I Mayhem, a prescindere da qualsiasi giudizio, costituiscono l’alfa e l’omega del black metal, il malefico e obbligatorio faro di riferimento. Addirittura i non avvezzi al mondo estremo ne conoscono il tragico mito di fondazione, anche grazie alla visione di “Lord Of Chaos”, controversa (e mediocre) trasposizione cinematografica dell’altrettanto discutibile libro omonimo. Una storia che continua a rivelarsi una benedizione e un anatema: se da un lato i norvegesi non smettono di ricevere enormi attenzioni, sovente al di là dei meriti intrinseci, dall’altro i loro rilasci vengono subitaneamente messi a paragone dell’angolare esordio del 1994, benché ciascuno di essi appaia unico e peculiare, spia di una radicale libertà artistica che da sempre ed essenzialmente appartiene nel profondo alla band. Certo, l’ultimo sforzo in studio risentiva parecchio del tour celebrativo del debut album, dal momento che suonare “Funeral Fog”, “Freezing Moon” e “Pagan Fears” nella medesima sequenza e ogni singola sera per tre anni e spiccioli non poteva non influenzare, benché soltanto parzialmente, il songwriting di “Daemon” (2019). Tanto comunque è bastato per considerare l’opera un ritorno alle vecchie radici, un “classico” saturo della malvagità dei sanguinosi ’90.
Cosa ci si deve aspettare dunque dal nuovo “The Liturgy Of Death”? Sin dai secondi iniziali, il full-length emana la sprezzante sicurezza di un gruppo che non ha alcun interesse né a chiarire alcune scelte stilistiche né a piegare la schiena per compiacere le masse. Gli scandinavi compiono una sintesi tra le fioriture barocche e gli echi antichi dello scorso LP e la glacialità industrial del lungo periodo targato Blasphemer, con accenni, a livello di atmosfere ipnotiche, specialmente a “Ordo Ad Chao” (2007), servendosi, a corredo, di livide punteggiature melodiche à la Necrophobic e di una produzione, in carriera, forse mai così chirurgica e nitida. Completano il fagotto diabolico delle liriche che attingono ispirazione dall’umanesimo luciferino e da esperienze personali, incentrandosi – titolo e artwork già lo suggeriscono – sulla tematica della Morte, considerata una verità inevitabile capace di plasmare la coscienza e l’identità degli individui.
Percussioni di velluto marcio e cortine fumogene sintetiche aleggiano nell’aria di “Ephemeral Eternity”, con l’ugola di Attila Csihar a giungere presto, elastica e teatrale, intrecciata alla presenza discreta al microfono di Garm degli Ulver e a una musica che cambia costantemente umore. I tempi mutano, i riff svaniscono e all’improvviso riemergono, la batteria di Hellhammer, vera protagonista del platter, beccheggia propulsiva e architettonica, modellando una traccia eterodossa e dalle sfumature semi-prog, riottosa ad assestarsi e specimen della direzione generale del lavoro. La medesima irrequietezza randagia impregna appieno “Despair”, brano ansioso e claustrofobico, caratterizzato da blast beat che incalzano senza sosta e da assidue sovrapposizioni di pattern chitarristici, mentre le contorsioni vocali singer, distorte dal trambusto intorno, sembrano tendersi oltre i confini dell’umano. Si respira e si soffoca, un’altalena parimenti ravvisabile in “Weep For Nothing” e “Realm Of Endless Misery”, combo intrisa di tremolo picking, magia nera, oscurità e sensazioni di malessere che spesso sfociano in una liturgia cultuale funebre e disperata.
“Aeon’s End”, invece, punta dritto alla proverbiale aggressività della second wave, a differenza di una “Funeral Of Existence” dove i fraseggi di Teloch e Ghul si esercitano nella tecnica del travaso vicendevole, sostenuti dal basso di Necrobutcher, che qui spicca davvero molto, fornendo coesione laddove le asce rifiutano ancora una volta il concetto di stabilità. La canzone, malgrado la patina old school, non si risolve seguendo schemi fissi, non avviene nessuna liberazione catartica, nessuna chiusura armonica, il mistero resta irrisolto, la maniera forse migliore per rappresentare la caducità quale uno stato dell’essere e non alla stregua di un evento scioccante. Le scalfitture death di “Propitious Death” rendono il pezzo fisico e muscoloso, il giusto antipasto per “The Sentence Of Absolution”, odissea fluviale, elaborata, ritualistica, quasi una versione voodoo della title track di “De Mysteriis Dom Sathanas”. Trame di synth fluttuano sotto cordofoni dissonanti, inoculando una grazia atipica a una pista così abrasiva, poi la temperatura cerimoniale cresce a dismisura, il ritmo assume cadenze tribali, le voci si stratificano prima che il frontman concludi la partita, condividendo, attraverso i versi finali, non il rifiuto, bensì l’accettazione della mortalità.
S’intende, non tutto risulta perfetto, dall’eccessiva durata di qualche composizione a dei passaggi un po’ troppo confusi e dilatati, in cui l’autofagia caotica prevale sulla razionalità e il rigore; ciò nonostante, “Liturgy Of Death” riesce a ritagliarsi, per densità filosofica, magnetismo e indizi di ridefinizione, un posto d’onore nella discografia dei Mayhem. A proprio agio nel disagio.
Tracklist
01. Ephemeral Eternity
02. Despair
03. Weep For Nothing
04. Aeon’s End
05. Funeral Of Existence
06. Realm Of Endless Misery
07. Propitious Death
08. The Sentence Of Absolution

















