I primi tepori surriscaldano ancor di più il mondo estremo.

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Evil Warriors – Evil Warriors (Into Endless Chaos Records)

L’EP “Schattenbringer” del 2020 lo aveva già lasciato intendere: gli Evil Warriors si stavano allontanando da certe convenzioni extreme protagoniste di “Expressions Of Endless Dreams” (2011) e “Fall From Reality” (2018) per intraprendere un percorso di relativa esplorazione sonora. Il nuovo lavoro “Evil Warriors”, rappresenta, sin dalla scelta del titolo omonimo, una sorta di ripartenza per la cult band di Lipsia, che intesse cinque lunghe e sofisticate composizioni nelle quali nulla appare superfluo e in cui il materiale musicale assume un tono spesso malinconico, rivelando un lato più riflessivo e pacato del quartetto. Certo, nel complesso, i tedeschi continuano a proporre un black metal disumano e velenoso, ma l’occasionale utilizzo di synth e strumenti acustici contribuiscono a creare efficaci dissonanze, dando vita a una fusione tra i primi Abruptum, i Darkthrone di “Panzerfaust” (1995), i Funeral Mist più ritualistici e le soundtrack horror di italiana memoria. La produzione restituisce senso atmosferico ed eleganza, per un full-length di metallo nero accattivante, psicotico e tutt’altro che banale. La lunga attesa del ritorno adeguatamente ricompensata.

Tracce consigliate: “Zweifel”, “Possessed”, “Fieber”

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Hellripper – Coronach (Century Media Records)

Recuperiamo ora un disco della fine di marzo, escluso dallo scorso numero per questioni di spazio e tempistiche. Si tratta della one man band Hellripper che, dopo oltre un decennio di predicazione nell’underground, pubblica il nuovo “Coronach” su Century Media Records, approdo a una major capace di fare tutta la differenza del mondo. Il mastermind James McBain è cresciuto ad Aberdeen, una città costiera nel nord-est della Scozia, e tale provenienza si arguisce non soltanto dalla scelta del titolo del full-length, che prende il nome da un canto funebre delle Highlands, ma da brani che trasudano epico odore di torba e di granito, intrisi di blackened thrash, classic heavy, speed metal e di liriche basate su leggende locali, tra succubi gaeliche, profanazioni di tombe e malattie letali. Arrangiamenti di spessore e un impiego più capillare degli strumenti acustici arricchiscono l’ossatura del platter elevandolo di una tacca rispetto allo scorso “Warlocks Grim & Withered Hags” (2023), mentre l’artwork di Adam Burke, su cui la colossale silhouette del Caprone si staglia a ridosso degli altipiani scoti, con tre figure spettrali, i famigerati Baobhan Sith, che fluttuano nella nebbia, rende l’insieme un viaggio oscuro e irresistibile nel viscerale folklore del luogo. Altro che mitologia norrena.

Tracce consigliate: “Hunderprest”, “Blakk Satanik Fvkkstorm”, “Coronach”

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Immolation – Descent (Nuclear Blast Records)

Con una carriera che abbraccia oltre tre decenni, gli Immolation si sono affermati come una delle maggiori forze del death metal a stelle e strisce. Dai loro fantastici esordi nei primi anni ‘90 agli ottimi album successivi, la band si è cucita addosso una precisa identità giocando su atmosfere oppressive, dissonanze chitarristiche e concept lirici estremamente blasfemi. A differenza di molte formazioni del medesimo ambito estremo, che nel tempo hanno ammorbidito il loro approccio, spesso allontanandosi dalle radici primeve o addirittura rinnegandole, il gruppo di Yonkers continua a restare fedele alla propria essenza, senza mai perdere di vista una certa integrità. Ora, quattro anni dopo il notevole “Acts Of God“, gli statunitensi si ripropongono al pubblico con “Descent”, un nuovo capitolo ancora una volta di grande livello qualitativo, capace di mettere sul piatto dieci canzoni che, pur suonando più dirette rispetto allo scorso lavoro, proliferano comunque su accordi distorti e armonie oscure, mentre un perenne senso di claustrofobia ne circonfonde le atmosfere. La voce di Ross Dolan rimane profonda e autorevole, per un LP che, impreziosito dall’artwork di Eliran Kantor, ammonisce le religioni e spinge a interrogarsi sull’esistenza stessa dell’umanità. Luciferini.

Tracce consigliate: “These Vengeful Winds”, “Adeversary”, “Attrition”

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Sisyphean – Divergence (Edged Circle Productions)

Bersagliare i timpani attraverso l’esibizione di una costante aggressività pare essere il mantra dei Sisyphean, un’intenzione sperimentata mentre davano gli ultimi ritocchi al loro terzo album in studio. “Divergence” risulta ferocissimo, dal punto di vista stilistico spesso abbastanza grezzo e forse a tratti anche imprevedibile, ma, in definitiva, sempre concentrato sul non fare prigionieri e con il quartetto capace di condensare le varie eruzioni infernali in una raffica di suono a dir poco compatta e malevola. Gli otto pezzi, quasi sempre in mid-tempo così da mantenere alta la tensione, ricordano il black/death dei Behemoth soprattutto durante i momenti più marziali, laddove nei passaggi thrash i lituani sembrano una versione contemporanea degli Aura Noir. Emerge netta la sensazione che il gruppo di Vilnius desideri rendere omaggio ai propri idoli senza però tralasciare un contributo originale in grado di funzionare assai bene quando le canzoni non vengono sovraccaricate di troppi dettagli e arzigogoli tecnici. Insomma, decisamente un buon lavoro che, pur dovendo parecchio alla scena estrema polacca, riesce comunque a distinguersi per una certa volontà di affrancarsi dalle tante influenze. Europa dell’Est ancora in prima linea.

Tracce consigliate: “Occultation”, “Stupor Mundi”, “In Divergence”

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Vomitory – Death Throes (Metal Blade Records)

Una delle più affidabili istituzioni del death metal svedese, i Vomitory, tornano con un decimo album, “In Death Throes”, che dimostra, se mai qualcuno dubitasse della cosa, la loro formidabile potenza. Tre anni dopo “All Heads Are Gonna Roll” (2023), che ribadiva come fossero in piena forma malgrado il decennio di inattività, gli scandinavi vedono un cambio ufficiale all’interno della formazione: fuori Peter Östlund e dentro l’ascia di Christian Frederiksson, che già aveva composto la maggior parte degli assoli dello scorso lavoro. Coinvolto per la prima volta nell’intero processo di composizione, si potrebbe forse sovrastimare l’impatto autoriale del nuovo chitarrista, ma ciò sembra rappresentare un dato di fatto perché il gruppo non suonava in modo così feroce dai tempi di “Terrorize Brutalize Sodomize” (2007), incrociando bellicosamente e con sapienza old-school Bolt Thrower, Carcass e Slayer. E in effetti, il quartetto di Karlstad rinuncia del tutto a lente introduzioni modello “Opus Mortis VIII” (2011), lasciando che il groove aleggi sinistramente sui brani, mentre la mannaia della motosega colpisce senza pietà a ogni piè sospinto. Un full-length troppo brutale per fallire.

Tracce consigliate: “For Gore And Country”, “Wrath Unbound”, “The Zombie War General”

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