A oltre venticinque anni dalla loro nascita, i Cult of Luna continuano a rappresentare uno dei capisaldi incrollabili del post-metal mondiale, capaci di plasmare un’architettura sonora imponente. Con il nuovo album “In the Shadow of Your Shadow” — in uscita il prossimo 6 novembre —, la band svedese mostra un lato viscerale e un approccio intuitivo. Abbiamo avuto il piacere di fare una sincera chiacchierata con Johannes Persson (chitarrista e cantante della band), che ci ha accompagnato dietro le quinte del nuovo disco, riflettendo sulla dimensione dal vivo intesa come rituale personale e sulle radici ben salde nella leggendaria scena hardcore di Umeå.

Ciao Johannes, benvenuto su SpazioRock! Prima di tutto vorrei parlare del nuovo album “In the Shadow of Your Shadow”, un disco in cui la vostra identità di fondo emerge in modo davvero potente, pur compiendo un passo verso territori inediti. I primi due singoli lo illustrano chiaramente: la title track è una sorta di manifesto del vostro sound, mentre “A Way Back” mostra un lato più melodico e spettrale. Possiamo dire che questo valga per l’intero album? E come avete approcciato il processo di scrittura per bilanciare queste due facce così distinte presenti nel disco?

Guarda, è difficile da spiegare perché nella scrittura di un album di questo tipo c’è molta riflessione sulla struttura e su come lavorare con il materiale a disposizione per ottenere un buon flusso di alti e bassi lungo tutto il disco. Ma puoi lavorare solo con quello che hai. Molto spesso in passato, quando scrivevamo un album, componevamo circa due terzi dei brani e poi cercavamo di capire di quali altre canzoni avessimo bisogno per completare il lavoro e renderlo un album vero e proprio, anziché una semplice raccolta di tracce. Questa volta non posso dire che abbiamo fatto così. Abbiamo semplicemente scritto e ci siamo ritrovati con tutte queste canzoni. Quindi non posso risponderti come se fosse stata una decisione consapevole. Abbiamo scritto quello che avevamo e abbiamo cercato di trovare il bilanciamento successivamente. Certo, per ogni singola canzone c’è stato un grande lavoro di riflessione per ottenere la giusta struttura drammatica. Penso che abbiamo semplicemente lavorato con quello che avevamo. Scusa, non riesco a darti una risposta più “intelligente” di questa!

No figurati, anzi è una risposta del tutto onesta.

Ad essere del tutto sincero, senza voler giudicare le altre band, penso ci siano fin troppe risposte pronte e confezionate in giro. Ma amen, passiamo pure alla prossima domanda!

Vorrei parlare della traccia di chiusura, “Burial”. È uno dei miei brani preferiti del disco, sia musicalmente che dal punto di vista del testo, che affronta il complesso rapporto con la morte. C’è stato un processo particolare dietro la nascita di questo brano?

Sì, c’è stato molto lavoro dietro. Alcune canzoni nascono in modo velocissimo, passi dal nulla a qualcosa di pronto in un attimo, ma “Burial” ha richiesto parecchio tempo, se ricordo bene. Alle volte vorresti poter dare una risposta davvero lunga ed elaborata su come le cose si siano sviluppate. Ma molto spesso il mio processo creativo consiste semplicemente nel camminare continuamente e pensare. Il mio cervello lavora di continuo, oppure me ne sto seduto all’angolo di quel tavolo disordinato con la chitarra in mano. Cerco sempre un hook, che non dev’essere per forza una melodia, ma può essere un groove o qualsiasi elemento da cui iniziare a costruire. Per questa canzone la melodia mi è venuta in mente da sola e ho iniziato a lavorarci sopra. Il processo di scrittura di un brano è spesso molto lungo e, anche quando hai finito, in realtà non hai finito, perché quando inizi a registrare tutti hanno delle opinioni. Ricordo che abbiamo lavorato a lungo sulla parte centrale e io e Fredrik [Kihlberg, altro chitarrista e cantante della band, ndr] abbiamo collaborato parecchio: lui aveva delle idee su come spingere la parte finale. Ogni canzone è una collaborazione, ma questa ha richiesto davvero lo sforzo di tutti per diventare ciò che è oggi.

Parlando dei testi, nella vostra carriera avete esplorato temi molto diversi: dall’architettura urbana distopica in “Vertikal” all’esplorazione spaziale in “Mariner”. Come evolvono questi aspetti da un disco all’altro e qual è stata l’ispirazione per i testi di questo nuovo album?

Dunque, per molti anni e per diversi album sono partito con temi molto chiari e ben definiti. Dal punto di vista creativo mi piace sfidare me stesso: è difficile fare la stessa cosa per così tanti anni senza avere la sensazione di ripetersi o di prendere la strada più sicura, sia per la musica sia per i testi. Anche se i temi dei nostri ultimi lavori erano diventati un po’ più astratti rispetto al passato, direi che per questo album l’approccio è stato al 100% intuitivo. Questo significa che i testi sono semplicemente un riflesso diretto di dove si trovava la mia mente durante il processo di scrittura. È un disco estremamente personale. Si dice sempre che l’ultimo disco è il più personale, ma in questo caso è probabilmente la porta più aperta sulla mia mente che si possa trovare in qualsiasi nostro album.

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La copertina di “In the Shadow of Your Shadow”

Riguardo alle collaborazioni presenti nell’album, avete lavorato con Joe Duplantier dei Gojira e David Eugene Edwards, in due canzoni che hanno caratteristiche opposte. La prima è furiosa, mentre la seconda, pur avendo un lato aggressivo, contiene forti elementi melodici. Come sono nate queste collaborazioni e cosa hanno portato Joe e David ai due pezzi?

Partiamo da Joe. Ci conosciamo da molto tempo e Joe ha una delle voci più caratteristiche e riconoscibili dell’intero panorama metal. Non lo confonderesti mai con qualcun altro. È un ottimo amico e rispetto enormemente il suo lavoro. Non abbiamo mai scritto una canzone appositamente per qualcuno in passato – a parte ovviamente per Julie Christmas [con cui la band ha prodotto tutto l’album “Mariner”, ndr]. Ma in questo caso avevamo questo brano e sentivamo che Joe avrebbe potuto fare un lavoro magnifico. La canzone, “Sadness Will Reign”, è molto diretta e ha una parte simile a un ritornello molto chiara. Quando fai una collaborazione non vuoi imporre cosa fare, ma lasciare spazio. È stata una decisione facilissima e Joe ha fatto un lavoro straordinario.

Per quanto riguarda David Eugene Edwards, sono un suo fan da circa 25 anni, fin da quando l’ho scoperto con i 16 Horsepower, e l’ho seguito in tutto ciò che ha fatto. Quando stavamo scrivendo quel brano, dicevamo che serviva un elemento melodico e quando è uscito il suo nome mi sentivo quasi un “fanboy”. Mi chiedevo se fosse davvero interessato a collaborare con noi. Ci siamo sentiti, abbiamo fatto una bellissima chiacchierata e gli ho spiegato il tema della canzone. Gli ho lasciato totale libertà sui testi e sulle parti. Quando ci ha rimandato la traccia, ha scritto due pagine di testi e ha cantato anche su sezioni in cui non me lo aspettavo. Ho inviato il file agli altri ragazzi della band dicendo: “Ascoltate qui: ha preso quello che gli abbiamo mandato e ne ha fatto un pezzo fantastico!”. Lo adoro per questo. Per quel brano mi sento più un fan che un musicista.

Tra pochi mesi sarete in tour con Bruit ≤ e Youth Code, una lineup davvero interessante. Come vi state preparando per portare i nuovi brani dal vivo?

Vuoi la risposta sincera? Non ci ho ancora pensato minimamente! Non siamo una band che pianifica le cose con largo anticipo. A un certo punto qualcuno dice “Dobbiamo parlarne” e allora ci mettiamo a discutere. Ad esempio, tra qualche settimana abbiamo uno show al Damnation Festival nel Regno Unito e abbiamo iniziato a parlarne solo ora per capire quali pezzi nuovi suonare. Per il tour di fine febbraio non ne ho ancora la minima idea, sarà una sorpresa anche per me!

I vostri show sono un’esperienza davvero intensa ed emotiva. Dopo circa 20 o 25 anni passati a suonare insieme, come riuscite a raggiungere questo risultato? Mi hai detto che la preparazione non avviene molto in anticipo, ma una volta sul palco qual è il vostro segreto per offrire uno show così emozionante?

Scherzi a parte, è vero che non pianifichiamo molto, ma ci sono due aspetti. Uno è molto noioso e “da musicista”, mentre l’altro è basato al 100% sulla passione pura. La parte noiosa riguarda l’aspetto tecnico: una delle cose buone diventando una band più grande è che lavori con persone che ti aiutano a fare le cose. Non devo fare tutto da solo. Non dico che sia automaticamente positivo, perché nel cuore sono un punk e mi piace l’attitudine punk di fare tutto da solo. Ma per le luci, ad esempio, abbiamo uno straordinario light designer con cui facciamo discussioni concettuali su come vorremmo le cose, e lui prepara tutto il necessario mentre noi facciamo altro. Questo è l’aspetto tecnico di come ci prepariamo per eseguire la scaletta e tutto il resto.

Ma la risposta più sincera su come io approccio ogni singolo show è che sono guidato al 100% dalla passione. Non lo faccio perché è un lavoro, lo faccio perché è una questione di vita o di morte. Se i Cult of Luna finissero domani, continuerei comunque a fare musica e a suonare dal vivo. Proprio un’ora fa ho sentito della scomparsa di Kronos dei Venom. Abbiamo avuto il privilegio di suonare dopo di loro a un festival in Polonia, il che mi ha permesso per la prima volta nella mia vita di vederli dal vivo. Guardandolo suonare un anno fa, pensavo a quanto desiderassi avere quella stessa energia e quella stessa passione quando avrò superato i 60 anni. Si vede la differenza con le persone che lo fanno solo perché è un lavoro. Una delle cose di cui sono davvero felice è che abbiamo preso la decisione di non diventare finanziariamente dipendenti dalla band perché altrimenti dovresti produrre per forza, dovresti andare in tour anche se non lo vorresti. Noi non andiamo molto in tour e non dobbiamo farlo per forza: se smettessimo di suonare, la cosa non mi colpirebbe affatto dal punto di vista economico. Tutto ciò che facciamo è guidato al 100% da pura passione. Ad ogni modo non riesco più a fare tour lunghi di mesi. Non è per la fatica fisica, è che mi prosciugano emotivamente e non sono fatto per tour così lunghi. Ecco perché ogni singolo show per me è vissuto come se fosse l’ultimo. Vedo amici che pubblicano date per 6 mesi di tour e mi chiedo come cazzo facciano a gestire una cosa del genere, come si possa fare lo show numero 46 ed essere appassionati quanto al numero 45. Io non ho quel lusso. Certo, capitano anche a noi show di livello più basso, ma non riesco a dire “è solo una serata storta, ne ho tante altre davanti”. Per me lo show di stasera è l’unica cosa che conta. Forse quello che sto per dire mi farà sembrare uno stronzo, anche se non lo sono (o forse sì): io faccio lo show per me stesso. Ci sono concerti in cui non penso nemmeno di aver guardato gli altri membri della band. È qualcosa più per me che su di me. Faccio questi show per me stesso, come un rituale catartico. So che sembra quasi deprimente, ma comunque negli ultimi anni ci sono state interazioni meravigliose con il pubblico. Quando suoni ai festival e inizi a interagire con la folla… a volte durante i concerti il mio cervello smette di funzionare e faccio cose di cui poi mi pento per la sicurezza, ma quando vado tra la folla e vedi un bambino, ti connetti con quel bambino seduto sulle spalle di qualcuno. Cose del genere sono fantastiche. E sono queste le cose che rendono valido tutto il resto. Perché in tutto questo c’è lo scrivere album, andare in tour, litigare per le foto, i testi promozionali e tutte queste cazzate a cui non avevi pensato quando hai iniziato a suonare la chitarra… Proprio oggi stavo parlando al telefono con il social welfare office svedese per delle pratiche e ho detto all’impiegata: “Senti, non è per questo che ho iniziato a suonare la chitarra!” Ma alla fine si torna sempre alla passione.

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Cult of Luna (foto di Chad Michael Ward)

Visto che stai parlando della Svezia, ti faccio questa domanda. Tu vieni da Umeå, una città con una leggendaria scena hardcore. Anche se non suonate hardcore (sebbene ci siano influenze in ciò che fate), quanto del vostro sound, della vostra estetica e dei vostri temi deriva dall’ambiente in cui sei cresciuto?

Mi fanno spesso questa domanda. Immagina questa piccola città nel nord della Svezia a livello DIY e punk. Venticinque anni fa c’era questo leggendario locale sotterraneo sotto una vecchia pizzeria: era messo veramente di merda per la muffa e la sporcizia che c’era in quel seminterrato. Da quel posto sono uscite tantissime band che hanno fatto tour negli Stati Uniti – Refused, Cult of Luna, Meshuggah e tante altre. Per me che sono cresciuto lì è difficile analizzarlo con precisione dall’esterno, perché è semplicemente la cultura a cui appartengo e vedo il mondo attraverso quegli occhi. Dal primo accordo all’ultimo ho fatto solo cose nate dalla passione. Ma una cosa molto chiara di Umeå negli anni ’90 è che, rispetto a scene come l’hardcore di New York degli anni ’80 dove c’era la cultura di strada, a Umeå avevamo un centro giovanile dove suonavano tutti. Potevi vedere allo stesso concerto band hardcore americane, i Dissection, i Refused, gruppi punk o artisti hip-hop. Camminavo 15 minuti da casa mia a 15-16 anni e vedevo queste band. La scena era estremamente aperta e non giudicante. Io all’epoca mi spingevo verso la parte più estrema dell’hardcore (band americane come Botch o i The Dillinger Escape Plan).

Ma la cosa più importante che ho capito crescendoci è che fare il musicista è una parte naturale della vita. Vedevo le persone intorno a me e capivo il percorso: scrivi le tue canzoni, registri una demo, la mandi a un’etichetta, fai dei tour in Svezia, in Europa e, se sei davvero fortunato, negli Stati Uniti. Se fossi cresciuto in un posto dove tutto questo non era una realtà e nessuno se ne curava, magari non sarei nemmeno salito su un palco. E oltre a questo, c’era un immenso supporto reciproco. Potrei raccontare un sacco di cose su Dennis Lyxzén e i Refused, ma ti dirò questa. Quando avevo 16 anni e ho fatto il mio primo concerto con una band hardcore old school, fu un disastro. Suonammo malissimo, fu imbarazzante. Quando scesi dal palco, Dennis (che allora aveva circa 22 anni, ma era un adulto per me che ero un ragazzino) venne da me e mi disse: “È stato fantastico, cazzo!”. Ricevere quel commento da lui per me è stato assurdo. In un universo parallelo lui non era lì e io magari non sarei mai più salito su un palco. La gente si incoraggiava a vicenda. Io stesso sono diventato un chitarrista migliore perché uscivo con persone che facevano musica. E anche se i Cult of Luna non sono una band strettamente hardcore, le mie radici e la mia passione derivano da lì.

Alla fine, quando faccio queste interviste mi si chiede di fare uno storytelling fantastico su come nasce la musica, ma la verità è che siamo solo io e i miei amici che facciamo quello che ci piace. È una questione di gusto e di intuizione. Non c’è nessuna magia dietro, fai semplicemente le cose.

Capisco perfettamente, ma dal punto di vista dei fan ovviamente spesso la prospettiva è diversa. Ti faccio un esempio che vi riguarda, sfortunatamente non ho potuto essere presente allo show in Inghilterra di questa estate in cui avete suonato tutto “Mariner” con Julie Christmas, ma conosco gente che c’era e che mi ha detto in tutta sincerità che è stata una delle esperienze più belle della loro vita. Quello che fate viene percepito in questo modo da chi ascolta.

Sì, è vero. Quella è stata una serata davvero emozionante e speciale. Vorrei potessimo fare cose del genere più spesso, ma mi rendo conto che nella vita non si provano esperienze simili così di frequente. Quando sono sul palco dico di farlo per me stesso, ma è anche un’esperienza collettiva con il pubblico: questo è il miglior scenario possibile. E visto che non facciamo tantissimi concerti, vorrei che ogni singolo show venga vissuto così.

Questa era l’ultima domanda, grazie mille per il tuo tempo, è stato un vero piacere parlare con te! E congratulazioni per il disco!

Grazie mille a te, è stato un piacere!

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