Poco dopo la pubblicazione di “Dark Parade“ (2023), i Cirith Ungol comunicarono lo stop alle attività dal vivo a partire dal 2025, lasciando però aperta la porta a future pubblicazioni in studio. Il rilascio del loro settimo full-length e l’annuncio di ulteriori date live per il 2026 e il 2027 giungono in sincronia: evidentemente, al batterista Robert Garven e al frontman Tim Baker pare tornata una gran voglia di rimettersi a pedalare, soprassedendo persino all’assenza dei due storici chitarristi Jim Barraza e Greg Lindstrom, fuori dalla formazione per motivi non proprio chiari. Il bassista Jarvis Leatherby, primo artefice della reunion della band undici anni fa e padre padrone della medesima, ha prontamente reclutato alle asce Armand John Anthony, suo compagno nei Night Demon e responsabile di registrazione, mix e mastering di “All The Shadows”.
Se da un lato il disco, per ovvie ragioni, manca degli assoli bluesy e carichi di pathos caratteristici dei lavori anteriori, dall’altro lo stile del nuovo axeman, radicato nel metal tradizionale di matrice anglosassone, lo conduce verso territori classic heavy ricchi di armonizzazioni e scevri del retaggio dei ’70, alleggerendo il granitico e allucinatorio epic doom del gruppo. La produzione, analogica nell’anima, ma moderna nella definizione, regala ai brani una livrea forse mai così tellurica, intrisa, as usual, del timbro acido e disarmonico del singer, cantore di avventure sword and sorcery dal forte retrogusto apocalittico e allegorico, mentre l’artwork, ancora una volta, vede protagonista il personaggio principale della saga di Michael Moorcock, Elric di Melniboné, raffigurato in uno dei tanti dipinti a tema di Michael Whelan. Un cupo antieroe che non riveste il semplice ruolo di mascotte estetica, fungendo da paradigma interpretativo delle liriche dei californiani.
In apertura, l’incedere rapido e serrato della title track mobilita lo spirito heavy di “One Foot In Hell” (1986), con Garven che spinge marziale sul drumkit, dimostrando una grande sensibilità per quelle fini e roventi decorazioni che Anthony riesce a replicare magistralmente alle sei corde. Una partenza incisiva, capace di rivaleggiare con le opener scritte dal gruppo durante l’intero arco della carriera e alla quale seguono il solenne mid-tempo “This Mortal Stain”, e la più aggressiva “Turning Blind”, canzone dalla maestosa sezione centrale che, nei cori di supporto, potrebbe addirittura richiamare – seppur in modo molto contenuto – le atmosfere d’alta quota tipiche dei Borknagar.
Laddove l’epica di “Shallow Reflection” trae linfa, a livello di groove, tanto dagli Iron Maiden quanto dai Thin Lizzy, con sfumature southern rock e incursioni melodiche di stampo NWOBHM a speziare l’insieme, e l’afflato dark di “Empty Tomb” richiami, in tono minore, alcuni pezzi di grido dei californiani come “War Eternal” o “King Of The Dead”, la power ballad “On Broken Wings” fatica a restare ferma a lungo sugli arpeggi acustici, impennandosi ripetutamente tra le grida sofferte di Baker e un finale lanciato al galoppo. La vischiosa psichedelia di “Hollow Nimbs” e i sussurri maligni della drammatica “Venus In Thirds” concludono un lavoro di buona levatura, benché non paragonabile, per complessità, atmosfera e imponenza, a “Forever Black” (2020) e allo scorso opus, per non parlare poi dei vecchi capolavori.
Simili alle divinità della letteratura fantasy che si risvegliano da un sonno millenario soltanto quando i tempi sembrano diventare irrimediabilmente cupi, i Cirith Ungol salgono sulle spalle di “All The Shadows”, osservando il mondo andare in malora prima di tornare ad appisolarsi. E forse a ridestarsi alla vigilia della prossima catastrofe.
Tracklist
01. All The Shadows
02. This Mortal Stain
03. Turning Blind
04. Shallow Reflection
05. Empty Tomb
06. On Broken Wings
07. Hollow Nimbus
08. Venus In Thirds

















