più affidabile del rimettersi alle logiche del web? Che l’effortlessly cool sia, a distanza di più di vent’anni, una strategia comunicativa più efficace del cercare di somigliare al proprio pubblico? Che i Balu Brigada siano davvero la nuova promessa dell’indie, ma affinché ciò accada noialtri che cianciamo di musica online dovremmo stare attenti a non spingerli troppo in fretta, a non far sì che la cultura dell’hype si ritorca loro contro? Staremo a vedere.

Setlist Balu Brigada

The Portal
Golden Gate Girl
Sideways
Politix
2good
Designer
The Question
What Do We Ever Really Know?
4:25
You Make My Dreams (Hall&Oates cover)
Oh! Not Again
Birthday Interlude
Backseat
But I Do
Bedhead
Butterfly Boy
So Cold
Find a Way/Could You Not

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