Costituiscono legione i gruppi metal, al pari delle opere cinematografiche e letterarie, che trattano della mitologia dei pirati, dai pionieri Running Wild agli Alestorm, dagli Swashbuckle ai Visions Of Atlantis, sino ad arrivare alle Pirate Queen, ultime arrivate in casa Napalm Records. Ed è proprio la label tedesca, che dai tempi di “First Night Back In Port” (2017) ne pubblica le release, a patrocinare il rilascio del nuovo album degli Ye Banished Privateers, definibile quale una sorta di comune, visti i quasi venti membri ufficiali della line-up. Gli svedesi, agghindati con costumi ad hoc durante le registrazioni dei video e le esibizioni dal vivo, si dedicano a un pirate folk che trae ispirazione soprattutto dalla musica popolare irlandese e in misura minore da quella scandinava, imbottendolo di sea shanty e dello spirito celtic punk figlio di uno Shane McGowan in salsa costiera.
Una formula ormai oliatissima e dai riscontri live sempre molto positivi, che trova ulteriore linfa in questo “’Til The Sea Shall Give Up Her Dead”, composto da canzoni sì semplici nella struttura, ma dagli arrangiamenti piuttosto meticolosi, capaci, a seconda dell’umore dei brani, di lasciare spazio a vigorosi cori polifonici o a effetti sonori a tema come il canto dei gabbiani, lo sciabordio delle onde contro la fiancata delle navi, lo scricchiolio delle assi, gli spari dell’artiglieria. Dodici tracce ricche di strofe e ritornelli orecchiabili, con voci maschili e femminili che si alternano anche nella medesima canzone e il resto della crew pronta a unirsi al momento di intonare i refrain, il tutto accompagnato da una pletora di strumenti tradizionali e da una visione lirica nella quale le star, sorpresa delle sorprese, non rispondono ai nomi e alle imprese né di Barbanera né di Henry Morgan.
Le canzoni, che prendono spunto, romanzandoli, da celebri e spesso tragici episodi storici, descrivono soprattutto cosa significhi cadere preda di tali circostanze e il tentativo, da parte degli oppressi, di sottrarsi in qualunque modo al destino avverso loro riservato. Il collettivo di Umeå evita dunque di concentrarsi sul lato festaiolo e leggendario del mondo corsaro, come del resto titolo e artwork già suggeriscono, preferendo piuttosto evocare le precarie condizioni di vita di coloro che sceglievano di consacrarsi al brigantaggio marittimo perché costretti a vivere ai margini della società, gli stessi derelitti protagonisti dei brani dei The Pogues. E sovente diventando dei morti senza nome che ancora oggi, forse, pullulano nelle profondità degli abissi marini.
Il volteggiare frenetico di “The Cranker”, la tarantella gaelica “A Hardworking Crew”, i brindisi a colpi di whisky e cameratismo solidale di “Raise Your Glass” e “Mates Together” vengono attraversati da una malinconia e da una sofferenza di fondo, emozioni che affiorano palesi in “Whydah Galley” e “Chained Below”, due pezzi intrisi dell’inumanità delle navi negriere e dell’orrore dello schiavismo americano. Le ballad “Waves Away”, “As The Tree Falls”, “The Sailmaker’s Song”, invece, catturano le sensazioni agrodolci di un’esistenza al di fuori della legge e continuamente in balia delle tempeste oceaniche, trasmettendo un flavor che ricorda i Fairport Convention di “A Sailor’s Life”, mentre uno dei migliori pezzi del lotto, “A Final Toast For Oliver Cromwell”, basa la propria forza sull’odio nei confronti del Lord Protettore dal pugno di ferro, astio ribadito a suon di volgari improperi e di immagini ai confini del truculento. E se “Ships Lost Of The Sea” rappresenta un mesto lamento dalle sfumature balcaniche per i troppi velieri alla deriva nelle acque dei secoli XVII e XVIII, “Here’s The Royal Navy” racconta, con tono dolorosamente beffardo, le spedizioni senza ritorno di equipaggi privi di cibo e del conforto del rum, ma con i topi e il vaiolo ad assurgere a loro fedeli compagni di viaggio.
Gli Ye Banished Privateers, in “’Til The Sea Shall Give Up Her Dead”, risultano, ancora una volta, abbastanza originali e in grado di giocare sul chiaroscuri delle atmosfere e delle melodie, riuscendo sia a limitare al massimo i cliché di genere sia a squarciare il velo su ciò che si cela dietro l’alcolica spensieratezza di uno Jack Sparrow qualunque. The golden (?) age of piracy is back!
Tracklist
01. The Cranker
02. Waves Away
03. A Final Toast For Oliver Cromwell
04. Raise Your Glass
05. A Hardworking Crew
06. As The Tree Falls
07. Whydah Galley
08. Chained Below
09. Ships Lost At Sea
10. Here’s To The Royal Navy
11. Mates Together
12. Sailmaker’s Song

















