Articolo a cura di Davide Tomasi e Giulia Franceschini

A quattro anni dalle sperimentazioni elettroniche di “EBM”, con “Surface, Echo & Sound” gli Editors tornano a una dimensione più intima e organica. La band britannica si ritrova infatti in studio a fare musica semplicemente imbracciando i propri strumenti e suonando insieme, innescando un processo di scrittura e produzione spontaneo che sfocia in questo ottavo lavoro.

Contaminato dalla recente esperienza solista del frontman Tom Smith – che lo scorso dicembre ha pubblicato il suo debutto “There Is Nothing in Dark That Isn’t There in the Light”, “Surface, Echo & Sound” parla alla nostra emotività, attraversando il “rumore del mondo moderno” e le difficoltà che questo genera nelle nostre vite.

La band tornerà in Italia per un’unica data all’Alcatraz di Milano il prossimo 3 febbraio.

Ciao ragazzi, bentornati su SpazioRock, come state? Come sta andando la giornata?

Editors (Tom e Elliot): Tutto bene, è bello essere tornati. È sempre un piacere essere qui.

Il vostro nuovo album “Surface, Echo & Sound” è in uscita il 30 ottobre. Come vi sentite riguardo a questo nuovo lavoro? 

Editors (Tom): Molto bene. Non è di certo la nostra prima volta, ma siamo ancora entusiasti di pubblicare nuovi dischi. È ancora una bella sensazione donare musica al mondo e vedere come reagisce il nostro pubblico. Si inizia con i singoli, ma ora penso che siamo al punto in cui non vediamo l’ora che esca l’intero disco in modo che la gente possa capire di cosa si tratta nel suo insieme. Il formato album è ancora qualcosa che riteniamo importante, creativamente appagante e sì, quindi siamo entusiasti.

Questo disco sembra avere una natura completamente diversa rispetto al vostro lavoro precedente, “EBM” (2022), nel quale avevate esplorato sonorità più elettroniche. Questa volta sembra che siate tornati ad un approccio più essenziale. Come descrivereste il percorso che vi ha portato da “EBM” a “Surface, Echo & Sound”? 

Editors (Elliot): Tendiamo sempre a essere leggermente reattivi, nel senso che ci piace cambiare le cose. Ma fare “EBM” con Ben (Blanck Mass), che ha lavorato con noi su quel disco, è stato un po’ il culmine di una serie di album, “In Dream”, “Violence” e poi “EBM”. Ed “EBM” è stato probabilmente il lavoro più abrasivo e veloce che abbiamo mai fatto, ed è anche molto diretto. Penso che dopo quel lavoro abbiamo sentito di non avere altro da esplorare in quella direzione, considerando anche il tour successivo. Non ci sediamo mai a discutere dicendo cose del tipo “ora facciamo questo”, ma c’era una sensazione condivisa riguardo al voler tornare insieme in una stanza. Inoltre Ben non era disponibile perché era molto occupato con altri lavori, essendo un prolifico compositore di colonne sonore. Quindi sapevamo che non ci sarebbe stato. Penso che noi cinque abbiamo sentito che dovevamo solo tornare in una stanza, lavorare su alcune canzoni che Tom aveva, senza pensare affatto al lato della registrazione o allo studio, ma solo stare con i nostri strumenti, stare insieme e vedere cosa sarebbe successo. Ed è cresciuto tutto in modo molto organico da lì.

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©RAHI REZVANI

Tom ha pubblicato il suo primo album da solista, “There Is Nothing in Dark That Isn’t There in the Light”, a dicembre dello scorso anno, nato da un approccio simile e che tratta argomenti simili. Le due opere sono collegate in qualche modo?

Editors (Tom): Sono tutti collegati, tutti i dischi sono collegati. Penso che per me fare quel disco sia stata una cosa piuttosto potente. La registrazione e la scrittura, lavorando con Iain Archer che lo produceva e sviluppando insieme le canzoni dal punto di vista del songwriting, è stata una novità per me. E poi prendere quel disco e fare alcuni concerti intimi, suonare in modo molto semplice in serate acustiche piccolissime e tranquille, suonando il mio disco ma anche canzoni degli Editors. Ha lasciato il segno su di me e la potenza di quelle serate, unita alla connessione con il pubblico, era con me quando sono entrato in studio con la band. Penso sia del tutto naturale che abbia lasciato un’eco in questo disco. Tematicamente è molto simile. Forse il mio disco è un po’ più personale nel tono e un po’ meno criptico; con la band mi piace essere più creativo, ambiguo o superficiale con certi riferimenti visivi. Ma essenzialmente si tratta di cercare di trovare la luce nell’oscurità, è lo stesso tipo di ricerca.

Il titolo di questo nuovo album, “Surface Echo & Sound”, è una sorta di mantra ricorrente che appare ripetutamente nelle prime due canzoni del disco. Come avete scelto questi tre elementi per sintetizzare il lavoro?

Editors (Tom): In un certo senso sono loro a scegliere te nel corso della realizzazione del disco. Succedono delle cose o delle parole saltano fuori dalle canzoni per qualsiasi motivo e sembrano significative, oppure Russell o Elliot dicono “oh, in realtà dovremmo chiamare l’album così”. Non è voluto fin dall’inizio, non è un concept. Ma dopo un po’ ho riflettuto su cosa significano quelle tre parole in “Call It In”. In quel brano sono un riferimento al rumore moderno, al mondo in cui viviamo, al modo in cui viene vissuto e a quanto sia spaventoso e minaccioso la maggior parte del tempo. Questo rumore è ciò a cui mi riferisco come “surface echo and sound” e alimenta l’ansia su cui si basano molte canzoni. Con questo in mente, abbiamo deciso che era il titolo giusto. E poi ho ideato la prima canzone come un pezzo di accompagnamento, un’introduzione per iniziare l’album. È stata l’ultima canzone registrata, proprio l’ultimo giorno: un momento intimo ed essenziale in stile Nebraska con me e Justin che suonavamo. È stato davvero bello progettare qualcosa su misura così, dato che non l’avevamo mai fatto prima.

Le canzoni del disco attraversano una varietà di sentimenti ed emozioni, creando una sorta di costellazione dell’interiorità umana. Penso alla concezione amara della felicità, alla descrizione dell’amore in “Much Love”, alla malinconia di “The Hills We Died Upon”, fino alla chiusura in questo complesso vortice di emozioni. Ci sono punti di riferimento che vi aiutano a orientarvi in questo universo emotivo? 

Editors (Tom): È difficile. Sono sempre stato un autore per cui le canzoni si basano sull’emozione o sul tentativo di usarla come strumento. Alcuni autori usano l’intelletto per scrivere i testi partendo da un percorso molto ponderato. Io non sono mai stato così: per me è più un istinto e un tentativo di connettermi con le persone a livello emotivo. È il modo in cui l’abbiamo sempre fatto. Non c’è un modo giusto o sbagliato; cerchi modi per scrivere canzoni che tocchino le persone in modo naturale. Sono sempre tornato a questi sentimenti e paure, o al trovare modi per superare la paura esprimentola nelle canzoni. Forse con questo ottavo disco i testi stanno diventando un po’ più facili da capire e più focalizzati. Ma quanto a un punto di riferimento preciso in mezzo a tutto questo, non penso ce ne sia uno: è tutto abbastanza confuso, no?

Il videoclip di “Rush”, diretto da Henry Ehara, è stato girato a Tokyo ed è caratterizzato da un’atmosfera cupa e surreale. Come siete finiti a Tokyo e come avete lavorato a questo progetto?

Editors (Tom): Non siamo finiti a Tokyo tutti quanti, solo alcuni di noi… Justin è stato fortemente coinvolto nella creazione dei video. Quando non è impegnato con la band, scrive film e fa arte con la videocamera. La sua idea principale era quella di girare a Tokyo e voleva andare lì di persona. Ha trovato il regista con cui lavorare e si sono scambiati idee su una storia tipo Bonnie e Clyde o “True Romance”, con due persone che corrono per la città creando il caos e trovando la felicità l’uno nell’altra. 

Mi ha ricordato un po’ “Fallen Angels” di Wong Kar-wai. 

Editors (Tom): Sì, quella era l’idea di fondo. Purtroppo, a causa della guerra, i voli di Justin sono stati cancellati e non è potuto andare. Ha dovuto aiutare a dirigere a distanza, ma hanno fatto un lavoro incredibile. Volevamo qualcosa che catturasse l’energia e l’eccitazione di “Rush”, quel desiderio di vivere e quella brama di vita tra due persone.

(c) Rahi Rezvani
©RAHI REZVANI

Siete stati una band fondamentale nella scena alternative degli anni 2000. Come gestite le aspettative del pubblico in questa fase della vostra carriera? 

Editors (Tom): Non è qualcosa a cui pensiamo davvero. Facciamo solo le nostre cose e creiamo dischi di cui siamo entusiasti e orgogliosi. Mantenere tutto questo per 20 anni non è semplice. Ovviamente non saremmo qui senza il pubblico che vuole vederci dal vivo e ascoltare le nostre canzoni, ma allo stesso tempo non pensiamo a loro mentre facciamo un disco. Quando abbiamo iniziato 22 anni fa il panorama musicale era diverso. Non mi sono mai sentito davvero legato a una scena allora e ora mi sento ugualmente disconnesso da tutto ciò che non sia quello che facciamo noi. Stare nell’ombra, fuori dal mainstream e fare le nostre cose ci è sempre stilisticamente addetto, è dove diamo il meglio.

Avete annunciato un tour europeo e nel Regno Unito per l’inizio del 2027. Data la natura essenziale e cruda di questo disco, cosa dovremmo aspettarci da questi show?

Editors (Elliot): Abbiamo suonato dal vivo quest’estate e le nuove canzoni sono sembrate molto naturali nella scaletta. Per il tour di “EBM” avevamo riadattato i vecchi brani in chiave più elettronica, mentre con questo disco potremmo riportare alcune cose in una veste più organica, celebrando i 20 anni di carriera della band insieme al nuovo album. Il vero divertimento per noi è poter mettere vicine canzoni come “No Harm” (molto elettronica) e “The Phone Book” (molto folk e acustica) e accompagnare il pubblico in quel viaggio emotivo. Speriamo di regalare una bella serata a tutti.

È stato un piacere incontrarvi. Spero che vi godiate un po’ Roma. 

Editors: È sempre un piacere essere qui. 

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