Si diceva, alla conferenza stampa dell’anno scorso, che in futuro il Sziget non si sarebbe focalizzato sui grandi nomi. E menomale, perché quelli di quest’anno, almeno sul Main Stage, sono nomi grandi abbastanza da risultare rappresentativi della pop culture dal 2024 a questa parte. Una trentunesima edizione aperta dal verde acido di “Brat” e chiusa dal rosa brillante di “Pink Pony Club”, con in mezzo tantissimi altri show e pubblici diversi, abbigliati nelle maniere più disparate, accomunati dalla passione per la musica e per l’espressione di sé. Camminando per le strade di quel paese temporaneo che è l’Isola della Libertà, si vedono maglie di band metal e costumi carnevaleschi incrociarsi con nonchalance, suonatori ambulanti e giraffe ad altezza naturale mischiarsi al viavai continuo degli effimeri residenti. A Óbudai-sziget succede sempre qualcosa, sebbene questo sia un viaggio che ripercorre quanto successo, di interessante, sui palchi principali. I lettori allaccino le cinture, perché di concerti nuovi e memorabili ce ne sono stati parecchi, e anche chi non si vede abitualmente sulle pagine di questo magazine ha saputo riservarci qualche gradita sorpresa.  

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Sziget Festival 2025 — Credit: Sziget Festival

Ma partiamo dal pomeriggio del 6 agosto, quando chi scrive approda per la seconda volta sull’isola nel Danubio. Nemmeno il tempo di ambientarsi che in giro per il Sziget si sentono le prime note. Sul Main Stage le danze vengono aperte da Alessi Rose, giovane promessa di un alt-pop “chitarra-basso-batteria” che ricorda colleghe più mainstream come Olivia Rodrigo e che fa ballare fin da subito i primi curiosi, ma anche i numerosi fan. Al vicino Revolut Stage a iniziare è Røry, il cui pseudonimo, col quale propone gli emotivi pezzi nu-metal che ascoltiamo adesso, arriva dopo un decennio di tentativi di tutt’altro tipo. Come chi era al suo posto l’anno scorso, anche lei canta la rinascita che l’ha portata su questo palco: “Nella vita spesso pensiamo che se non ce l’abbiamo fatta entro i venti, venticinque o ventinove anni, non ce la faremo mai. Non vivremo i nostri sogni, non troveremo l’amore, non saremo felici. E io vi posso giurare che è una bugia” sostiene, dichiarando commossa i suoi quaranta appena compiuti, tra gli applausi del pubblico. 

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Remington Leith (Palaye Royale) — Credit: Sziget Festival

Ma ci riprendiamo in fretta, perché il primo giorno è appena iniziato, e da qui in avanti la time-table del festival si farà sempre più intrecciata e frenetica. A Røry sul Revolut succedono i Palaye Royale, portando un assaggio curato del loro repertorio e l’energia imprevedibile che abbiamo già visto più volte in Italia. Anche qui, mentre i fratelli Sebastian ed Emerson intrattengono un parterre in visibilio, Remington Leith dimostra la sua doppia vocazione di frontman e di acrobata, arrampicandosi su un’impalcatura e gettandosi su un canotto teso dai presenti (molti, a riconfermare la crescente rilevanza della band). Passando per il Main Stage, dove l’acclamatissima Little Simz sta finendo un set che eguaglia la qualità ascoltabile in cuffia, si corre al The Buzz per i Fast Animals And Slow Kids — per una volta non “da Perugia”, ma più genericamente “dall’Italia”, come ripete Aimone Romizi in italiano e in inglese. Il parterre è pienissimo, in prevalenza di connazionali, ma i cinque mettono su uno show di livello anche per chi è abituato agli standard anglosassoni, tra una “Sei ore” nuova di zecca, una “Annabelle” particolarmente incendiaria, e un Aimone che lancia il microfono e pesta su un floor tom con la stessa foga di sempre. La prima giornata culmina con Charli XCX come headliner — noi, comunque, riteniamo che valga la pena di fare un salto al Main Stage: la cantautrice sul palco è una presenza magnetica, ed è sempre interessante vedere da vivo un’artista che dopo parecchi anni di carriera è riuscita a pervadere la cultura pop in maniera così innovativa. Ma per chi cercasse alternative, al Revolut i Papa Roach festeggiano il quarto di secolo di “Infest” con un set che comprende, oltre ai brani più famosi del disco, un momento “cover” per i nostalgici del nu metal early 2000s – tramite medley di Korn, System of a Down, Limp Bizkit, Linkin Park e Deftones –, nonché un intermezzo decisamente più serio, con il filmato che segue “In The End” e il tributo al compianto Chester Bennington: “Anche se siete in difficoltà, il primo passo per trovare una soluzione è parlarne e fare domande”. Il pubblico è tra i più eterogenei e coinvolti che si vedranno in questo festival – da chi c’era all’epoca di “Infest” a chi ha l’aria di esserne la prole.  

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Henry Beasley (Balu Brigada) — Credit: Sziget Festival

A un primo appuntamento così saturo di concerti ne segue uno decisamente più tranquillo. Sul Main Stage le The Beaches aprono la lineup del giorno con un set che che viene definito l’inizio di una lineup “molto canadese”. Si riferiscono, oltre a loro stesse (sono di Toronto), a Nelly Furtado, che nel tardo pomeriggio fa fare ai presenti un salto negli anni Duemila con i maggiori successi del suo “Loose” (2006); e poi a Shawn Mendes, headliner della serata. Anche per i non avvezzi, vale la pena di dargli un ascolto: i brani resi dal vivo con una live band risultano molto più di spessore delle controparti studio, e la voce dell’artista, unita alla sua chitarra elettrica, qui ricorda a tratti certo indie rock melodico di inizio millennio. Nel frattempo, i Balu Brigada al Revolut si rivelano la parte più interessante della giornata: già gruppo spalla dei Twenty One Pilots in giro per il mondo, al Sziget, avendo più tempo e attenzione, il duo dimostra appieno la varietà della propria offerta musicale, dalle atmosfere vacanziere di altri gruppi passati dallo Sziget come i Royel Otis, ma con un uso dei sintetizzatori che richiama a volte i Gorillaz e altre Tame Impala, una chitarra che fa pensare agli Strokes e un basso che tocca sfumature quasi R&B. Henry e Pierre Beasley cantano entrambi senza rubarsi la scena e riescono a tenere insieme l’ampio ventaglio di influenze: aspettiamo solo di vedere come sarà l’album d’esordio. 

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Ekkstacy — Credit: Sziget Festival

Dopo due giorni di temperature relativamente miti, sullo Sziget si avventa un’ondata di caldo che si protrarrà fino all’ultimo giorno, ma il pubblico non demorde. Di sicuro non quello italiano, che nel primo pomeriggio si avventura verso il Lightstage, il palco sulla punta settentrionale dell’isola su cui suona la maggior parte degli artisti del Bel Paese. Artisti come i bolognesi Savana Funk, che alle quattordici e trenta iniziano un set che definire “fusion” è abbastanza riduttivo: funk, blues  e afro-beat si miscelano senza soluzione di continuità e con magistrale abilità tecnica in un live lungo, interamente strumentale, che non spaventa affatto gli avventori del festival. Entro la conclusiva “Old School Joint” il prato di fronte al palco è gremito di gente che balla (e che si lancia verso il sollievo dei nebulizzatori). Per il resto, quella dell’8 agosto è la sera dell’indie-rock: si inizia verso le diciannove con i The Kooks sul Main Stage, i quali portano la quota danzereccia per la giornata e una setlist che, al netto del disco con cui sono in tour, l’ultimo “Never/Know”, si compone in buona parte da pezzi dell’esordio “Inside In/Inside Out” — non ci lamentiamo, visto che “She Moves In Her Own Way” e “Ooh La”, nella golden hour di un festival, trovano il loro habitat naturale. Al The Buzz segue Ekkstacy, giovane emergente nel genere, che con una schiera di pezzi uptempo dalle sfumature dreamgaze e una band piuttosto movimentata riempie il parterre in tempo record. Sebbene la resa vocale abbia ancora dei lati da sgrezzare, il progetto promette bene, e l’artista ha decisamente suscitato in molti la curiosità di vedere dove andrà. Ultimi ma non ultimi, al Revolut i Blossoms fanno il pienone: le atmosfere new wave degli inglesi, i cui quattro musicisti restituiscono un live compatto e irresistibilmente ballabile, il concept umoristico dell’ultimo “Gary” e il carisma di un Tom Ogden in stato di grazia – look anni ‘70, performance impeccabile e gestualità da fare quasi invidia a Tom Smith degli Editors – costituiscono un’ottima alternativa a Kid Cudi sul Main Stage (la cui performance dal vivo – al netto della grandissima rilevanza dell’artista per l’hip hop alternativo – è risultata un po’ carente, affaticata e affievolita in più punti). 

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FKA Twigs — Credit: Sziget Festival

Il quarto giorno risulta forse il più placido per gli appassionati di chitarre elettriche (d’altro canto compensano quelli seguenti, come vedremo). Passando per il Revolut nel pomeriggio, tuttavia, ci si può imbattere negli Chartreuse: non francesi, come suggerirebbe il nome, ma dalle Midlands inglesi. Le sonorità del gruppo, che incorporano elementi di musica folk, jazz e trip-hop, celano il magnetismo di certi Radiohead, e l’intrecciarsi delle voci di Mike Wagstaff e della tastierista Hattie Wilson è semplicemente delizioso. La sera non possiamo non segnalare il sogno febbrile che è stato lo show di FKA Twigs: artista poliedrica, tra l’art-pop e l’elettronica sperimentale, in un’ora di set diviso in tre atti riversa la sua poetica multiforme sino all’ultima goccia. Una continua danza di gruppo convulsa, carnale e spirituale, un comparto visivo destabilizzante che sarà un buon riscaldamento per l’headliner (con cui ha persino collaborato; decisamente conosciuto nell’ambito techno/progressive house, Anyma è il progetto di un italiano, Matteo Milieri). Una voce sopranile che si staglia sopra a tutto e si raggomitola su sé stessa in un finale da pelle d’oca. Un progetto che culmina nella creatura più recente – “Eusexua”, dello scorso gennaio –, consigliabile a chiunque apprezzi Björk, Aurora o anche i Massive Attack, o ricerchi qualcosa di ugualmente trascendentale. Per il resto, comunque, ci sono gli Hermanos Gutierrez al Revolut: le melodie strumentali del duo, su cui molti si sdraiano nel prato fuori dal palco, sono il modo perfetto per concludere la serata.

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Ecca Vandal — Credit: Sziget Festival

Sebbene il quinto giorno sia ancora più rovente degli altri, pian piano i nostri compaesani si buttano lo stesso a pogare sotto il sole del Lightstage. Del resto, è difficile resistere, quando sul palco sale un quintetto hardcore punk la cui proposta fa quasi pensare di stare ascoltando dei Turnstile italofoni. Gli Aurevoir Sofia vengono “da Cinisello Balsamo, vicino a, boh, Limbiate” e portano un concentrato di adrenalina che si rifà tanto alla componente melodica della band di Baltimora, quanto a quella irruenta degli Idles, con testi che saltano dall’italiano all’inglese, nonché, tra ripetuti stagediving e circle pit, una presenza scenica davvero notevole. Il set sfuma quasi direttamente in quello degli amici e connazionali Comrad, di Bari, con un frontman e fondatore non nuovo all’industria musicale — Giò Sada, già vincitore di X-Factor 2015. La natura punk di questo progetto si distacca nettamente da quanto da lui pubblicato come solista, e le sonorità molto più ruvide, potenti e senza fronzoli, eseguite con coesione e interazione col pubblico da parte di tutto il gruppo, ben si addicono al timbro graffiato del vocalist (urge inoltre fare un plauso al merch portato in scena — la stampa “Comrad” col font del quasi omografo supermercato Conad). Ci spostiamo poi al Revolut per un po’ di alternative sperimentale con Ecca Vandal: australiana, dalla formazione jazz, la sua musica è uno strano punto d’incontro tra post-hardcore, stoner, hip-hop e R&B. Due turnisti sul palco – uno alla batteria, l’altro tra chitarra e tastiere –, voce roboante e personalità da divorare il palco e conquistare subito i presenti. Ha un solo LP all’attivo, pubblicato nel 2017: un peccato, perché il set lascia solo la voglia di scoprire altro materiale. Un campionario più prolifico è invece arrivato da Call Me Karizma, al The Buzz, accolto da una fanbase ormai ben consolidata: l’artista americano è particolarmente efficace nel coinvolgere il pubblico, restituendo uno show energico, con una solida live band al seguito che dà nuova linfa ai suoi pezzi più pop e la carica agli astanti per il resto della serata. 

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Post Malone — Credit: Sziget Festival

Sempre sul The Buzz, infatti, intorno alle ventuno è la volta di una delle proposte migliori di questo festival: le Hanabie, quartetto metalcore giapponese alla sua prima esibizione a Budapest (è di solo pochi giorni prima il ritorno in Italia). Originarie di Tokyo, che ha ispirato loro la definizione di “harajuku-core” – dalla zona della metropoli nipponica nota per la cultura giovanile e lo streetwear alternativo sfoggiato dalle quattro sul palco –, ergono sin dalla prima nota un pesante muro sonoro ispirato espressamente agli storici connazionali Maximum The Hormone, e lo condiscono con influenze elettroniche e una leggera estetica da idol. La frontwoman Yukina passa con disinvolura dal growl alle clean vocal dal voluto tocco kawaii, senza rubare la scena alle ottime musiciste; tutte e quattro dimostrano abilità tecniche e carismatiche impressionanti, guidando un’ora di set che sembra volare in un attimo. Da ultimo, per chi non fosse stanco del pogo, è il caso di non perdersi Post Malone: che fosse dichiaratamente ispirato all’alt-rock e al grunge dei Nirvana – da cui è anche stato coinvolto in un’esibizione-tributo – si sapeva già, ma assistere allo show vulcanico che tira su con la sua band lascia comunque stupefatti. La qualità è veramente alta, e rende ancora più curiosi di sapere che cosa combinerà a Milano.

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Luvcat — Credit: Sziget Festival

Il giorno finale si svolge, salvo qualche eccezione, interamente sul Main Stage. È qui che alle sedici suona un’altra chiacchieratissima promessa della musica britannica — Luvcat, da Liverpool con furore. E di furore si parla, anzi si canta, quando la giovane artista si fa cantastorie degli amori più bizzarri, ossessivi e fatali, riempiendo il palco con una presenza che rievoca un cabaret di tempi lontani. Ispirata a Cure e Nick Cave, con una voce e un’allure che piacerebbero anche ai fan di Lana Del Rey, i dieci brani che propone superano le aspettative poste dai pezzi andati più virali, e ne pongono delle altre per il suo album d’esordio, “Vicious Delicious”, in uscita il prossimo Halloween. Si passa ad atmosfere decisamente meno tetre con i Portugal The Man, che per un’ora fanno ballare i presenti con estratti di un repertorio ormai ventennale: sebbene la maggior parte dei presenti ne conosca le hit inaspettate e più pop del 2017, “Feel It Still” e “So Young”, il gruppo statunitense presenta la fetta più grande della setlist dal disco del 2013 “Evil Friends”, per un set che complessivamente si appoggia molto di più alle chitarre e al rock psichedelico delle loro radici. Nonostante sia giunta voce che John Gourley sia ammalato, il concerto non ne risente, e la solare aria di festa continua fino alla sera, quando lascia il posto alla magniloquenza delle The Last Dinner Party. Teatrali come non mai, lontane come chi le aveva viste l’anno scorso in Santeria Toscana avrebbe trovato difficile immaginare, circondate da una scenografia a dir poco solenne – colonne greche sul palco e nuvole come visual –, sono sulla bocca di tutti e lo sanno bene. Acclamata dai fan come una diva, Abigail Morris si prende tutto lo spazio possibile senza complimenti e cattura l’attenzione collettiva su di sé come pochi non-headliner sanno fare, non senza che le compagne di band abbiano i loro momenti — in particolar modo Aurora Nishevci, che spiega al pubblico la sua struggente “Gjhua”, ed Emily Roberts, sulla passerella per l’assolo con cui conclude l’epica “Mirror” come la potenziale guitar heroine che è. I pezzi di “Prelude To Estacy” superano di livello le controparti studio, quelli dell’imminente “From the Pyre” fanno ben sperare per il prossimo disco. Non c’è niente da fare: tra le nuove leve del rock, al momento, sono le migliori in circolazione.  

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Refused — Credit: Sziget Festival

Qualunque sia la propria preferenza in fatto di musica, il festival finisce in bellezza. Che sia con i Refused, che celebrano la loro carriera con un tour d’addio – è di solo due giorni prima l’ultima data italiana – in cui si mostrano inarrestabili come non mai, incattiviti come sempre lo sono stati con le ingiustizie socio-economiche, con un magistrale Dennis Lyxzén che rammenta il passato e fa quasi tenerezza, pensando che è la prima e ultima volta che il gruppo suona allo Sziget (e che molti degli spettatori, a giudicare dall’età, hanno modo di vederli dal vivo); o che sia con Chappell Roan, che oltre alla scenografia da favola e allo spettacolo registicamente curato offre ai presenti una grande performance – anche lei, come tanti, accompagnata da un’ottima live band –, tra cui non possiamo non mettere in evidenza una cover mozzafiato di “Barracuda” degli Heart; oltre l’hype improvviso del 2024, del resto, c’era una gavetta decennale, a dimostrazione ulteriore che la cantautrice non è solo la novità del momento, e viste la bravura, la presenza scenica e la personalità, speriamo sia qui per restare. Da qui il festival continuerà fino alle prime luci dell’alba, ma per noi finisce ad ascoltare il cantautorato di Casey Lowery al The Buzz, poco dopo il finale sul Main Stage; dopo sei giorni e trentadue concerti, possiamo finalmente tirare il fiato.   

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Chappell Roan — Credit: Sziget Festival

Ma prima che Lowery inizi a suonare, c’è una sorpresa ulteriore. In barba all’impossibilità di essere fisicamente presenti quel giorno allo Sziget, i Kneecap chiedono all’artista loro amico di proiettare al The Buzz un loro videomessaggio (ne parliamo qui approfonditamente). Tantissimi gli spettatori recatisi ad ascoltarlo. La presenza e l’assenza dei Kneecap sono entrambe tangibili come due facce della stessa medaglia, così come lo è la causa per Gaza: sono nelle bandiere palestinesi appese sul palco dei Refused e sulle spalle del pubblico, negli sticker incollati al Lightstage, nel discorso degli Aurevoir Sofia, nella kefiah messa sull’asta del microfono dai Comrad; sono nel QR mostrato sugli schermi dalle The Last Dinner Party per invitare gli spettatori a donare aiuti umanitari e nei cori “Free Palestine” intonati ancor prima che il messaggio dei Kneecap abbia inizio. Un provvedimento, quello contro il trio irlandese, che in conferenza stampa è stato descritto dal CEO Tamás Kádár come “scandaloso” , e che tuttavia non ha fermato la gente dal farsi sentire — peraltro, a quanto pare, sempre più numerosa (sempre Kádár parla di “aumenti nelle vendite di biglietti rispetto all’anno scorso”, definendolo “si spera, un buon segno per il futuro”). 

“Da un paio d’anni vediamo gli artisti diventare sempre più politici. E va bene così, è il loro lavoro: devono dire quello che pensano, perché è per questo che sono artisti” si dice, sul finire della conferenza stampa. È dunque indicativo che, in quest’anno di caos e controversie per i festival europei, le persone vadano sempre di più ai suddetti festival, gli artisti si facciano sempre più sentire; anche qui, in questi sei giorni di musica ininterrotta in cui tutti sembrano lasciarsi indietro malumori, remore, cognizione del tempo. Che l’Isola della Libertà tenga sempre fede al suo nome, perché mai come oggi è importante che sia così. 

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