Lo sanno persino le suore di clausura, invero ormai una rarità, che i Venom costituiscono i precursori di tutto ciò che attiene all’estremo a livello di stile e immaginario, malgrado poi la loro carriera, a eccezione dei lavori iniziali, sia stata contraddistinti da pochi alti e frequenti bassi, complici le frizioni caratteriali all’interno della line-up originale. L’abbandono di Abaddon e Mantas e la successiva genesi dei Venom Inc. con Tony Dolan, le diatribe legali tra il frontman Cronos e i suoi due ex compagni storici per il logo della band e le percentuali sul merchandise, le polemiche in merito a un’improbabile reunion: unmare magnum di recenti controversie in grado di abbattere chiunque, ma non un moniker protetto dal Diavolo in persona. E così, a distanza di sette primavere da un altalenante “Storm The Gates”, i britannici tornano con “Into Oblivion”, mostrando, benché soltanto in parte, la medesima freschezza che caratterizzava un LP come “From The Very Depths” (2015).
Certo, il titolo identico all’ultimo album dei Lamb Of God, scelta magari inconsapevole, eppure discutibile per una fruttuosa indicizzazione Google, e una cover che riproduce l’artwork di “Black Metal” (1982) levigandolo per mezzo del plausibile e grossolano utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, di primo acchito non deponevano a favore del nuovo opus. Grazie però a una formazione stabile da diciassette anni e dunque parecchio rodata, a un singer che sembra ritrovare d’incanto il veleno nella voce e a dei pezzi essenziali e diretti, il full-length riesce a galleggiare su dei buoni livelli complessivi, ancorché una tracklist maggiormente concisa lo avrebbe reso di certo un filo migliore. Il materiale superfluo infatti abbonda all’interno delle varie “Legend”, “Deathwitch”, “Live Loud”, mentre “Dogs Of War”, nonostante le sfumature industrial e il clima da boogie rock infernale, rimane un semplice riempitivo di un paio di minuti, più un interludio che una canzone strictu sensu.
Per il resto, il songwriting lineare, basato su un numero minimo di riff e ritmiche alacri, con il pedale del gain quasi sempre al massimo , si rivela funzionale all’obiettivo, ovvero quello di portare alla ribalta un heavy metal cattivo, lurido e luciferino che, fra incursioni thrash, groove metal e black’n’roll e la ripresa della vecchia e benefica attitudine motörheadiana, funge da perfetta colonna sonora per una rissa da bar dopo qualche brindisi di troppo. Il plus melodico della title track, il citazionismo di “Lay Down Your Soul”, i fraseggi prot-death di “As Above So Below”, la discotecara “Metal Bloody Metal”, il clima sulfureo del mid-tempo “Unholy Mother”: brani orecchiabili, di piglio e a tratti avvolgenti, attraverso cui i musicisti di Newcastle eludono il pericolo dell’autoparodia e infilano con ironica autorevolezza i panni degli agitatori demoniaci. La produzione, sì curata, ma capace di restituire dei suoni naturali e a volte volutamente caotici, salvaguardia l’indole punk e corrotta del trio, rinvenibile anche in testi nei quali l’occulto e il divertimento passeggiano a braccetto scambiandosi sguardi sornioni e rimandi agli albori.
“Into Oblivion” rappresenta la grintosa dichiarazione d’amore dei Venom a sé stessi, per un gruppo che non fa nulla per nascondere la propria importanza pioneristica, anzi, lo grida a squarciagola senza preoccuparsi delle sdegnose reazioni altrui. Perché satanassi e provocatori si nasce.
Tracklist
01. Into Oblivion
02. Lay Down Your Soul
03. Nevermore
04. Man & Beast
05. Death The Leveller
06. As Above So Below
07. Kicked Outta Hell
08. Legend
09. Live Loud
10. Metal Bloody Metal
11. Dogs Of War
12. Deathwitch
13. Unholy Mother



















