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King Hannah – Big Swimmer

Davey says
You’ve gotta way to go
But you’re gonna make it outta here

Questione di affinità. E non si parla di accostamenti zodiacali o robe simili, qui si parla di magnetismo, di complementarietà, di incastri perfetti. Hannah Merrick e Craig Whittle, seduti vicini e con gli strumenti sotto braccio, ci danno le stesse sensazioni di quando si completa il puzzle, si prende l’ultimo tassello, lo si fa combaciare in tutti e quattro i lati, disintegrando così l’ultima lacuna, quella minima imperfezione che ci mangia lo sguardo, come un fastidiosissimo, piccolo tarlo.

I King Hannah, per chiunque sia rimasto intrappolato nella loro calda ragnatela e si crogioli nelle dolci conseguenze di tale ipnosi, sono realmente un manifesto di integrazione sonora, visiva ed emozionale, di quelli che difficilmente trovi (in maniera così sorprendentemente soppesata) in altre band.

C’è quel qualcosa in più nel duo di Liverpool, i più audaci segugi lo avevano captato nel primissimo EP, tutti gli altri ne hanno trovato una piacevolissima conferma con “I’m Not Sorry, I Was Just Being Me”, disco che si smarcava agilmente dalla tempesta crank wave made in UK, andando contro corrente e rispolverando il rock classico, il folk elettrico, il nebbioso trip hop dei 90s, una ricetta ammaliante, fortemente seduttiva ed abile nella sua duttilità cronologica, risultando tanto vintage, quanto deliziosamente moderna.

Tempi diversi (anche se intercorrono solo due anni) – si usciva finalmente dal periodo pandemico, riaprivano le grandi stagioni dei concerti – rispetto all’attesissimo sophomore “Big Swimmer”, che da questo gap temporale e sentimentale ci pesca le volontà e gli obiettivi che ingravidano il disco: il bisogno di sembrare il più autentici possibile, il registrare in presa diretta, il sentire il feeling della jam, dell’esibizione live, della sala prove, tutto direttamente su nastro.

King Hannah Josephine Leddet
Photo Credits: Josephine Leddet

Reclutato Ali Chant in fase di produzione, “Big Swimmer” suona di una naturalezza sorprendente, con la voce di Hannah Merrick che rimane esattamente dove l’avevamo lasciata, ossia in quell’incantata landa abitata dalle meraviglie del mondo, mentre la sei corde di Craig Whittle lavora ancor più sodo che nel debut: le tracce si allungano e mutano vigorosamente atmosfera, vedi il troncone centrale inglobato da “Suddenly, Your Hand” e “Somewhere Near El Paso”, un lungo ponte transitorio di metamorfosi emotive e di intensità, la prima con quell’ossimorica dolcezza folk in scontro con le lyrics («And they all take pleasure out of seeing people scared / And one man, he even, he made a sandwich afterward», riflessioni estrapolate da giornate passate a guardare docu-serie crime sui serial killer), la seconda con quello storytelling strascinato in spoken word, collante per la costruzione di una traccia clamorosamente ampia, che butta dentro alt-rock acidulo, un pizzico di inquietudine post-rock ed un outro che suona grungy, potente come un crescendo a fine concerto, come una sfrecciata nella calura del deserto americano, con la sabbia e la brecciolina che stridono sotto alle ruote.

“Big Swimmer”, di fatto, vibra delle esperienze accumulate durante l’ultima tournèe negli States dei King Hannah, non solo per le sonorità che sbucano riconoscibili tra i pori dell’album, ma anche per i racconti, per le immagini, per le sensazioni annotate sui fogli e veicolate in musica: l’irriverente e ferroso alt-rock di “New York, Let’s Do Nothing”, odoroso di Dry Cleaning e di innesti post-grunge, che impatta con l’inquieto e roboante miscuglio hard rock/noise della (liricamente e strumentalmente) insidiosa “Milk Boy (I Love You)”, ma soprattutto per le forti componenti folk e classic rock che provano a quietare gli attimi di imbizzarrimento dell’album – la splendida title-track, genuino inno alla resilienza, e le placide movenze, tra cantautorato e briciole di country, di “This Wasn’t Intentional”, entrambe armonizzate da Sharon Van Etten in un connubio di voci da lacrimoni.

Il taccuino dei King Hannah si riempie di viaggi e polaroid mentali, ma anche di quotidianità, quella condivisa da due semplici ragazzi verso semplici ascoltatori, con references alla musica – la citazione agli Slint nella rocciosa e shoegazy “Lily Pad”, dotata di un bel cambio di tempo infarcito di lisergia psych nel mezzo, a Bill Callahan e a John Prine – e al cinema – l’interlude “Scully”, la citazione a Matthew McConaughey e a Dallas Buyers Club nella succitata “Milk Boy (I Love You)” –, ma soprattutto a quei piccoli istanti di vita vissuta, gli stessi che animano l’essenzialità e l’efficacia indie-rock di “Davey Says” e i rimasugli portisheadiani di “The Mattress”.

Meglio questo o il debut? Domanda complessa, sia perché parliamo di album organicamente diversi, sia perché sono entrambi ottimi, ognuno per i suoi motivi. Quel che è sicuro è che “Big Swimmer” vuole ampliare nettamente lo spettro sonoro dei King Hannah, in termini di efficacia – la resa “simil-live” è splendida, con molte parti registrate al primo take che conservano la loro impattante genuinità – e per quanto riguardo il sound ed il songwriting, ben più voluminosi e sperimentativi rispetto al predecessore. Plauso in più al guitar work di Craig Whittle, più estroso e decisamente più protagonista nel collegare e scollegare le tracce e i meravigliosi affreschi di vita racchiusi nel carillon di “Big Swimmer”.

Grandiosi, come al solito.

Tracklist

01. Big Swimmer (feat. Sharon Van Etten)
02. New York, Let’s Do Nothing
03. The Mattress
04. Milk Boy (I Love You)
05. Suddenly, Your Hand
06. Somewhere Near El Paso
07. Lily Pad
08. Davey Says
09. Scully
10. This Wasn’t Intentional (feat. Sharon Van Etten)
11. John Prine on the Radio

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