A poche ore dalla data parigina del 40 Years Anniversary Tour abbiamo avuto l’occasione per scambiare qualche parola con il chitarrista dei Mayhem Charles “Ghul” Hedger, ex ascia dei Cradle Of Filth e da dodici anni punto fermo della storica formazione norvegese, per molti la band simbolo assoluto del black metal. In attesa di vederli dal vivo mercoledì 11 dicembre al Live Music Club di Trezzo sull’Adda, il musicista inglese ci ha accompagnato in un viaggio che mescola passato, presente e futuro, tra esperienze sul palco, incontri decisivi e qualche opinione polemica. E, sullo sfondo, il fascino malefico di “De Mysteriis Dom Sathanas”

Ciao Charles e benvenuto sulle pagine di SpazioRock. È un grande piacere averti qui con noi, anche perché sei il primo musicista dei Mayhem che parla ai nostri microfoni. Come stai affrontando il primo giorno parigino del 40 Years Anniversary Tour?

Lo apprezzo molto, grazie. È il primo giorno del tour e, come sempre, niente è andato come previsto. Tutto è in ritardo, tutto è difficile, tutto è caos, ma è anche tutto normale.

Cosa ti aspetti da questo nuovo giro del mondo?

Beh, spero sia una proseguimento di quello che abbiamo fatto sinora quest’anno, ovvero una serie di show di grande successo per il tour celebrativo dei quarant’anni di attività dei Mayhem. È stato davvero accolto molto bene, è un qualcosa di davvero positivo per noi. Fondamentalmente, mi auguro di portare questi show in altri posti nei quali ancora non siamo stati, magari nelle Hawaii. Già sono in eccitante attesa del concerto di gennaio a Bangalore, in India, nazione in cui suoneremo per la prima volta.

Ho letto che ci saranno delle scenografie imponenti e che suonerete dei pezzi mai o poco interpretati dal vivo.

Allora, di solito partiamo dai pezzi più recenti e poi torniamo indietro, cercando di suonare canzoni rappresentative di ogni album. Per dirti, abbiamo suonato “Chimera”, un brano che non avevamo mai interpretato dal vivo in passato. E c’è anche dell’altro materiale, ovviamente. Abbiamo anche una specie di sorpresa, anzi, non si tratta proprio di una sorpresa, visto che l’abbiamo fatta abbastanza volte, ma suoniamo “Funeral Fog” con la voce di Dead tratta da “Live In Leipzig” che ci accompagna, un’esperienza incredibile sia per noi sia per il pubblico. Ti fa drizzare i capelli sulla nuca, sai, è una cosa davvero potente.

Visto che la setlist conterrà molti vecchi brani, vi è mai balenata l’idea di invitare degli ex membri come Maniac, Blapshemer o Blackthorn, musicisti che hanno segnato, in modo diverso, il percorso dei Mayhem?

Come probabilmente saprai, in alcuni degli show precedenti abbiamo avuto ospiti Billy Messiah alla voce e Manheim alla batteria, entrambi nei Mayhem in passato. E avevamo parlato o cercato di aprire delle comunicazioni anche con alcuni degli altri ragazzi. Semplicemente non ha funzionato, ma era sicuramente nei piani. Ci sarebbe piaciuto molto farlo. Ci avrebbe dato una grande gioia accogliere sul palco tutti coloro che avessero voluto essere coinvolti. Blasphemer è impegnato con molti progetti e non poteva, mentre del resto della truppa, beh, le cose non sono andate come desideravamo. Fortunatamente, aver avuto Billy Messiah e Manheim per alcuni grandi festival è stata una cosa incredibile e loro sono stati davvero, davvero eccezionali.

Mercoledì 11 settembre suonerete al Live Music Club di Trezzo sull’Adda, a pochi chilometri da Milano, città in cui avete suonato spesso e volentieri. C’è un rapporto particolare che i Mayhem e il pubblico italiano?

Oh, è fantastico suonare da voi, siete sempre stati così affettuosi con i Mayhem. C’è un tipo di calore speciale che la folla italiana riesce ogni volta a trasmetterci. Siete passionali, espressivi, accoglienti. Ed è molto più facile per una band suonare sul palco quando sente questa partecipazione così forte provenire dal pubblico. Ti dà così tanto. È una vera connessione, anzi, è  un’energia che si diffonde ovunque durante lo show. Sai, a volte sei stato in viaggio, probabilmente hai lasciato l’ultimo locale all’una di notte, magari non hai dormito perché le strade erano pessime e per di più hai avuto qualche problema con l’autobus. Quindi, quando arrivi alla venue, sei esausto e tutti intorno a te sono stressati. Poi sali sul palco e devi vivere il momento. Ed è molto più facile farlo quando la folla ti dà quel tipo di energia di cui ti ho parlato, anche se sei spossato e affamato. E tutto diventa improvvisamente magico.

Questa magia di cui parli non credi sia dovuta anche alla particolare alchimia creatasi tra di voi? È ormai dal 2012 che la line-up non vede rotazioni o smottamenti.

Questa è una bella domanda, davvero molto interessante. E posso dirti esattamente di cosa si tratta, perché ne abbiamo parlato molte volte tra di noi. Sai, andiamo molto d’accordo professionalmente. Ma ciò che tiene insieme la band come unità è che tutti noi siamo un po’ fottuti, in un modo o nell’altro. In qualche modo questo tipo di persone, questo tipo di menti possono lavorare insieme. Non potremmo lavorare con persone normali. Semplicemente non ci riusciremmo a incastrare, per così dire. E ciò che ci tiene insieme è il fatto che abbiamo tutti grandi personalità. Stiamo tutti tirando in direzioni diverse, il che dovrebbe sembrare negativo. Eppure, in qualche modo, quell’energia tiene il gruppo incredibilmente saldo, crea una sorta di vena di adrenalina costante che scorre continuamente in ciò che facciamo, perché c’è sempre questa tensione. Diciamo che è una specie di tensione amichevole, una tensione positiva. Quindi funziona più o meno così. Penso che il collante sia rappresentato dalla forza delle personalità delle persone coinvolte. Ed è questo che dà origine a un’esperienza molto forte ogni volta che suoniamo insieme.

Come quando portaste integralmente dal vivo “De Mysteriis Dom Sathanas” qualche anno fa? Cosa ha significato per te quel particolare tour celebrativo?

Assolutamente. Credo che la sensazione che ho avuto è la stessa che tutti avvertono quando hanno a che fare con “De Mysteriis Dom Sathanas”. È atmosfera, è pura emozione. Non puoi davvero spiegare razionalmente cosa si provi, è difficile da articolare con le parole. È quasi un’esperienza eterna. C’è qualcosa di grandioso in tutta la faccenda, qualcosa di molto ipnotico. Anche ora che lo ascolto, nonostante l’abbia suonato centinaia di volte, continua a sprigionare sempre quel qualcosa che è semplicemente una qualità intoccabile. E suonarlo dal vivo è impossibile esprimere cosa significhi. Essere lì mentre accade e contemporaneamente far parte dell’esperienza è un evento incredibilmente potente.

Restiamo un attimo su “De Mysteriis Dom Sathanas”. Ritieni che i Mayhem, attraverso quel disco e le sue tragiche vicissitudini, abbiano eternato l’autentico Male in musica? E che oggi continuino a diffonderlo?

Penso che sia impossibile parlare di questa band senza citarne la storia. È parte integrante di ciò che tutti sperimentano quando ascoltano la musica dei Mayhem. E anche ora c’è una grande autenticità in questo. Non siamo diventati dei tizi aziendali in giacca e cravatta che gestiscono un’attività. Certo, non è la stessa cosa di allora. Voglio dire, io non c’ero a quei tempi, ma la situazione è un po’ meno caotica. Siamo un po’ più consapevoli dei nostri comportamenti e delle nostre eccentricità, diciamo. Ma la cosa che penso sia importante che le persone capiscano o sentano è che ciò che facciamo artisticamente è sempre qualcosa di serio e onesto. Dico sul serio, non c’è nessun guadagno economico vero con i Mayhem. Non scriviamo mai album per prendere un po’ di soldi. Soltanto quando sentiamo di avere qualcosa da esprimere realizziamo un disco. Quindi è una questione complessa quando parli del Male, perché direi che tutti, in questa band, sono delle persone piuttosto perbene, ma ognuno ha i propri demoni. Ed è quello che cerchiamo di iniettare in ciò che facciamo artisticamente, perché è meglio sublimare i demoni nella musica piuttosto che farli agire nel mondo reale attraverso i nostri comportamenti. Ha senso, no?

Certo, ha così senso che nel 2021 siete riusciti a vincere il Norwegian Grammy Honorary Award. Alla fine il Diavolo vi ha ricompensato delle fatiche …

Sono d’accordo (ride, ndr). Parlando seriamente, le premiazioni in generale non mi interessano, ma il Norwegian Grammy Honorary Award ha davvero significato qualcosa. È un riconoscimento del contributo che i Mayhem hanno dato alla musica in tutti questi anni. Per me è stato semplicemente fantastico essere associato a qualcosa di così iconico. Tuttavia, penso di sentirmi personalmente più a mio agio con lo status di nemico pubblico, a essere del tutto onesti. E una cosa importante è che i Mayhem non siano mai scesi a compromessi o cercato di sanificare qualcosa. Non facciamo nulla per ottenere favori dalla stampa o dalle autorità, né saliamo sui carrozzoni delle cause popolari come altre band, ci atteniamo soltanto alla nostra musica e alle nostre idee. Di quello che scrivono su di noi non ce ne frega un cazzo.

Un’affermazione che profuma di strafottenza punk, un genere che possiamo considerare molto vicino al black metal, anzi, ne rappresenta una delle maggiori ispirazioni.

Assolutamente. Ci sono sicuramente delle somiglianze musicali in termini di alcune semplificazioni nel suonare la chitarra e di riff molto basati su power chord armonicamente semplici, almeno nel black metal delle origini. A livello di atteggiamento, c’era sicuramente lo stesso approccio anti-autorità, anti-società e anarchico del punk, anche se esso era un po’ più interessato a questioni politiche ed economiche, mentre il black metal si incentrava sulla resistenza alla tirannia religiosa e sull’abbracciare percorsi spirituali alternativi, Ma era la stessa energia ribelle che li alimentava, tanto che l’EP “Atavistic Black Disorder / Kommando”, pubblicato tre anni fa, nacque con l’idea di creare una connessione tra i due generi.

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Charles, con i Mayhem hai registrato un paio di dischi, “Esoteric Warfare” nel 2014 e “Daemon” cinque anni dopo. Se il primo, pur con i dovuti distinguo, è un parente stretto di “Grand Declaration Of War”, l’altro sembra una sorta di seconda parte di “De Mysteriis Dom Sathanas”. Quali dei due senti più tuo?

Rispetto a “Esoteric Warfare”, nel quale il songwriting è stato appannaggio di Teloch, “Daemon” mi ha coinvolto molto di più, visto che mi sono occupato personalmente della scrittura di “Bad Blood”, “Malum” e “Of Worms And Ruin”, pezzo di cui ho curato anche il testo. E credo sia interessante che tu lo definisca la seconda parte di “De Mysteriis Dom Sathanas”, perché quando lo stavamo scrivendo, eravamo appena usciti proprio dalla tournée celebrativa del platter del 1994. E visto che lo abbiamo suonato senza sosta per anni, esso è stato nel nostro sangue per tutto il tempo in cui stavamo componendo l’allora nuovo disco. Quindi, sì, quell’album leggendario ha sicuramente influito sull’ideazione e sul processo creativo di “Daemon”, a cui sono molto legato anche per il fatto di aver contribuito in prima persona a livello compositivo. Certo, quando mi guardo indietro, a volte mi sento un po’ in imbarazzo perché penso: “Oh, questa cosa avrei voluto farla meglio”. Ma, a rifletterci bene, “Daemon” resta un buon full-length, è esattamente ciò che volevamo che fosse e suona esattamente come volevamo che suonasse. Lo portiamo spesso dal vivo e questo ti dice molto, perché, quando mantieni un disco nei set live per così tanto tempo,  capisci davvero che le canzoni sono arrivate esattamente come e dove desideravi arrivassero. La gente reagisce sempre alla grande nel momento in cui partono “Falsified And Hated” o “Bad Blood”, ed è un motivo di orgoglio enorme aver partecipato attivamente a un progetto come “Daemon”. Ritengo sia un lavoro molto importante anche nella storia dei Mayhem, rappresenta una specie di ritorno all’ethos originale di “De Mysteriis Dom Sathanas”.

Un ritorno alle radici che, a mio parere, non si è limitato al copia e incolla.

Esatto, non abbiamo mai voluto replicare quel debutto. È un po’ un ritorno all’emozione e all’atmosfera delle radici, ma cercando di fare qualcosa di un po’ più originale con esse.

Necrobutcher, in una recente intervista rilasciata al podcast Everblack, ha dichiarato che avete in mano una ventina di demo per il prossimo album. Cosa puoi dirci al riguardo?

Teloch e io ne abbiamo parlato, ma non sono ancora venti, credo che abbiamo circa quindici o sedici idee di canzoni. E ci siamo già accordati su quali pezzi incentrare l’album. Quindi sarà il nostro prossimo obiettivo dopo questi concerti, probabilmente nel nuovo anno. È quello che cercheremo di fare. E come ti ho detto prima, ciò ha senso soltanto perché avremo di nuovo qualcosa da dire. C’è indubbiamente l’energia per fare qualcosa. Il prossimo passo sarà quello di mettere tutto in pratica.

Abbiamo accennato, in precedenza, alla storia dei Mayhem. Ne hai sentito il peso quando sei entrato nella band? Eri preoccupato di non riuscire a farne davvero parte?

Penso che, come  qualunque cosa tu faccia nella vita, quando ti viene assegnata una nuova posizione, devi sempre rispettare le scarpe che indossi. E naturalmente, dietro questa band, c’è una grande storia, ci sono Euronymous, Dead e tutto il resto. Tuttavia, non ero molto preoccupato perché conoscevo Attila Csihar da molto tempo, avevamo già un buon rapporto di amicizia. Quindi non c’era la necessità di rompere il ghiaccio, di superare delle inevitabili freddezze. Penso che se fossi stato un estraneo e avessi soltanto sentito le storie sui ragazzi, allora probabilmente avrei visto le cose in maniera un po’ diversa. Ma ero sicuramente consapevole della responsabilità che mi assumevo con un ruolo come questo, perché devi farlo. È un momento in cui devi mettere da parte tutto il tuo ego e dire a te stesso: “Questo non riguarda me. Non sono io la superstar, qui. Sto entrando in qualcosa che ha una sua eredità, una sua leggenda. E sono qui per onorare questo e non per aggiungerci qualcosa o per fare le mie cose. Devo onorare la posizione che è stata creata per me da una cosa molto più grande di me”. Penso di esserci riuscito e la testimonianza è il rispetto che i fan mi hanno sempre dimostrato, a maggior ragione per il fatto che sono un ex chitarrista dei Cradle Of Filth, band che i sostenitori dei Mayhem odiano a morte!

A proposito dei Cradle Of Filth, quanto sono stati importanti per la tua formazione come musicista?

È davvero interessante la questione e la risposta, suppongo, è che dipenda da come misuri l’importanza. Ovviamente, grazie ai Cradle Of Filth è iniziata la mia vita musicale. Sono passato dal basso alla chitarra e la registrazione di “Thornography” mi ha insegnato a capire quali fossero le mie reali capacità fuori da una determinata comfort zone e come si potesse incidere un disco in maniera incredibilmente professionale. Quindi potrei sostenere che è stata la mia esperienza più rilevante, anche perché attraverso essa e i vari tour condivisi, ho poi incontrato più volte Attila ed Hellhammer, quest’ultimo grande amico della voce femminile dei Cradle Of Filth di allora, Sarah Jezebel Deva. Tuttavia, lavorare con i Mayhem è stato molto più significativo sia in termini di tempo di militanza sia per ciò che ho fatto e continuo a fare artisticamente con loro. Ripeto, non sarei qui affatto se non fosse stato per l’impegno con i Cradle Of Filth, è una cosa oggettiva, ma se dovessi dire cosa sia più gratificante, ebbene, i Mahyem sono irrangiungibili.

E cosa mi dici dell’esperienza con gli Shining, con cui hai inciso il disco omonimo del 2023? È davvero così eccentrico Niklas “Kvaforth” Olsson?

L’esperienza con gli Shining è stata una sfida totalmente diversa dalle altre, ma non per questo meno appagante. Resteresti sorpreso da quante volte mi chiedono di Niklas, so che senti molto parlare di lui. Voglio dire, lui e io abbiamo sempre avuto un buon rapporto, non ci siamo mai riempiti di parolacce a vicenda e quindi, per esperienza personale, non ho niente di male da dire su questo ragazzo. Sicuramente è un personaggio impegnativo ed è probabilmente il motivo per cui andiamo d’accordo, sai. Ci completiamo alla perfezione, siamo in ottima simbiosi. Abbiamo sempre lavorato bene insieme e non c’è mai stato alcun tipo di problema negativo tra di noi.

Un’ultima domanda concerne certe derive odierne, forse sin troppo mainstream, di cui il black metal è spesso protagonista. L’anima nera del genere si sta via via sbiadendo?

Io sono cresciuto ascoltando soprattutto Emperor ed Enslaved, band che diffondevano un’epica nera la cui forza era percepibile soltanto da coloro in grado di entrare in sintonia con essa. Dunque no, non non è mai buona cosa annacquare le cose, per definizione e per l’anima del genere stesso. La musica e l’arte in generale, dalla pittura alla danza, non possono essere mainstream e, allo stesso tempo, conservare la propria anima, la propria autenticità. Il punto è che dovrebbero essere impegnative e difficili, e alla persona media non piacciono le sfide o le difficoltà. Quindi non può mai essere positivo che qualcosa come il black metal si trasformi in un genere di massa o che diventi anche solo sopportabile. E mi oppongo molto a questo, è una mia battaglia personale, perché voglio che tutti si sentano benvenuti a un concerto black, ma benvenuti a entrare e scoprire che non è il luogo in cui vorrebbero essere. Non voglio assolutamente che il pubblico, lo provi e dica: “Oh, sì, è accettabile, è bello”. Il black metal è un atto estremo, brutale, spiacevole, pericoloso. Ed è brutto, e non dovrebbe neanche essere facile. E se non sei il tipo di persona che è attratta da questo genere di cose, allora stanne alla larga. Non partecipare a un nostro live cercando di disinfettarlo, pulirlo, renderlo tollerabile per te stesso. Se non gradisici, va bene. Ma poi vaffanculo, perché a noi piace così.

Ma non sei contro un processo evolutivo del genere, mi sbaglio?

Sono senz’altro a favore, ma bisogna creare degli album validi, significativi. Dire, esprimere qualcosa, e lasciare che siano altri ad affibbiare delle etichette. Per me il black metal ha sempre avuto a che fare con il trasportare la mente in un altro regno; se questo non avviene, non è black metal.

Charles, grazie mille per il tempo che ci hai dedicato. Cosa vorresti condividere con i nostri lettori e i tanti fan italiani dei Mayhem?

Innanzitutto voglio dire che è stato bello e stimolante parlare con te, davvero. Grazie, poi, per tutto il supporto nel corso degli anni. E spero davvero che tutti possiate essere qui con noi quando saremo a Milano il prossimo mercoledì. Perché sarà uno spettacolo completamente diverso da qualsiasi cosa abbiate mai visto fare da noi prima. Tra l’altro è un evento una tantum. Penso che sarà meglio ricordarsene piuttosto che sentirselo raccontare dopo, non credete? A presto.

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