Foto in copertina e nell’articolo di Valentina Bobbi Cipriani

Tre anni dopo “GOSSIP!”, i bresciani Cara Calma tornano con un nuovo disco, “Itami”, interamente autoprodotto dalla band, in uscita per Pluma Dischi e distribuito da The Orchard. Ancora una volta, il frontman e chitarrista Riccardo Taffelli ha voluto chiacchierare un po’ con noi, condividendo alcune informazioni sul disco ma non solo.

Ciao Riccardo, bentornato su Spaziorock. Come stai?

Ciao, molto bene, grazie. Tu invece?

Bene, grazie! Siamo qui per parlare di “Itami”: intanto ti chiedo quali sono le sensazioni riguardo questa uscita.

Siamo molto contenti perché è parecchio che non usciamo con un disco. Dopo l’uscita di Gian [Gianluca Molinari, ex bassista, ndr] si sono ribaltati un po’ i piani, abbiamo dovuto prenderci una pausa per capire come riorganizzarci… Però tanti pezzi erano già in cantiere. Ci siamo presi l’anno successivo la sua uscita anche per capire come evolvere il sound e il live, perché comunque ci sarebbe stata una persona in meno che suona. I pezzi c’erano, allora abbiamo provato a metterli giù ed è successo tutto abbastanza naturalmente. Non ci siamo affidati a nessun produttore a questo giro, ci siamo autoprodotti e siamo molto soddisfatti del risultato. È un disco molto vario, molto riflessivo, molto pensato anche… Molto dinamico.

Prima di capire che fosse un termine giapponese, credevo che il titolo fosse un gioco di parole e avevo provato a decifrarlo.

[ridiamo, ndr] Avevamo pensato anche noi che potesse essere letto in quel modo, infatti sui social ci abbiamo giocato un po’ prima di svelare il vero significato. Anche perché non sembra una classica parola giapponese. All’inizio erano state vagliate diverse ipotesi per il titolo, dato che si tratta di un disco importante… Non per tornare sempre sul discorso di Gian, però è comunque il primo disco che facciamo senza di lui e quindi volevamo un nome importante. “Itami” significa dolore, ma, come sai, nella lingua giapponese, come in generale quelle asiatiche, la stessa parola può assumere mille significati diversi. In questo caso “Itami” è il dolore non solo fisico, ma anche spirituale: angoscia, ansia, ferite interne dovute a traumi… Racchiude un sentimento di strappo e di ricucita.

Una sorta di rinascita, di riabilitazione post-trauma. Mi è inevitabile chiederti se questo c’entra col cambio di formazione…

In realtà no. Gian ha lasciato perché ha avuto una bambina, bellissima tra l’altro. Ci vediamo molto spesso, siamo in buonissimi rapporti perché è accaduto tutto serenamente. Noi non siamo mai stati una band con una figura forte, tipo un frontman; ognuno di noi ha il suo ruolo, anche a livello empatico/emotivo, e lui era il normalizzatore, quello che cerca di mettere tutto a posto, sempre con il sorriso, sempre felice, ed era una parte molto importante.

Anche nel mio gruppo è il bassista a fare così.

Eh ma sono i bassisti, sono fatti così. “Ma stai tranquillo”, “Si risolve”… Pacificatori. [ridiamo, ndr] Comunque per tornare sul titolo, no, non deriva da questo. È una strana coincidenza. Deriva più da nostre riflessioni personali, comunque siamo in una fase della vita in cui suoni da tanti anni, sei sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, magari i risultati non arrivano, magari i problemi della vita influenzano la tua scrittura… Questa volta ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: “Raga, a sto giro non affidiamoci a produttori. Facciamo tutto come ci viene, liberiamoci da tutti i preconcetti, le aspettative… Facciamo quello che ci viene e basta.” È stata una sorta di terapia per riprendere in mano il flusso della scrittura e siamo molto contenti. Avevamo provato ad approcciarci ad alcuni produttori, ma non eravamo mai soddisfatti. Abbiamo capito che dovevamo fare qualcosa noi, anche a rischio di sbagliare. Era giunto il momento di fare qualcosa con le nostre piene facoltà.

Itami

Cosa mi sai dire invece della copertina?

Il nostro grafico è Cesare [Madrigali, chitarra, ndr], l’ha fatta lui. Anche tutte le animazioni sui nostri social le ha fatte lui. Voleva qualcosa che ricordasse ovviamente il mondo anime giapponese, siccome fa parte del concept estetico del disco, ma cercava soprattutto la figura di qualcosa che è aggressivo solo se minacciato, e il gatto è l’esempio perfetto. Sono gli animali più buoni del mondo ma sono anche quelli che si incazzano di più in assoluto se li attacchi. Un po’ come reagiamo noi a volte, con la nostra attitudine nordica [ridiamo, ndr].

È un messaggio che è presente nel disco?

Sì, nel senso che tiriamo fuori energia, aggressività, grinta, ma anche tutto ciò che abbiamo di psicologicamente irrisolto nel momento in cui ci troviamo alle strette o ci sentiamo minacciati.

Quindi siete della filosofia che si lavora meglio sotto pressione?

Diciamo che partiamo sempre con l’idea di essere in grado di lavorare meglio senza pressione, però è quando abbiamo delle scadenze che alla fine acceleriamo e portiamo a casa i risultati. È una cosa inconscia probabilmente.

Come dicevi prima, vi siete autoprodotti. I primi tre dischi li avete realizzati con nomi importanti e in “GOSSIP!” si sente molto l’impronta di Divi, invece questa volta avete preferito fare da soli. Come vi siete trovati? È una tappa importante in un percorso artistico, cercare di avere il completo controllo creativo e rinunciare ai feedback di una persona esterna al progetto.

Quest’ultima cosa è la più difficile. Il produttore dà una grossa mano, tira fuori spunti interessanti per l’arrangiamento, però se tu lo scheletro della canzone ce l’hai, la base c’è. Lavorando con Karim [Qqru, produttore dei primi due dischi dei Cara Calma, ndr] e Divi ho capito che il produttore fa quasi da psicologo della band. È quella persona che ti fa capire il potenziale del tuo pezzo, ti dà quell’idea magari geniale che non avevi in mente, però poi ti dà il mood giusto. Quando scrivi o registri e sei preso bene, ti viene fuori tutto molto meglio. Lavorando da soli, la cosa più complicata è stata sicuramente non avere feedback fino a disco praticamente concluso. Però noi eravamo molto contenti. Le prime persone che l’hanno sentito sono gli amici, che non si fanno problemi a dirti che hai fatto una stronzata, invece è piaciuto molto a tutti, ci hanno anche dato consigli sui singoli. È stato molto bello e appagante riuscire a tirar fuori qualcosa senza l’indirizzo di nessuno.

Cara Calma 2

A me sembra il vostro disco della nostalgia. Avete preso questa scia pop punk che prima sì, faceva parte di voi, ma non era così preponderante.

I pezzi li scriviamo io e Cesare, quindi l’idea all’origine arriva o da me o da lui. Secondo me, spulciando tra i pezzi ti rendi conto di chi ha scritto cosa. Sicuramente Cesare ha queste tendenza punk, metalcore… In “Anime e Ket4mina” ci sono riff di chitarra palesemente metalcore.

Comunque è la musica che andava di moda quando voi eravate ragazzini, per questo l’ho definito “disco nostalgia”. Mi ricorda un po’ l’operazione di Machine Gun Kelly qualche anno fa, cioè un disco in onore della mia adolescenza.

In realtà la ascoltavano più loro di me, io ero più sul grunge. Comunque sì, ho capito che vuoi dire. “Fare Schifo”, “Anime e Ket4mina”, anche “Niente di che”… “Venerdì” ha un riff un po’ à la Sum 41. Poi invece ci sono altri pezzi secondo me più introspettivi, tipo “Dammi da bere” che ha un arrangiamento in crescendo, sullo stile di cose che avevamo già fatto, poi c’è “S.O.S.” che è super intima… Adesso sto ripensando al disco e sono contento, secondo me è un bell’amalgama. Non volevamo fare qualcosa di monolitico, perché a volte trovi la chiave di scrittura e poi tendi a fare tutto così, e ultimamente abbiamo voluto evitare questa cosa.

Dici così perché credi di averlo fatto con dischi precedenti?

No, io non rinnego nulla di ciò che abbiamo fatto. Secondo me ogni disco che abbiamo scritto era giusto per quel momento. “Sulle punte per sembrare grandi” (2018) me lo ascolto ancora oggi, è il mio preferito insieme a “GOSSIP!”; però un altro Sulle punte adesso avrebbe poco senso secondo me. Cioè, ci sta che col primo disco fai ciò che ti gasa, perché quasi scrivi pezzi per te stesso. Poi pian piano quello che fai diventa sempre più tuo e non fatto da te che ti guardi dall’alto, quindi cerchi di tirar fuori qualcosa che ti appaghi di più a livello artistico. Con streaming, Spotify e così via, oggi l’attenzione dell’ascoltatore dura uno schiocco di dita: se riesci a buttare fuori un disco un po’ variegato, magari qualcuno è più incuriosito a sentirselo.

Prendendo la vostra discografia nel suo complesso, ho notato che un tema ricorrente nei vostri testi è la morte, però trattata in maniera leggera, ad esempio in “VMDV” o “Anime e Ket4mina”. Lo fate per esorcizzarla o vi va solo di riderci su?

Siamo cretini al 100%, ma in questo caso lo facciamo per esorcizzare la morte, ovvero la paura che ha atavicamente l’uomo. Il funerale è visto come un evento catastrofico, invece noi lo trattiamo come se fosse una festa. Anche in “Una festa” infatti parlavamo di questa cosa. La morte può essere vista anche in senso metaforico, cioè di età che avanza e opportunità che diminuiscono… Un altro tema ricorrente dei nostri testi, che scriviamo sempre io e Cesare, è che non cambieremmo nulla del nostro passato. Torno indietro e rifaccio tutto.

Ho notato che in “Itami”, così come in “GOSSIP!”, non ci sono featuring, mentre i primi due album ne presentavano alcuni piuttosto importanti. Non avete pensato di farne? Per esempio, riproporre una collaborazione con gli Atlante, visto che anche loro ora stanno emergendo dall’underground.

Loro sono bravissimi, gli ho fatto i complimenti per l’ultimo disco. Sono tra le poche band di questo livello che sperimentano così tanto, secondo me. Non gliene frega un cazzo, lo fanno e basta. Poi ogni volta che li vedo mi meraviglio del fatto che Claudio [Lo Russo, voce e chitarra degli Atlante, ndr] suoni così bene la chitarra nonostante sia un batterista, mi ricorda moltissimo Simon Neil dei Biffy Clyro. Comunque, per “GOSSIP!” non ci fu possibile avere ospiti, siccome l’abbiamo registrato in periodo COVID e non ci piace l’idea di scambiare i file a distanza, preferiamo fare le cose dal vivo. Con gli Atlante avevamo fatto così a dire il vero, però ci conoscevamo già molto bene, era più semplice. Approcciarsi a un artista senza potersi prima conoscere non ci fa impazzire. Avevamo lì Divi volendo, però già era il produttore, quindi abbiamo preferito evitare. Per “Itami” invece non ci abbiamo pensato, anche perché il disco era già completo. Avevamo delle idee, ma eravamo stretti coi tempi, quindi alla fine non è successo.

Di solito ci ragionate su in fase di scrittura, cioè lo programmate, o avviene in modo più spontaneo?

Ci ragioniamo quando il brano è ancora in fase embrionale. Bologna Violenta, AmbraMarie, Ivo dei Voina, Romagnoli [Luca, voce dei Management, ndr], è sempre andata così. Non dico che lasciavamo il buco apposta per inserire qualcuno, semplicemente c’era margine per arricchire i brani. Qua invece non c’era.

Tra poco partite in tour. Intanto ti chiedo come avete sopperito il fatto che ora siete in tre.

Adesso abbiamo un turnista, che poi era il nostro fonico durante il tour di “GOSSIP!” ed è anche un grandissimo musicista, perciò avevamo la soluzione a portata di mano. Adesso ci siamo attrezzati con un mixer tale che non serve più il suo intervento diretto. Siamo contenti perché era una persona che faceva già parte del team. Non dico che abbiamo fatto dei casting perché detta così fa ridere… Avevamo vagliato diverse opzioni, però poi abbiamo pensato che noi eravamo già amici con lui e per noi è importantissimo il mood: siamo troppo influenzabili a livello emotivo, abbiamo bisogno di qualcuno che ci conosce e che ci è vicino, qualcuno di rassicurante.

Siete gasati per questo tour?

Cazzo sì! A Milano suoniamo al Bloom, che è un locale storico dove però non abbiamo mai suonato. Anche perché una volta si faceva sempre il Bellezza o l’Ohibò, quando c’era ancora. Il Bloom da sempre ce l’abbiamo come puntino, lì, e finalmente lo facciamo.

Vi auguro di spaccare. Grazie Riccardo ancora una volta per il tuo tempo. Vuoi dire qualcosa ai vostri fan che leggono Spaziorock?

Speriamo che possiate rivedervi nelle parole del disco perché fanno parte di un percorso molto forte, che ci ha fatto crescere tanto e speriamo valga lo stesso per voi. Ci vediamo in giro!

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