“Credo che la musica rock sia diventata erbivora. Dov’è il rock fatto di innovazione, energia, aggressività, catarsi, passione? Dove sono i carnivori?”
Era il 2013 quando il leader dei Linkin Park, Mike Shinoda, scrisse una lunga riflessione sullo stato della musica rock, a detta di molti rimasta – all’epoca – ormai ferma e senza innovatori, se confrontata ad altri generi. A prescindere dalle tesi che ognuno può pensare di portare avanti in discussioni simili, solo pochi mesi dopo il mercato musicale venne travolto dai Royal Blood, un duo che in breve tempo si prese il plauso di leggende del rock come Dave Grohl e Jimmy Page (“Porteranno il rock in un nuovo regno”), grazie ad una proposta musicale ed una presenza scenica che forse non avevano “l’esplosività di The Shape Of Punk Tome Come, la ferocia di Master Of Puppets e l’audacia di The Downward Spiral” – per dirla alla Mike Shinoda –, ma che comunque mostravano con prepotenza queste caratteristiche grazie a brani brevi quanto intensi e ad un sound, basato sul basso di Mike Kerr, irresistibile quanto iconico. E ascoltando la mezz’ora folle attraverso cui si sviluppava l’esordio omonimo, veniva spontaneo chiedersi “ma se questo è il primo album, questi cosa faranno tra 10-15 anni?”
12 anni – e 3 album – dopo non è ancora semplicissimo rispondere a questa domanda. Sicuramente Mike Kerr e Ben Thatcher conservano tutt’ora un ruolo di prim’ordine nel panorama rock mainstream, ma negli anni hanno inevitabilmente annacquato la loro formula così iconica, prima virando verso gli anni ‘80 con “Typhoons”, poi andando a riscoprire il piano con “Back To The Water Below”. Due lavori comunque ottimi e riusciti sotto più punti di vista, ma tornando con la testa al 2014 la domanda ricorrente è sempre la stessa: “Dove sono i carnivori?” La risposta arriva finalmente nel 2026, diretta, chiara ed evidente, già solo guardando le due tigri che ruggiscono con ferocia sulla copertina di “Dead Company”.
Iniziare ad ascoltare questo album con ancora nelle orecchie i lavori più recenti è quasi un trauma: il violento riff della title track ci investe immediatamente senza darci il tempo di pensare e bastano pochi secondi prima di trovarci nuovamente su un sentiero già noto. Questa sensazione persiste soprattutto nella prima parte del lavoro e non è un caso che siano proprio le prime quattro tracce in tracklist ad essere state scelte come singoli. “Swallow The Bomb” gioca su velocità e aggressività, in “Ten Over Ten” Thatcher si abbatte come una valanga sulle sue pelli, “Mother Never Told You” riesce a equilibrare strofe sporche e cattive con un ritornello che rimane immediatamente in testa. Tutti elementi che avevano fatto la fortuna degli esordi, ma “Dead Company” riesce a non configurarsi come semplice copia di “Royal Blood” e “How Did We Get So Dark?” grazie ad una produzione forse meno grezza e acerba, oltre che un sound che, seppur violento e imprevedibile, rimane meno fuori controllo rispetto a quanto accadeva 10-12 anni fa – e se questa sia una cosa positiva o negativa, lo lasceremo decidere a voi.
I momenti di relativa calma sono pochissimi e riescono a spezzare il ritmo, conservando l’identità dell’album e lasciandolo comunque coeso. “Nowhere All Along” è forse un po’ troppo ispirata ai mid-tempo dei Muse, mentre “Take ‘Em All” e la conclusiva “The Closer” lasciano da parte la pura aggressività senza rinunciare a suoni corposi e un basso particolarmente thick. Brevi momenti di pausa in mezzo alla tempesta sonora e ascoltando soprattutto “Tapping Out” e “Ride” torniamo a chiederci come sia possibile che due sole persone possano fare un casino simile.
Sembra chiaro ed evidente che quella compiuta dai Royal Blood in “Dead Company” non è un’inversione di rotta verso il sound che più si addice loro, quanto più il prendersi la libertà di riaffilare i coltelli, appuntire di nuovo spigoli che negli anni si erano fatti tondi e tornare a manifestare un senso di urgenza e immediatezza che nel tempo era stato messo da parte. Non siamo ancora in grado di rispondere a chi chiede cosa sono diventati nel 2026, ma alla fine ha davvero tutta questa importanza? Mike Kerr e Ben Thatcher sono tornati carnivori e, al momento, questa è l’unica cosa che conta.
Tracklist
01. Dead Company
02. Swallow The Bomb
03. Ten Over Ten
04. Mother Never Told You
05. Nowhere All Along
06. Ride
07. Rear View Mirror
08. Take ‘Em All
09. Tapping Out
10. The Closer

















