Siamo giunti finalmente all’ottava serata di questo Venice Doc Festival, una tra le più attese da molti fan e addetti ai lavori tutti (fotografi compresi, perché sta arrivando il “carrarmato rock” per antonomasia,citando il titolo di un loro brano: signore e signori prendete posto, accendete le gambe, il cuore e il cervello, sta per iniziare Il Teatro Degli Orrori.
Il palco è bello denso di attrezzature tra amplificatori, particolari strisce di fari a led, luci strobo e quant’altro, lasciando comunque sufficiente spazio per le “evoluzioni” dei Nostri, famosi ormai in tutto lo stivale per la dose di adrenalina spesa sui palchi; dietro a tutto campeggia enorme un telone quadrato che ripropone “Face Cancel”, opera di Roberto Coda Zabetta e copertina dell’ultimo lavoro “Il Mondo Nuovo”, da cui sono tratti più di metà dei brani proposti questa sera.
Una partenza al tritolo con “Non vedo l’ora” e poi “Skopje” (terza e quarta traccia del disco appena citato), e tutti i nuovi ingredienti si fanno apprezzare: oltre allo spettacolo di luci, la formazione allargata a 6 (un chitarrista e un tastierista aggiunti oltre i quattro membri della band) supporta magnificamente le variegate trame noise-rock (vedi Jesus Lizard, Shellac, primi Helmet) da sempre marchio di fabbrica del Teatro, creando un compatto wall-of-sound granitico quando serve, colorando con arpeggi e tappeti di synth nelle parti più melodiche, a tratti molto scure e quasi claustrofobiche (altro lato che li contraddistingue e fortemente presente nelle nuove composizioni).
Davanti, al centro di tutto, tra il bassista e produttore Giulio Favero a destra ed il virtuoso chitarrista mancino Gionata Mirai (già chitarra e voce nei Super Elastic Bubble Plastic) a sinistra, il frontman Pierpaolo Capovilla interpreta i brani con la storica passione e teatralità (un Carmelo Bene versione punk rock, potremmo dire): proclami di denuncia sociale e politica, tra scatti nervosi e pose statiche nelle quali si blocca statuario (una mano alla cinta e l’altra dritta al cielo con il microfono in mano) a scrutare il pubblico attento e annichilito, pronto a scattare con il solito ghigno mefistofelico sull’ennesima bordata sonora dei compagni. Dietro, sul palchetto di poco rialzato, tra il chitarrista Marcello Batelli ed il tastierista Kole Laca, esatto opposto del cantante (e per questo ad esso complementare) il batterista schivo e nascosto dietro la sua enorme grancassa Francesco “Franz” Valente, magro e tutto nervo, che picchia come un fabbro per le quasi 2 ore di show, con movimenti alti dei gomiti (alla Dave Grohl di “In Utero” dei Nirvana), martello compressore e instancabile motore di questa macchina da live rock.
Il concerto fila liscio, interrompendosi di tanto in tanto per brevi pause che consentono a tutti di riprendere il fiato (sopra e sotto il palco l’energia spesa è davvero tanta) e per alcuni fondamentali discorsi cui Capovilla ha da tempo abituato il suo pubblico: quello sul disastro che si consuma nel delta del Niger, dove grandi compagnie petrolifere, tra cui l’ENI, devastano ambiente e popolazione per i propri interessi, è tra i più cari al cantante, e le sue parole echeggiano ancor più preoccupanti e solenni nell’eco naturale dello spazio aperto, precise come introduzione dei 2 brani che seguono, “Gli Stati Uniti D’Africa” e “A Sangue Freddo” (anche titolo del secondo disco, nonché opera di Truman Capote), che colpiscono al cuore e coinvolgono tutto il pubblico presente. Prima ancora viene ricordato l’anniversario della morte di Carlo Giuliani, 11 anni fa proprio in questi giorni, dedicandogli la canzone “Alt!”.
Il set ufficiale viene chiuso con i cavalli di battaglia tanto attesi “Compagna Teresa” (“Dedicata alle donne, meravigliose e indispensabili creature divine”) e “La Canzone Di Tom”, struggente capolavoro che tocca l’anima nel profondo, ancora di più in questa versione live molto intensa.
Mentre tutti scendono dal palco per la classica pausa, Favero urla al microfono “Dedichiamo questo concerto a Dario Perissutti, nostro grande amico.” (batterista storico degli One Dimensional Man, fondamentale formazione noise italiana con lo stesso Favero e Capovilla, che abita in zona ed è presente tra il pubblico stasera, ndr). Classico rientro per un veloce commiato con i brani “Nicolaj” e “Majakovskij”, altro punto di riferimento della poetica capovilliana.
Poco dopo la fine del concerto (giusto il tempo di raccogliere qualche opinione tra i presenti) raggiungo il backstage, grazie al pass concessomi dai generosi organizzatori (ringraziati anche dalla band per “l’amorevole trattamento”). Riesco a salutare il batterista Franz (incredibilmente ancora pieno di energia!), recuperare una scaletta e incontrare Capovilla e Favero, che disponibilissimi si lasciano disturbare per due chiacchiere e per correggere l’elenco brani che ho in mano, dimostrando continuità “comunicativa” anche giù dal palco, senza nessuna posa da rockstar, con sorrisi e strette di mano inequivocabilmente genuine.
Un concerto davvero di alto livello, per forma e contenuti, che coinvolge il corpo (nel pogo) e la mente, facendo emozionare e ragionare. Per i tanti che li avevano già visti in passato un motivo in più per sentire i nuovi brani, la nuova formazione, luci e colori e atmosfera del live su palco “estivo”. Per chi li ha visti per la prima volta la piacevole e spiazzante sorpresa che in Italia le rock band d’alta caratura ci sono, anche se non passano trenta volte al girono nelle radio e TV, che hanno qualcosa da dire e sanno farlo senza tralasciare l’aspetto musicale, con live davvero intensi. Concludo citando le parole dello stesso Capovilla, sintesi della loro ragion d’essere: ”Noi suoniamo nella convinzione che il rock possa essere cultura in questo paese! Non solo intrattenimento e costume.”.
SETLIST:
01. Non Vedo L’Ora
02. Skopje
03. Alt!
04. Io Cerco Te
05. È Colpa Mia
06. Pablo
07. Gli Stati Uniti D’Africa
08. A sangue freddo
09. In Due
10. Doris
11. Monica
12. Ion
13. E Lei Venne!
14. Compagna Teresa
15. La Canzone Di Tom
Bis:
16. Nicolaj
17. Majakovskij









