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Boredom you wouldn’t write, boredom will not let go

Tra le band più interessanti e folli del panorama post-punk contemporaneo figurano di sicuro i Ditz, quintetto originario di Brighton che proprio nel 2026 festeggia i dieci anni di attività. Con due album all’attivo (gli ottimi “The Great Regression” del 2022 e “Never Exhale” del 2025), a cui si aggiungono vari EP e singoli sparsi – i più recenti sono “Don Enzo Magic Carpet Salesman” e “Kalimba Song”, entrambi rilasciati a fine ottobre – la band inglese si è rapidamente ritagliata uno spazio sempre più solido nella scena alternativa europea. Già protagonisti di tre date da headliner nel nostro Paese ad aprile dell’anno scorso, tutte sold out, a distanza di un anno esatto, Cal Francis e compagni sono tornati in Italia per ben quattro appuntamenti (Roma, Firenze, Torino e Bologna) in altrettanti giorni. Anche a questo giro tutte le date hanno registrato il tutto esaurito quasi un mese prima, chiaro segno dell’attenzione crescente da parte della community post-punk/alternative locale nei loro confronti. Spinti dalla curiosità, abbiamo deciso anche noi di non perderceli questa volta, e così domenica 12 aprile ci siamo diretti al Covo Club, storico locale underground di Bologna.

Le porte del Covo aprono alle 21 in punto e, dopo una breve attesa accompagnata da un’immancabile birretta, la serata parte subito col piede giusto con i Submeet, trio mantovano che sfoggia con disinvoltura un noise-punk dalle tinte quasi metal (o almeno l’influenza è chiara). Il loro set dura poco più di mezz’ora e scorre liscio, senza particolari intoppi, tra brani eseguiti in formazione completa e altri privi del basso. Nel finale ci viene proposto prima un brano che parla di una delle più grandi passioni del cantante-bassista, ossia l’aeroporto di Bergamo, e un pezzo di sedicente dance-rock che di dance-rock non ha praticamente nulla. Però funziona, eccome.

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Sono circa le 22:30 quando i Ditz salgono sul palco del Covo sulle note della strumentale “V70”, che fa da preludio al singolo “Taxi Man”. Pronti via, Cal Francis si lancia subito in mezzo al pubblico, mettendo in chiaro il tenore del concerto già dai primissimi minuti. Quello della band inglese è un post-punk ipnotico, fortemente influenzato dall’industrial, costruito sull’abbondante uso di pedali ed effetti, nonché su accelerazioni improvvise, che sfociano quasi sempre in un pogo intenso, ma mai veramente violento. Le successive “Four” e “God On A Speed Dial” ne sono esempi emblematici.

Potrà sembrare un cliché, ma il vero mattatore della serata è proprio Cal Francis. Il suo carisma e la sua energia – o “aura”, come viene più volte urlato dal pubblico – sono tali che avrebbe potuto accendere il pogo anche se i Ditz suonassero la mazurca. La ciliegina sulla torta è la sua vena ruffiana, soprattutto quando afferma che la band aveva una certa ansia a suonare in una città come Bologna o di quanto la consideri un posto speciale. Ha il merito però di dare seguito alle parole coi fatti, proponendo al pubblico bolognese “Death Whistle”, una canzone ancora inedita – o comunque non presente nel catalogo ufficiale. I protagonisti della serata tornano poi agli “antichi” fasti con una sezione centrale composta interamente da alcuni dei pezzi migliori tratti dal loro album di debutto (“The Warden”, “Ded Würst”, “Hehe” e “Teeth”), tutti accolti con entusiasmo – e pogo, ovviamente – dai presenti. Anche con le successive “Senor Siniestro”, “I Am Kate Moss” e “Britney”, i Nostri si confermano animali da palcoscenico, facendo leva in modo particolare sulle già citate accelerazioni improvvise.

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Tra una spallata e l’altra, con Cal Francis che continua a divertirsi giocherellando col proiettore sopra al palco e un riff massiccio dopo l’altro, il set si avvia alla conclusione. Prima con la suite “Don Enzo Magic Carpet Salesman” (con il vero Don Enzo presente in sala), poi con la breve ma intensa “The Body As A Structure” (brano spettacolare), e infine, con la lunghissima “No Thanks, I’m Full”, che fa scatenare nel giro di pochi secondi il pogo più pesante della serata. Lo storico brano della band inglese – la cui versione originale risale a ben prima di “The Great Regression” – viene regolarmente riproposto dal vivo come chiusura, in una forma dilatata che supera il quarto d’ora, durante il quale godiamo di tutta la sublime violenza sonora prodotta dai cinque musicisti di Brighton.

Al termine del concerto il primo pensiero che ci passa per la testa è che potenzialmente i Ditz potrebbero essere la papabile next big thing del post-punk/alternative, se solo volessero scendere a qualche compromesso. D’altronde, hanno tutte le carte in regola: canzoni di ottima fattura, un frontman carismatico che non ha paura di essere e di fare ciò che vuole, originalità, compattezza, presenza scenica e, soprattutto, emanano tutto fuorché la noia protagonista del ritornello di “Ded Würst”. Il punto, però, è che ad oggi Cal Francis e soci non sembrano minimamente interessati a scendere a compromessi. Sembrano piuttosto molto a loro agio in quello che stanno facendo e in come lo stanno facendo. E dopo un concerto stellare come questo possiamo solo dire che va benissimo così.

Setlist

V70
Taxi Man
Four
God On A Speed Dial
Death Whistle
The Warden
Ded Würst
Hehe
Teeth
Senior Siniestro
I Am Kate Moss
Britney
Don Enzo Magic Carpet Salesman
The Body As A Structure
No Thanks, I’m Full

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