Sugli album dal vivo non basterebbe scrivere dei voluminosi tomi saggistici per trovare l’accordo definitivo. Qualcuno li ama profondamente, qualcuno, al solo pensiero, preferirebbe chiudersi in convento, e questo senza neanche iniziare l’acerrima discussione riguardo alla loro resa pessima o tarocca. A sostegno dei detrattori, si potrebbe citare il “Live From The Hammersmith Odeon Theatre” (2017) dei Venom, che, a dispetto dell’anno di rilascio, fotografa una performance audio e video del 1985: allora, la professionalità delle band e le tecniche di incisione lasciavano a desiderare, eppure, al netto del contesto storico, resta ben poco da difendere e da salvare, e una cassettiera ricolma di posate messa su un pavimento di cemento durante un terremoto suonerebbe meglio del platter in questione. Al lato opposto della barriera, brillano “Made In Japan” (1972) dei Deep Purple e “One For The Road” (1980) dei The Kinks, mentre nel mondo estremo si trovano degli esempi particolarmente lodevoli, da “Warschau” (2005) dei Marduk a “Opus Diaboli” (2012) dei Watain, sino all’egregio “Live At The Opera” (2105) dei Satyricon.
In quale dunque fascia si colloca “A Beast To Praise” dei Dark Funeral? Ufficialmente, si tratta del secondo tentativo degli svedesi dopo il non irreprensibile “De Profundis Clamavi Ad Te Domine” (2004), un vero caos sonoro in cui reperire le sfumature equivaleva a cercare il biblico ago nel pagliaio. Fortunatamente, benché in ritardo se guardiamo alla longevità della carriera, oggi la band sembra riuscire a catturare la propria essenza a livello live e specialmente a dare alle canzoni il riguardo che meritano, esplodendo dagli amplificatori con quella ferale urgenza tipica delle esibizioni post-pandemiche. Dalla registrazione del concerto al Fållan di Stoccolma del 2022, si percepisce come tanto il quartetto quanto il pubblico provino a sfogare la rabbia e le frustrazioni immagazzinate durante il periodo del lockdown, raggiungendo così l’obiettivo di esorcizzare il silenzio imposto e i sentimenti negativi attraverso l’oscuro e magico amuleto del black metal.
Naturalmente, visto che per la prima volta veniva portato sui palchi, l’ultimo full-length “We Are The Apocalypse” occupa un posto di rilievo all’interno della setlist, ma il ricco e glorioso passato gode di una certa attenzione da parte degli scandinavi, con un totale di quattro pezzi presi dai capolavori “The Secret Of The Black Arts” (1996), “Vobiscum Satatnas” (1998) e “Diabolus Interium” (2001). Al cupo banchetto partecipano, a titolo di graditi commensali, le varie “My Funeral”, “Nail Them To The Cross”, “Where Shadows Forever Reign”, oltre alla fantastica traccia d’apertura “Unchain My Soul”, e da tale selezione si comprende il perché i settanta minuti dello show volino via in un baleno, godendo, tra le altre cose, anche di una produzione davvero molto accorta. Le chitarre di Lord Ahriman e Chaq Mol risultano nitide, senza impantanarsi all’interno di una zuppa inascoltabile, il basso di Adra-Melek e la batteria di Jalomaah, malgrado conservino l’impatto della macchina da guerra perfetta, non straripano quasi mai, evitando che i brani degenerino in una valanga fuori controllo. Insomma, l’autenticità dell’insieme viene preservata, circoscrivendo gli artifici allo stretto necessario – lo scream di Heljarmadr soprattutto.
“A Beast To Praise” dimostra quanto i Dark Funeral siano capaci, on stage, di generare qualcosa di più pregevole di una rumorosa collezione di decibel priva di sottigliezze, riscattando l’immagine di un gruppo che, attualmente, si tende a considerare, forse in modo troppo frettoloso, sulla strada del declino. Let’s destroy the earth and set fire to the sky.
Tracklist
01. Unchain My Soul
02. The Arrival Of Satan’s Empire
03. My Funeral
04. Leviathan
05. We Are The Apocalypse
06. Open The Gates
07. When I’m Gone
08. Goddess Of Sodomy
09. Vobiscum Satanas
10. Nail Them To The Cross
11. Let The Devil In
12. The Secrets Of The Black Arts
13. Where Shadows Forever Reign
















