Diciamocelo chiaramente: certi periodi dell’anno sono emotivamente collegati a determinate esperienze, soprattutto se, con il passare degli anni, queste sono diventate parte integrante della nostra routine. Se, ad esempio, il mese di dicembre è sinonimo di regali e pranzi in famiglia, se le festività pasquali rimandano direttamente a gite fuori porta con gli amici di una vita, l’estate, per chi ama la musica live, è sinonimo di concerti e festival all’aperto. Proprio sulla base di questa affermazione, è sempre un piacere tornare in quel di Francavilla al Mare, per poter assistere ad una nuova edizione del Frantic Fest che, ancora una volta, promette di alzare ancora una volta i suoi standard.

Il bill dell’edizione 2026 del festival abruzzese è, come sempre, vario ed invitante, capace di riunire gruppi di generi diversi, attraendo così un pubblico trasversale, composto tanto da rocker scafati quanto da nuove leve.

Tuttavia, sin dal party di apertura, inaugurato dai death metaller No More Fear e dagli H-Strychnine, conclusosi poi sulle note coinvolgenti e dissacranti dei 666, tribute band parodistica degli 883, notiamo una piccola, grande differenza con il passato. Se in passato eravamo abituati alla presenza di diversi stand nell’area concerti, quest’anno tutto lo spazio interno è destinato al pubblico, con le uniche eccezioni riservate a parte del food corner ed alla postazione riservata al Dj set notturno.

Tutti gli espositori sono stati spostati nella zona subito all’esterno del prato, evitando così di ingolfare delle zone nevralgiche dell’open air. Non abbiamo idea se questa scelta sia nata da una semplice esigenza logistica o se, invece, è stata resa necessaria da una maggiore affluenza prevista.

Come sempre, c’è solo un modo per dare una risposta a questo interrogativo: tuffarsi in questa tre giorni agostana e godersi uno dei pochi festival rimasti nello stivale.

Giorno 1

Se l’anno scorso eravamo stati graziati da qualche nuvola di passaggio che aveva limitato l’arsura, l’estate 2026 si presenta con un biglietto da visita a dir poco rovente. Inutile dire quanto queste condizioni rendano una sfida accalcarsi nel Tent Stage, ma per fortuna questo non spaventa né il pubblico né le tre band di apertura. I torinesi Ural portano in dote un thrash metal sferzante e feroce, con delle venature crossover che lo rendono originale e facilmente riconoscibile; i Crawling Chaos, invece, sfoderano un set a tinte death, contrassegnate da una ricerca melodica interessante e mai stucchevole. Una menzione particolare va fatta per i Dawn of a Dark Age, band capace di fondere sperimentazioni avant-garde con sonorità black ed ambient, ponendo al centro del discorso musicale uno strumento che raramente abbiamo visto in territori metal: il clarinetto. Con dei testi incentrati sulla storia delle radici italiche, con una particolare attenzione a quelle sannite, possiamo affermare che il Frantic 2026 ci ha regalato un prima, piacevolissima scoperta.

Mancano una manciata di minuti alle 18, e tocca ai Necrot inaugurare il Main Stage, con la forza di un death metal diretto, con pochi fronzoli e capace di scatenare un pubblico che inizia a rifiatare dal caldo. L’approccio degli statunitensi conquista i presenti, scatenando mosh pit e crowd surfing che troveranno il loro culmine qualche ora più tardi.

Rimanendo sul fronte delle scoperte, non possiamo non soffermarci sui Perchta: band austriaca di matrice black metal con notevoli influenze pagan e folk, capaci di fondere le sonorità aspre del tremolo picking con le melodie medievaleggianti di un salterio a percussione; aggiungete a quanto ora detto dei testi incentrati sulla mitologia alpina e cantati rigorosamente in dialetto tirolese e potrete facilmente spiegarvi l’interesse generato da questo gruppo.

Quando si parla dei Warning, si parla di una delle band più influenti del panorama doom metal, ed il loro concerto a Francavilla è forse un’occasione irripetibile per vedere dal vivo la band di Patrick Walker. Nell’arco dei 50 minuti di set a disposizione, i britannici mettono in campo tutti gli ingredienti del loro sound: tonalità lugubri, ipnotiche ed al tempo stesso dannatamente emozionanti, che ci confermano che, se avessero avuto una carriera meno travagliata, saremmo di fronte ad una delle istituzioni del genere.

Le sonorità anarcho e post-punk degli Scorpion Milk sono capaci tanto di affascinare il pubblico, con le loro venature goth, quanto di disorientarlo, con le loro incursioni in territori decisamente più estremi, ruvidi e musicalmente inospitali.

Ore 20.50: un pezzo di storia del thrash metal americano sale sul Main Stage. Inizia il set dei Sacred Reich che, con pochi pezzi, riescono ad imporre la loro musica sul pubblico, che risponde nella maniera più fragorosa immaginabile. Con oltre 40 anni di carriera, Phil Rind è un frontman di primissimo ordine, capace di intrattenere e scatenare i presenti sempre con il sorriso sulle labbra; “Salvation”, “Crimes Against Humanity”, “Death Squad”, “Independent”, c’è solo l’imbarazzo della scelta tra brani nuovi e classici, essendo consapevoli che la scaletta è improntata sulla formula “all killer, no filler”. Lo show trova il suo culmine in “War Pigs”, con cui i Sacred Reich tributano i giusti omaggi tanto ai Black Sabbath quanto al compianto Ozzy Osbourne.

Se l’originalissima formula alternative rock degli Spiritual Front riesce ad avvincere e convincere, è il momento di parlare del primo, grande ospite del Frantic Fest 2026: Carpenter Brut. L’hype della giornata, inutile dirlo, era tutta per l’artista francese, considerato uno dei nomi di punta della scena synthwave e darksynth, capace di fondere le sonorità del metal con quelle delle colonne sonore dei film horror anni ’80. I neon si accendono, il leadwall alle spalle del rack di tastiere inizia a proiettare le immagini di un lussuoso immobile della metropoli cyberpunk di Midwichopolis, e subito partono le note di “Major Threat” e “Leather Temple”, due estratti dall’ultima fatica discografica di Franck Hueso. Non mancheranno ovviamente classici del calibro di “Le Perv”, “Roller Mobster”, “Turbo Killer”, capace di generare un ferocissimo wall of death, e dell’iconica “Disco Zombi Italia”. Tuttavia, nonostante una performance di altissimo livello, non tutto lo show ha funzionato a dovere: le notevoli pause di “silenzio” tra un brano e l’altro hanno spezzato il ritmo del concerto, che non è stato nemmeno aiutato dalla scelta di non interagire direttamente con il pubblico, se non attraverso delle frasi campionate. Quanto ora detto non ha alterato la qualità complessiva della performance che, come sottolineato, rimane altissima, ma ha intaccato almeno in parte il coinvolgimento del pubblico, che ha alternato momenti di moshing scatenato ad altri trascorsi quasi a braccia conserte. Se uniamo a quanto ora detto il fatto che “Maniac” sia stata eseguita senza un cantante, ma ricorrendo ad una traccia vocale pre-registrata, possiamo senza dubbio affermare che questa non sia stata una delle esibizioni più ispirate di Carpenter Brut.

L’ultima sorpresa della giornata è, come sempre, affidata alle assi del Tent Stage, calcate dagli elvetici Vigljos. Se è vero, come è vero, che la Svizzera è tutto fuorché un paese banale, la band in questione offre una proposta musicale unica nel suo genere: un black metal che ricorda quello dei Darkthrone che ruota attorno al tema dell’apicoltura, arricchito dalle sonorità del mellotron e dagli spasmi fisici e vocali del cantante, che ricreano quelli delle infezioni medievali.

Su queste note impazzite si conclude la prima, convincente giornata dell’edizione 2026 del Frantic Fest.

Giorno 2

Ancora una volta, veniamo accolti da un sole cocente che, con la forza dei suoi 35 gradi, dà il benvenuto a noi e a tutti i presenti; per fortuna la presenza delle zone d’ombra e dei punti di approvvigionamento d’acqua gratuiti riescono a lenire ed attenuare una calura con cui, altrimenti, sarebbe stato difficile coesistere. A scaldare ancora di più la temperatura ci pensa il Tent Stage, dove troviamo un comitato di accoglienza formato dalle note estreme e caotiche dei Mind/Knot, dai 217 con il loro hardcore punk di scuola statunitense e dai Phobocosm, che portano in dote uno death metal cupo e claustrofobico, che strizza l’occhio anche al black metal.

Con una carriera di oltre 20 anni, gli Obscura non hanno certo bisogno di presentazioni. La band capitanata da Steffen Kummerer mette in piedi una scaletta capace di pescare brani come “The Sun Eater” dalle ultime fatiche discografiche, quanto dai lavori del passato, tra cui non possono non spiccare “Akroasis” e la celebre “Anticosmic Overload”. Nonostante un altissimo tasso tecnico, di tanto in tanto si avvertono delle piccole indecisioni, dovute non alla scarsa preparazione dei musicisti che accompagnano il frontman, ma probabilmente dal semplice fatto che la line up è stata allestita in tempi recenti e che, quindi, è plausibile che non tutti i meccanismi abbiano avuto il tempo di essere oliati alla perfezione. D’altra parte, la continuità e l’affiatamento dei suoi membri sono elementi tanto sottovalutati quanto imprescindibili, e cambiare costantemente musicisti non va in questa direzione.

Il muro di suono dei Fossilization ci richiama al Tent Stage, per assistere ad uno show capace di fondere le atmosfere caliginose del doom al sound sferzante del death metal. La band di San Paolo, nei 40 minuti a disposizione, riesce a mettere in piedi uno show convincente che, nonostante una carriera piuttosto giovane, mette in mostra un’attitudine non da tutti.

Quando si parla dei Ratos de Porao, si parla di una delle realtà più solide ed apprezzate del genere estremo. Il sound dei brasiliani, caratterizzato da un sapiente mix tra hardcore punk e thrash metal, non può lasciare indifferenti, soprattutto se ci aggiungiamo il carisma di un frontman come Gordo che, nonostante più di 40 anni di dischi in studio e tour, non ha perso un grammo di quella voglia di contestare la società moderna e le sue storture. In buona sostanza, ci troviamo di fronte ad una delle performance più energiche di questo Frantic 2026, con il pubblico che sembra apprezzare ogni singola nota del combo paulista.

Avevamo già incrociato i Plakkaggio nell’edizione 2022 del festival, ma del gruppo di Colleferro non ci si stanca veramente mai, soprattutto se si vuole ascoltare del buon punk con qualche venatura di sano heavy metal. Neanche il tempo di riprendere fiato ed è il turno di un’altra leggenda di salire sul Main Stage: stiamo parlando dei Voivod. Anche in questo caso, i fan del festival di Francavilla si erano già imbattuti nella band canadese nel 2019, ma anche in questo caso, come dicevano gli antichi romani, repetita iuvant. A differenza di quanto avvenuto in passato, è Eric Forrest a capitanare il quartetto, riuscendo a sostituire alla perfezione l’immenso Denis “Snake” Bélanger. Nei circa 50 minuti a loro disposizione, i Voivod ci ricordano tutti i motivi per cui sono diventati una band di culto: una classe immensa, una tecnica con pochi rivali e, soprattutto, un sound a metà strada tra thrash metal e progressive, con qualche venatura psichedelica, capace di farci galleggiare nelle profondità dello spazio.

Vorremmo che il set di E-Force e compagni fosse ancora più lungo, ma il tempo scorre inesorabile e, alle 22:10, inizia il set di Cripple Bastards, vere e proprie leggende del grindcore tricolore, che riescono a scatenare tutti i presenti, preparandoli per il main event della serata che, anche in questo caso, rappresenta un graditissimo ritorno.

Come i fan di vecchia data del Frantic Fest sicuramente ricorderanno, Igorrr era stato uno degli headliner della seconda edizione del festival, quella del 2018; e se già ai tempi il sound del progetto francese ci aveva impressionati, con il passare del tempo abbiamo visto maturare e stratificarsi un sound che, un album dopo l’altro, è riuscito a fondere generi come il death metal, la musica barocca ed elettronica, arrivando a rappresentare una delle più importanti avanguardie musicali europee. Non è un caso, quindi, che lo show di stasera fosse uno dei più attesi di tutto l’evento. Una scenografia a metà strada tra il liturgico e l’inquietante accoglie JB Le Bail, Martyn Clément, Rémi Serafino, Gerda Iguchi e Gautier Serre, il mastermind del progetto. “Spaghetti Forever”, “Blastbeat Falafel”, “ADHD”, “Headbutt”, “Infestis”: la setlist è un continuo susseguirsi dei cromatismi musicali che contraddistinguono la proposta di Igorrr. Se da un punto di vista strumentale non ci potevano essere dubbi, c’è da rimarcare la performance offerta dalla mezzosoprano Gerda Iguchi, capace di passare con disinvoltura dal canto lirico a quello leggero, senza disdegnare qualche scream; tutto questo muovendosi forsennatamente sul palco e duettando con JB Le Bail che, invece, mostra un’attitudine molto più concentrata, ma non per questo meno suggestiva e tagliente. Non mancano i momenti di puro chaos elettronico con “Very Noise” ma, nel complesso, è praticamente impossibile trovare momenti morti; i circa 70 minuti di concerto si concludono con una sensazione forte: quella di aver appena assistito alla miglior esibizione del Frantic Fest 2026.

A sugellare la seconda giornata di festival ci pensano i Jig-Ai che, con il loro goregrind a tinte splatter, ci introducono al ferragosto dell’estate metal italiana.

Giorno 3

Sole, mare, birra e tanta, tantissima musica. Sono questi gli ingredienti di un festival che, anno dopo anno, ha saputo coniugare come pochi altri esigenze tanto diverse e, apparentemente, inconciliabili, consentendo ad ogni avventore la possibilità di farsi un tuffo nell’Adriatico, festeggiare il ferragosto con una grigliata di arrosticini e, poco dopo, di poter assistere a concerti di alcune tra le migliori band metal. È possibile immaginare un ferragosto migliore?

Come ogni 15 Agosto, il caldo non fa sconti, ma i pescaresi Slyther ci danno ugualmente dentro con il loro thrash a tinte crossover, seguiti a ruota dal black metal dei Bianca e dal blackened death metal dei Patristic.

I The Crown rappresentano uno di quei nomi che non può non attirare l’attenzione. Vuoi per un sound death/thrash rabbioso, veloce e, al tempo stesso, capace di quelle aperture melodiche mai sdolcinate tipiche del metal svedese, vuoi per un’attitudine diretta capace di coinvolgere il più distratto degli spettatori, vuoi per il fatto di aver creato un capolavoro discografico come “Crowned In Terror”, con una leggenda del calibro di Tomas Lindberg in formazione. I cinquanta minuti di scaletta riescono a rendere omaggio tanto al già menzionato “Crowned In Terror” quanto a “Deathrace King”, senza ovviamente dimenticarsi del più recente “Crown of Thorns”, riuscendo a mettere in piedi uno dei concerti più energici di questa edizione, dedicato alla memoria del compianto Lindberg.

Se gli argentini Mephistofeles ammaliano il pubblico accalcatosi sulle transesse del Tent Stage con uno stoner/psych talmente caldo e suadente da sciogliersi nei timpani, i norvegesi Dodheimsgard portano in dote un black metal glaciale, contraddistinto tanto da contaminazioni industrial quanto da venature avant-garde. Suono cupo, atmosfere funeree, riff lenti e massicci: gli Evoken, una delle band più rappresentative del funeral doom metal, non possono di certo passare inosservati e, in poco più di mezz’ora, riescono a catturare tutti i presenti con il loro sound tanto cimiteriale quanto sinfonico.

Da un’istituzione ad un’altra: i Venom Inc., band originariamente formata dall’unione di Tony “Demolition Man” Dolan, Jeff “Mantas” Dunn e da Anthony “Abaddon” Bray e nata con lo scopo di celebrare il repertorio dei Venom compreso dal 1989 al 1992. Del trio precedentemente menzionato è rimasto il solo Dolan, ma questo non ha minimamente intaccato la voglia del pubblico di assistere ad uno dei lati forse meno celebrati dell’iconica band inglese. Come era lecito attendersi, il tiro dei Venom Inc. è di quelli che non fanno prigionieri, proponendo sonorità veloci e ruvide, con il timbro ruvido e cavernoso di Demolition Man che scandisce tanto brani dei recenti “Avé” e “There’s Only Black”, quanto pezzi come “Parasite”, “Cursed” e “Blackened Are the Priests” provenienti da pietre miliari del metallo nero come “Prime Evil” e “The Waste Lands”. Non chiedeteci chi siano i veri Venom, possiamo solo dirvi che Dolan e soci hanno reso giustizia ad un’eredità pesante, facendoci capire da dove siano nate certe sonorità estreme.

Con i Wolfbrigade si continua il viaggio nella storia della musica, un viaggio iniziato nell’oramai lontano 1995 all’insegna di un crust punk capace di attirare l’ammirazione anche degli amanti del metal, rinfrescando e rendendo più moderne le sonorità del D-beat.

Se la ragione alla base di ogni viaggio è quella di arrivare ad una meta che valga tutti i chilometri percorsi e tutte le ore di attesa, la meta di stasera è una delle istituzioni del metallo pesante a tinte nere. Che amiate o meno la musica estrema, i Mayhem sono una di quelle band che non possono lasciare indifferenti, fosse anche solo per aver plasmato il black metal. Capitelli corinzi e delle sinistre statue adagiate su di essi e luci di un tetro rosso sangue lasciano presagire che il male incarnato stia per calcare le assi del palco principale del Frantic e, sulle note di “Realm of Endless Misery”, quella malvagità si palesa. La scaletta pesca a piene mani da quasi tutta la discografia del combo norvegese, dal più recente “Lithurgy of Death” a “Grand Declaration of War”, senza ovviamente dimenticarsi dell’immenso “De Mysteriis Dom Sathanas”, di cui sono stati riproposti “Buried by Time and Dust”, “Freezing Moon” e “From the Dark Past”. L’attitudine sul palco è quella che qualsiasi black metaller può immaginare: musicisti quasi immobili, zero interazioni con il pubblico, con Attila Csihar ad ammaliare un pubblico che sembra essere stato trasportato in un girone infernale. Se dal punto di vista della produzione nulla è possibile eccepire, bisogna però fare una constatazione che, probabilmente, attirerà qualche strale: la band che abbiamo visto dal vivo questo 15 Agosto 2026 ha poco in comune con i Mayhem che i libri di storia della musica ci hanno insegnato a conoscere. Spieghiamoci bene: la band di Attila, Hellhammer, Necrobutcher, Teloch e Ghul è, nei suoni e nella proposta live, la miglior evoluzione possibile di quella creata da Euronymous; tuttavia la perfezione del sound, per quanto perfettamente in linea con le esigenze di un pubblico moderno, fa perdere gran parte di quell’energia tanto grezza quanto potente che ha reso immediatamente riconoscibili i Mayhem. Lo stesso Attila è forse uno dei migliori frontman possibili, capace di reinterpretare un disco simbolo come il già menzionato “De Mysteriis”, donandogli una veste quasi rituale ed arricchendo la classica formula black con parti recitate, liturgiche e sussurrate, ma probabilmente il suo stile teatrale stride non poco con il resto della band e con l’archetipo del cantante black metal. Come già detto, se dal punto di vista strettamente musicale tutto è stato perfetto, è bene chiarire che, se avete un’idea più “tradizionalista” del black metal norvegese, i Mayhem attuali potrebbero esserne piuttosto lontani, e solo voi potrete decidere se questo sia un bene o un male.

Il crust punk degli Skitsystem fanno calare il sipario sui palchi del Frantic Fest 2026, mentre l’aftershow è affidato al DJ set de Il Vescovo che, come ogni anno, si muove tra sacro e profano, mixando sapientemente hit del metallo pesante a pezzi di Aqua e Britney Spears, scatenando chi proprio non ne vuole saperne di tornare a casa e donando quel pizzico di leggerezza che non deve mai mancare in un festival, soprattutto dopo oltre 10 ore filate di musica metal!

Ancora una volta, il Frantic Fest si conferma come appuntamento immancabile della musica live, riuscendo a mettere in piedi un bill di enorme impatto. Rispondete con sincerità: quanti di voi avrebbero mai immaginato di poter assistere ad un concerto di un artista come Carpenter Brut, in una location diversa da Milano o dal Nord Italia più in generale?

Ma quando si parla di Frantic non si parla solo di musica: si parla anche, e forse soprattutto, di un evento a misura d’uomo, che mette la soddisfazione del pubblico al centro di tutto. L’open air di Francavilla al Mare è un luogo in cui, un anno dopo l’altro, si radunano migliaia di persone provenienti da tutta Italia e che spesso, dopo aver condiviso tre giorni insieme, diventano più di semplici conoscenti, dandosi appuntamento alla prossima edizione. Ed è con questa consapevolezza che mestamente ci incamminiamo sulla strada del ritorno, avendo in mente la gioia e la spensieratezza di questa tre giorni di musica e, come sempre, facendo il conto alla rovescia per il Frantic 2027.

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