Ci sono artisti che, a un certo punto, smettono di essere semplicemente estranei e si trasformano in qualcosa di più. Entrano nella nostra vita in punta di piedi e, ascolto dopo ascolto, finiscono per farci compagnia come vecchi amici, mentre tutto il resto attorno a noi cambia. Diventano presenze costanti e importanti, capaci di farci tornare indietro nel tempo, ricordando chi eravamo, cosa sognavamo e perfino chi avevamo accanto.
E così, tra canzoni per i giorni più leggeri, quelle per quando tutto sembrava andare storto, e altre ancora da urlare in macchina senza una ragione precisa, nel momento in cui arriva un nuovo album di quella band, c’è sempre la bizzarra sensazione di voler, da un lato, scoprire qualcosa di nuovo e dall’altro ritrovare qualcosa di già familiare. Ecco perché ascoltare un nuovo disco dei Weezer non è mai soltanto questo. È un piccolo appuntamento con una parte di noi che, nonostante il tempo passato, è ancora lì.
Dopo aver pubblicato gli album Blue, Green, Red, White, Teal e Black, la band californiana torna con un nuovo colore per “Weezer“, il ventesimo lavoro della loro carriera pluridecennale.
Il “Gold Album” suona esattamente come ti aspetti: non è rivoluzionario, non è sconvolgentemente innovativo, né particolarmente eccentrico. Eppure, c’è qualcosa di affascinante nei trenta minuti di alternative rock ricco di suoni in grado di sprigionare benessere. Forse parte della magia sta proprio nel modo in cui questo disco è nato. Dopo il tour per il trentesimo anniversario, il gruppo si è riunito a Orange County, tornando alle origini nel senso più concreto del termine: una sala prove, gli strumenti accesi, le idee messe sul tavolo e la voglia di suonare e scrivere insieme, senza sapere ancora quale forma avrebbe preso il progetto. Tre dei quattro musicisti hanno contribuito alla scrittura dei brani, valorizzando una dimensione realmente collettiva, un vero e proprio lavoro di squadra.
A completare questo quadro ci sono due produttori di grande personalità: Klas Åhlund che ha lavorato con un approccio più rigoroso, curando ogni dettaglio della registrazione e Kenneth Blume, che invece ha cercato di ricreare un’atmosfera vintage di una rock band chiusa in una stanza; gli errori, le imperfezioni e l’interazione tra i musicisti diventano parte integrante del disco.

I dieci brani inediti si muovono attorno a temi tutt’altro che marginali: l’invecchiamento di una band che ha ormai alle spalle più di trent’anni di carriera, il confronto inevitabile con la propria eredità artistica e la necessità, nonostante tutto, di continuare a guardare avanti. Il tutto affrontato senza prendersi troppo sul serio: l’ironia resta uno dei loro strumenti migliori, trasformando riflessioni potenzialmente malinconiche in canzoni leggere, energiche e dannatamente orecchiabili.
E così, in apertura “Say Yes” ci accoglie con una melodia immediata e avvolgente, capace di conquistare al primo ascolto e di regalare una sensazione di profondo appagamento. Godiamo di “We Might As Well Be Strangers”, che guarda dichiaratamente agli esordi della band e acquista una sfumatura ulteriore grazie alla partecipazione di Karly Hartzman, voce dei contemporanei Wednesday. È uno di quei brani in cui basta un giro di chitarra per riconoscere immediatamente una vecchia conoscenza. “Don’t Make It Weird”, invece, punta tutto sull’immediatezza: un ritornello che entra in testa, chitarre grintose e quella voce di Cuomo che, dopo tutti questi anni, continua a essere una delle firme più riconoscibili del gruppo. Con “Hoops” arriva una delle incursioni più ironiche del disco: un lamento sugli ostacoli, spesso assurdi, che la vita contemporanea ci costringe a superare anche per le cose più semplici. E allora perché non prendersela, con il consueto sarcasmo, con la tecnologia e con la quantità di spazzatura digitale che finisce per occupare ogni angolo della nostra quotidianità: Humor apparentemente leggero, ma abbastanza lucido da colpire nel segno.
A chiudere il disco arriva “The LA Sound”, sospesa tra chitarre eteree e un’atmosfera quasi sognante. È una dichiarazione d’intenti che sembra guardare contemporaneamente avanti e indietro: alla città che ha fatto da sfondo a gran parte della storia della band, alla carriera che si porta sulle spalle e alla voglia di continuare a scrivere il prossimo capitolo. Più che una semplice conclusione, è una sorta di sintesi di ciò che sono stati e, soprattutto, di ciò che sembrano ancora voler essere.
I Weezer sono tornati. Un po’ più vecchi, certo, ma con quella stessa essenza che il tempo non è riuscito a scalfire. Sono come quegli amici che la vita, inevitabilmente, porta lontano, ma che quando ritornano non hanno bisogno di raccontarsi tutto ciò che è successo nel frattempo. Ci si riconosce immediatamente, quasi fosse passato un giorno soltanto. Per i Weezer basta una melodia: poche note, e improvvisamente siamo di nuovo lì, insieme.
Tracklist:
01. Say Yes
02. Shine Again
03. Don’t Make It Weird
04. We Might as Well Be Strangers (feat. Wednesday)
05. C.E.O.
06. Hoops
07. Nowhere
08. The Show Must Go On
09. Up in the Clouds
10. The LA Sound







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