La colonna sonora perfetta per un Halloween truculento.

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Bokkerijders – Crush Kill Destroy (Personal Records)

L’EP “Silver Dust And Swords Of Gold”, oltre a costituire l’esordio dei Bokkerijders. è stata una delle ultime release della Babylon Doom Cult Records prima che la label gettasse definitivamente la spugna. Di conseguenza, i belgi hanno dovuto cercare un nuovo datore di lavoro, trovandolo nella messicana Personal Records, scuderia presso la quale viene ora diffuso il debut album “Crush Kill Destroy”. Chiunque pensi subito a etichette e sottogeneri quando si parla del quartetto di Gand, si trova già sulla strada sbagliata. Il gruppo, allergico alle classificazioni convenzionali, mescola black metal, speed, thrash e punk con grande disinvoltura, ma, sebbene il full-length mantenga in gran parte la promessa del titolo, sotto l’apparenza del martellamento continuo e diretto si cela qualcosa di più. In questo senso, la produzione rappresenta un punto di forza fondamentale, grezza e a tratti persino sporca, eppure abbastanza nitida da regalare ai riff lo spazio necessario per respirare. Riff – e brevi assoli – che il combo accumula l’uno sull’altro con una spigliatezza quasi vorace, senza però scadere in inutili complessità e virtuosismi interminabili al fine di ostentare abilità tecniche sovrumane. Insomma, un ottimo esordio, in memoria del chitarrista Wouter Lemmens scomparso nel 2025.

Tracce consigliate: “Ashen Scream”, “Crush Kill Destroy”, “Fire Chaser”

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Mastic Scum – Void (MDD Records)

Oltre tre decenni trascorsi nel sottobosco austriaco meritano, di per sé, rispetto. I Mastic Scum, nati a Salisburgo nel 1992 e oggi di base a Vienna, si sono evoluti nel corso delle primavere, passando da brutali e frenetiche sonorità grindcore a un algido technical death metal. In questo settimo lavoro in studio a nome “Void”, lo stile del gruppo assume una connotazione ancora più industrial e meccanica, inglobando influenze da Ministry e soprattutto Fear Factory: i riff profondi e aggressivi di Harry Gandler, la precisione millimetrica della sezione ritmica composta da Dominique Heine e Stephan Huber e la feroce interpretazione vocale di Maggo Wenzel danno vita a un pacchetto musicale di grande impatto da cui emerge, a tratti, un certo groove, mentre la produzione, curata presso il Grindlab Studio, conferisce al materiale trasparenza e notevole compattezza. Ulteriori sfumature vengono apportate dai contributi degli ospiti al microfono, con Andy Dude dei Throwback, Mike Kronstorfer dei Before The Fall e Sebastian Grihm dei Cytotoxin che arricchiscono l’insieme senza alterare l’orientamento di fondo della band. Un lavoro fisico, freddo e opprimente, perfetto per esplorare la decadenza, il caos e la distruzione dell’esistenza umana.

Tracce consigliate: “Arise // Erase”, “Aftermath”, “Cut The Nerve”

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Radbraker – When The Mist Falls… (Osmose Productions)

Pubblicare il proprio disco di debutto sulla leggendaria Osmose Productions rappresenta senza dubbio un sogno per molte band, malgrado l’epoca d’oro dell’etichetta francese appaia lontana. I Radbraker, nuovo gruppo composto, tra gli altri, da membri di Aerdryk, Dudsekop ed Her Fault, riescono nell’intento di accasarsi presso la label transalpina e, con entrambi i piedi nel fango fiammingo e il vento in faccia, imbracciano le armi in “When The Mist Falls…”, concept album che collega gli aspetti più crudi della vita rurale all’oppressione, alla disperazione, alla rabbia repressa. Non si tratta dunque di evocare immagini romantiche di ruscelli gorgoglianti e mucche al pascolo, ma di innalzare un’ode all’insoddisfazione, all’odio, all’impulso di liberarsi dalle catene. Dal punto di vista sonoro, i belgi ci propinano un black metal grezzo e diretto, nel quale atmosfera e intensità si fondono quasi alla perfezione: agghiaccianti riff in tremolo e voci velenose costituiscono le fondamenta del full-length, mentre cupi passaggi in mid-tempo, accenti melodici e sezioni acustiche forniscono a esso la necessaria varietà. Un long playing che trasuda terra bagnata, puzzo di capre e frustrazioni irrisolte: evviva!

Tracce consigliate: “Edele Gramschap”, “Katharsis”, Danst, Bok Dans”

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Sépulcre – Cryptic Temple Of Otherworldly Abhorrations (Invictus Productions)

Dopo l’EP “Cursed Ways Of Sheols” del 2022, la band bretone Sépulcre torna con il full-length di debutto “Cryptic Temple Of Otherworldly Abhorrations”. Il titolo lascia poco spazio all’immaginazione, poiché chiunque tenti un’audace avventura negli umidi ipogei non si aspetta certo il sole caldo dell’estate. I francesi preferiscono dunque rifugiarsi nelle profondità più oscure del metallo della morte, luogo in cui il trapasso non rappresenta un punto di arrivo, ma una porta d’accesso a qualcosa che sfida la comprensione umana. Dal punto di vista musicale, il quartetto rimane fedele all’approccio macabro e funebre dello scorso mini, concentrandosi principalmente sull’eviscerare l’essenza del genere: chitarre massicce, un clima soffocante, la sensazione sinistra che sotto la superficie si nascondano orrori inenarrabili. Pertanto, le sette tracce formano un oscuro periplo attraverso le catacombe degli inferi, ove metallo della morte e doom mormorano e si avvinghiano, con nomi come Grave Miasma e Morbid Angel che riecheggiano minacciosamente. I transalpini garantiscono dunque un viaggio nel peggiore degli incubi, in cui atmosfera e pesantezza sono importanti almeno quanto il numero di cadaveri gettati alle loro spalle lungo il cammino.

Tracce consigliate: “Abyssum Drakon”, “Katabasis”, “Darkness Rules Supreme”

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Urarv – Nychta Psychis (Darkness Shall Rise Productions)

Dopo i buoni “Aurum” (2017) e “Substratum” (2023), la terza fatica degli Urarv, “Nychta Psychis”, è stato presentato come un omaggio ai lavori più antichi dei Dødheimsgard, soprattutto in virtù del fatto che la band include al microfono il loro vecchio singer Aldrahn. In realtà, ci troviamo di fronte a qualcosa di decisamente meno tradizionale e assimilabile rispetto ai primi lavori dei DHG, nonostante l’album contenga un groove così ondeggiante da invitare spesso all’headbanging. Benché a tratti il platter suoni chiaramente come un figlio diretto della seconda wave norvegese, acuto, rumoroso, con una discreta dose di distorsione nel motore, le linee di basso di Sturt si diramano in così tante direzioni da non rappresentare soltanto dei semplici compagni di viaggio delle asce. Inoltre, sintetizzatori psichedelici e inquietanti effetti vocali, uniti alla folle versatilità del frontman scandinavo, contribuiscono ad allontanare il disco dalla natura old-school di “Kronet Til Konge” (1995), mentre i passaggi di chitarra acustica fanno pensare ai Ved Buens Ende e non certo agli Ulver degli albori. Eppure, il tutto riesce a conservare una malevola orecchiabilità, per trentadue minuti di pura avanguardia sonora oscura.

Tracce consigliate: “Dødheimsgard”, “Operation Genocide”, “Youniverse”

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