Gli Orange Goblin, a dispetto di un solido catalogo discografico, di rado vengono considerati una band di primo piano nel mondo stoner, anche a onta di un discreto successo commerciale e di un numero di concerti da far girare la testa, girandola che soltanto la pandemia è stata in grado di arrestare. I britannici, d’altronde, ancorché vengano inclusi nel grande calderone di Electric Wizard, Fu Manchu, Kyuss, Sleep e compagnia, si alimentano, sin dagli albori, di molteplici influenze, aspetto, quest’ultimo, che se da un lato ne dimostra l’estremo eclettismo, dall’altro li colloca, dal punto di vista del genere, in una terra di mezzo talora prossima a un’indefinitezza non sempre benefica. In ogni caso, a sei primavere dal rilascio del discreto “The Wolf Bites Back”, il quartetto torna con un decimo album in studio, “Science, Not Fiction”, che presenta un paio di rilevanti novità: l’ingresso, in una line-up stabile dal 1995, del bassista Henry Armstrong al posto del dimissionario Martyn Millard si affianca alla scelta di affidare la cabina di regia al veterano Mike Exeter, già al lavoro con Black Sabbath, Cradle Of Filth, Judas Priest, Heaven & Hell. E sicuramente la produzione calda e frizzante, con le caratteristiche tonalità vintage che non pregiudicano la nitidezza dell’insieme, rappresenta, senza alcun dubbio, la carta migliore del full-length.
Attraversato da liriche che, a volte con fare anacronistico e confusionario, mescolano narrativa distopica, cinematografia horror, scienza e religione, il platter si dipana, a livello musicale, ricalcando un po’ l’approccio open mind di Dave Wyndorf e dei suoi Monster Magnet, ovvero un sound panoramico e dall’odore mainstream, capace sì di abbracciare qualsiasi espressione del rock e dintorni, ma figlio di una scrittura spesso manieristica e prevedibile. Il frontman Ben Ward, il cui cantato roco e pastoso non sembra conoscere né cercare troppe variazioni, pure quando la traccia lo richiederebbe a voce alta, tiene comunque ferma con esperienza la barra di comando, potendo contare su una formazione a pieni giri, che si dimostra subito in buona vena con le rigature space e la pesantezza valvolare di “The Fire At The Centre Of The Earth Is Mine” e attraverso l’appeal radiofonico di “(Not) Rocket Science”, quasi una “Go With The Flow” a velocità più sostenuta e percorsa da scalfitture AC/DC anni ’70. La serrata “Ascend The Negative”, invece, aggrega elementi southern e classic heavy, riuscendo a creare un’atmosfera cupamente sabbathiana e allo stesso tempo intrisa del vigore scontroso che incarna i migliori lavori dei londinesi, nello specifico “Coup De Grâce” (2002).
Gli arpeggi cosmici che aprono l’ambiziosa “False Hope Diet” si trasformano, poi, in un piacevole duello di chitarra ritmica e ascia solista, eppure, malgrado le venature prog di matrice King Crimson e le sfumature lisergiche dal sapore Pink Floyd epoca Syd Barrett conferiscano una certa nobiltà all’insieme, la canzone appare malferma e disomogenea, oltre che arrangiata in maniera discutibile. Dopo un’introduzione sobria e meditabonda, “Cemetery Rats” riposiziona sul retto cammino il platter grazie alla formula esplosiva Hawkwind/Motörhead e di un’ambientazione da Hammer movie, mentre “The Fury Of A Patient Man”, al pari di “Gemini (Twins Of Evil)” e “The Justice Knife”, benché prodighe di minacciosa orecchiabilità, continuano a mancare di peso e carattere, e qualora qualcuno si sbizzarrisse nell’incrociare i testi dei pezzi in questione, nessuno, verosimilmente, avvertirebbe le prurigini della sostituzione. Proseguendo sull’altalena, si torna a spingere con “End Of Trasmission” e la bonus track “Eye Of The Minotaur”, che fluttuano in orbita prima di sfrecciare nell’infinito, l’una rovistando dall’autobiografico sacco psichedelico di “Frequencies From Planet Ten” (1997), l’altra dal roccioso guardaroba dei vecchi Black Label Society.
Con “Science, Not Fiction”, gli Orange Goblin, forse, si proponevano, in piccolo, di seguire la strada dei Metallica e dei Queens Of The Stone Age, che, a un punto focale della loro carriera, decisero di andare oltre determinati steccati, regalandoci due pietre miliari come il Black Album e “Songs For The Deaf”. Il parco soluzioni del songwriting, però, convince a singhiozzo, fra idee incisive, momenti di stagnazione e la sensazione diffusa che passare da folletti a giganti resta appannaggio di pochi.
Tracklist
01. The Fire At The Centre Of The Earth Is Mine
02. (Not) Rocket Science
03. Ascend The Negative
04. False Hope Diet
05. Cemetary Rats
06. The Fury Of A Patient Man
07. Gemini (Twins Of Evil)
08. The Justice Knife
09. End Of Transmission
10. Eye Of The Minotaur (bonus track)
















