MM OneAssassination Ch2 Artwork
NUOVE USCITERECENSIONI

Marilyn Manson – One Assassination Under God, Chapter 2

“I manoscritti non bruciano.” Così ne “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov, parla il diavolo quando l’incredulo protagonista vede ricomparire il suo romanzo, bruciato in precedenza per paura della censura. E pensare che nella quattordicesima fatica di Marilyn Manson, “One Assassination Under God – Chapter 2”, il Reverendo introduce l’ultima traccia, “Enantiomorph”, con uno spoken word: “Non sono un libro che possono gettare nel fuoco. Sono stato letto e memorizzato, e non ho paura di bruciare.” Un parallelismo tanto forte quanto calzante se si pensa alle innumerevoli volte che hanno provato a silenziare l’artista icona dello shock rock, al secolo Brian Hugh Warner, per la sua influenza “negativa” sulle nuove generazioni prima, e per le vicissitudini giudiziarie poi.

Prodotto da Tyler Bates e pubblicato da Nuclear Blast, il disco rappresenta il secondo capitolo di un progetto nato durante le medesime sessioni di registrazione del precedente “One Assassination Under God – Chapter 1”. Nove tracce per circa quaranta minuti che compongono un corpus concettualmente omogeneo, nel quale Manson prosegue il proprio confronto con il passato, la persecuzione mediatica e il desiderio di liberarsi definitivamente dalle ombre che lo hanno accompagnato negli ultimi anni.

Con questo secondo capitolo di “Oaug”, Manson rivela tutta la sua rabbia per un sistema che identifica vittime e carnefici con troppa facilità, la consapevolezza che la forza della sua musica e della sua immagine risiede proprio nell’essere il capro espiatorio dei (finti) buonisti che governano il sistema, ma contemporaneamente, il desiderio di voltare pagina. Musicalmente, La cupezza dei temi trova riscontro in un impianto sonoro dominato da synth, chitarre distorte e bassi cavernosi, attraversato da suggestioni goth, industrial e post-punk, quasi a ripercorrere diverse fasi della carriera artistica di Marilyn Manson.

“None Of The Suns” recupera beat elettronici e pulsazioni che rimandano al periodo di “The Pale Emperor”, mentre “Unalive”, con le sue abrasioni chitarristiche e le urla laceranti, guarda direttamente all’epoca di “Antichrist Superstar”. L’esuberante “Exit Wound”, invece, costruisce riff e ritornello su coordinate che ricordano “Mechanical Animals” e, in particolare, “Tourniquet”. Ed è proprio qui che ci si scontra con il primo limite del disco: musicalmente non è chiaro dove il Reverendo voglia andare a parare. La coerenza tematica non è supportata da un’altrettanto nitida direzione musicale, con il risultato che i brani sembrano slegati tra loro. Eppure, quando Manson trova la formula giusta, ci ricorda perché continua a dominare la scena da anni. La tensione minacciosa sprigionata da “Front Toward Enemy” ci fa fare un bel tuffo nel passato nel Manson dei primi 2000, mentre “Enantiomorph” rappresenta uno dei momenti più sorprendenti dell’intero progetto, anche per il suo carattere intimista: una sorta di confessione sentimentale che mostra un lato raramente esplorato dal Reverendo.

Tuttavia il perno centrale del disco risiede nei testi, tutti di altissimo livello. C’è l’invettiva contro gli approfittatori in “Exit Wound” (“Got the eyes of the vulture around me, the whispering of leeches in my ear, coroner ventriloquist, scratched his name across my wrist, Paparazzi’s starting to cheer”), inventandosi un’immagine tanto macabra quanto vivissima; le citazioni al Settimo Sigillo di Bergman, ancora una volta evocando una sorta di danza macabra con la Morte; il grottesco romanticismo di “Don’t Answer The Door” (“Unscrew the lightbulbs in your eyes, Let my darkness inhale you […], Make a torch from your bouquet, And let it light your way”). Esclusi i primi 3 singoli, sono pochi i pezzi che spiccano per intensità od originalità.

Al netto di alcuni episodi meno incisivi e di una componente musicale non sempre risolta, “One Assassination Under God – Chapter 2” rimane un lavoro denso e profondamente personale. Più che un semplice ritorno, è il capitolo conclusivo di una fase esistenziale che Manson sembra finalmente pronto a lasciarsi alle spalle, e sicuramente riflette il ritrovato stato di salute fisica e artistica che il Reverendo ha dimostrato durante il suo recente passaggio in Italia. “One Assassination Under God – Chapter 2” è il disco della rinascita, quella che Brian Hugh Warner auspicava per sé stesso da molto tempo.

Ci ha mostrato la croce su cui è stato appeso per anni; ha liberato tutta la sua ira, buttandocela addosso come un temporale estivo. “You tried your best to destroy me, Don’t want revenge, ‘Cause you only made me stronger” canta in “All The Vilest Things”. È forse questa la vera dichiarazione d’intenti del disco: non più alla ricerca della vendetta, ma della trasformazione. Se questo è il progetto catartico che Manson ha in mente per liberarsi dalle angosce che lo hanno intrappolato negli ultimi anni, non ci resta che accoglierlo e attendere di vedere il prossimo stadio dell’eterna metamorfosi del Reverendo.