Come ogni anno, l'estate italiana viene animata da uno degli eventi metal di maggior spicco nel Belpaese: il Gods Of Metal. Che piaccia, che non raggiunga mai le aspettative di parte del pubblico italiano, che abbia ancora parecchio da recuperare nei confronti dei ben più blasonati e sontuosi festival esteri, questa è la solita polemica che si scatena ogni anno, senza quasi più sorprese da parte degli addetti ai lavori. Che però ci sia terreno da recuperare prima di diventare un festival degno di un Hellfest, di un Bang Your Head, di un Summerbreeze, è lapalissiano. Vale la pena spenderci qualche parola sull'aspetto organizzativo, dato che comunque quest'edizione, ricca ed appetitosa per taluni nel bill e nella proposta, non è stata esente da difetti.
Prima di tutto, la location non è di certo una delle più ideali. L'Arena Fiera di Rho è una fornace di cemento (ma di certo, non è la prima edizione del Gods Of Metal che avviene in luoghi dal calore infernale e dall'asfalto rovente), con pochissima ombra per potersi ristorare. I tavoli e le panche per mangiare e rilassarsi certamente non mancano, anche se qualche piccolo ombrellone o gazebo non sarebbe stato rifiutato dall'accaldato pubblico. In secondo luogo, i prezzi possono ancora scandalizzare qualcuno e ne avrebbe ben d'onde, dato che cinque euro per un panino, cinque euro per una birra e tre euro per un cono gelato, nonché un euro e mezzo per l'acqua, non sono pochi. Considerato che la giornata è lunga, la spesa complessiva non è poca, specie per chi è arrivato alla location in auto e ha accettato di pagare 15 euro per il parcheggio. Un ultimo aspetto fondamentale è la segnaletica per raggiungere l'area concerti, le casse accrediti ed il parcheggio stesso, pressoché assente da qualunque snodo cruciale dell'area.
Per alcuni queste considerazioni potranno sembrare trite e ritrite, tuttavia per chi scrive è importante sottolineare questi difetti, con la speranza che vengano presi in esame e migliorati per il bene dei fruitori. E poi, come si dice, "bis repetita juvant". Sempre per coloro a cui non interessa niente di questi aspetti organizzativi, è in arrivo qui di seguito la descrizione delle esibizioni delle band.
Partendo dal mattino, sembra di assistere ad un Gods Of Metal dalla proposta molto cattiva ed aggressiva: si parte con i thrasher Baptized In Blood, che, arrivati dal Canada con furore, si occupano di intrattenere con bravura il giovanissimo pubblico accorso sin dalle dieci di mattina; si passa per i Cavalera Conspiracy decisamente canonici e statici nella loro esibizione, con un Max Cavalera che non perde tempo ad incitare al pogo ed ai circle pit, nonché ad esibirsi in un turpiloquio fatto di bestemmie in italiano, che, a prescindere dalla fede o meno, è risultato di pessimo gusto. Spezza un po' la cattiveria Duff McKagan, ma subito si riprende con i symphonic metallers olandesi degli Epica, con le loro prolisse composizioni dalle tinte vagamente death metal. Comparata ad esibizioni in edizioni precedenti, questa si rivela tutto sommato una buona performance, con una Simone Simons sempre altalenante nella qualità del cantato in canzoni come "Quietus" o anche "Consign To Oblivion" ma che sembra interagire più volentieri con il pubblico. La scaletta è un po' limitata e un po' prevedibile, però rimane la buona qualità del concerto degli olandesi.
Non è stata affatto un buon concerto quello dei Cradle Of Filth, che perdono anche di tutta la magia con un'esibizione fatta durante il pomeriggio. In particolar modo, il cantante Dani Filth è stato pervenuto solamente durante l'interazione con il pubblico e durante i tipici urli ultrasonici che hanno contraddistinto alcune canzoni del gruppo. Senza dubbio non è stata una buona idea posizionarli in pieno giorno, ma a giudicare dalla qualità complessiva, si capisce anche che i Cradle Of Filth non sono più una band dall'enorme richiamo. Un vero peccato per chi ha conosciuto la band nel proprio apice compositivo.
Aspettando il pomeriggio inoltrato, finalmente i giochi si fanno interessanti: dei primi quattro nomi importanti, arrivano i Mr.Big a dare nuova benzina al pubblico che inizia a patire il caldo, nell'esplosiva line-up originale composta da Billy Sheehan al basso, Paul Gilbert alla chitarra, Eric Martin alla voce e Pat Torpey alla batteria. In una scaletta decisamente diretta e divertente, i Nostri propongono l'evergreen "Daddy, Brother, Lover, Little", "Green Tinted Sixties Mind", la travolgente "Colorado Bulldog" e pure "Alive And Kicking". Non mancano assoli di Paul Gilbert e brani tratti dall'ultimo "What If…", come "Undertow" o "American Beauty". La forma dimostrata dal quartetto è senza dubbio smagliante, e pur sentendo la voce di Eric Martin diversa da quella di vent'anni fa, il vocalist fa di certo un'ottima figura, con pochissime défaillance.
Chi era sembrato più in affanno inizialmente era stato Joey Tempest degli Europe, il gruppo immediatamente successivo ai Mr.Big. Su "Last Look At Eden" e su "The Beast" non si è riusciti a godere appieno della pienezza della sua voce; fortunatamente, man mano che si procedeva con il concerto, il vocalist aveva una voce più potente e sicura e ha potuto regalare una "Carrie", una "Rock The Night" ed una "The Final Countdown" sicuramente all'altezza delle aspettative. Non è il gruppo che ha impressionato più di tutti dei primi quattro, ma certamente rimane una band di rilievo nella giornata, sbilanciando il bill tutto verso il rock e l'hard rock.
Pare quindi di essere di fronte ad una manifestazione totalmente differente: dalle sonorità estreme, fatte di thrash, di death, siamo passati all'hard rock gioioso e grintoso: e chi meglio degli Whitesnake può incarnare questo spirito selvaggio e ruggente del rock ‘n'roll? Forti di un'esibizione valida e con un David Coverdale in buona forma, la band strega la platea con grandi classici, come l'imprescindibile "Still Of The Night", "Love Ain't No Stranger", ma anche con ottimi nuovi brani come "My Evil Ways" e come "Steal Your Heart Away" o anche "Forevermore". Non manca neppure un piacevole assolo di batteria per dare riposo momentaneo ai musicisti.
Ancora una volta, il tempo tiranno scorre via veloce, e si cambia scenario: dall'hard rock passiamo alla band che ha creato di fatto l'heavy metal, i Judas Priest, che hanno dato una svolta importantissima alla storia della musica. Ci si prepara per dare l'addio ad una band, ma poi in fondo in fondo un addio non è, malgrado l'impegnativo "Epitaph" affibbiato al tour. Si pensa che sia giusto in fondo abbandonare all'apice, o all'inizio del declino, tanto si reputa che Halford non riesca più a cantare decentemente (e se si parla di cantare "Painkiller" possono anche incontrare il mio accordo). Si pensa che tanto questa band abbia già detto tutto e che è meglio che lasci spazio ai giovani. Per carità, tutto condivisibile, ma si rimane ammutoliti di fronte ad una lezione di puro heavy metal come quella proposta al Gods Of Metal, con un Halford al contrario in forma smagliante, ben lontano dalla pensione. Si parte subito con "Rapid Fire" e "Metal Gods", con una chicca suonata pochissimo come "Starbreaker" ed un'affascinante ed eterogenea "Victim Of Changes", brano contenuto in un album che segnava a tutti gli effetti una svolta nel modo di proporre musica rock; e finalmente, ci si sente totalmente coinvolti in una "Diamonds And Rust" eseguita alla perfezione. Ci si rende conto che, canzone dopo canzone, si è arrivati ai classici di rito, come "Hell Bent For Leather", "Breaking The Law", l'inflazionata "Painkiller" (e se la togliessero dalla scaletta sarebbe un bene per Halford), la spettacolare "Electric Eye" e la conclusiva "Living After Midnight". Uno show da non perdere sotto tutti i punti di vista, specie da un punto di vista delle scenografie, dove non sono mancati laser, schermi con video, fuoco e fiamme e delle finte ciminiere con tanto di fumo a riprodurre le grigie acciaierie di Birmingham.
Non c'è amarezza nel dover salutare una band così: tutto sommato, questa giornata può rimanere tranquillamente come un ricordo piacevolissimo da custodire nel cuore, parlando solamente da un punto di vista musicale; da un punto di vista organizzativo rimangono ancora pecche e migliorie da eseguire, al fine di non perdere un'altra preziosa manifestazione musicale in Italia.











