“God Forbid A Girl Spits Out Feelings”: con questo titolo provocatorio, il 17 aprile segna il ritorno sulla scena di una delle voci più sincere e interessanti del panorama pop-rock attuale, ossia quella della giovane cantante canadese Lauren Mandel, conosciuta come LØLØ.

Nata e cresciuta a Toronto tra chitarre, pop punk e musical, ha acquisito una sempre più crescente visibilità a livello internazionale a partire dagli anni della pandemia e tramite il social network TikTok, grazie alla pubblicazione di diverse cover famose. Dopo la pubblicazione di vari singoli ed EP, ha esordito nel 2024 on il suo primo album, “Falling for Robots and Wishing I Was One”, che l’ha portata a esibirsi in tutto il mondo con il suo primo tour da headliner nel 2025 (con una tappa anche a Milano).

Il nuovo lavoro discografico, però, rappresenta una svolta radicale: attraverso un racconto che spazia dalle influenze pop-rock dei primi anni 2000 alla collaborazione con produttori come Andrew Goldstein, LØLØ ci ha spiegato come ha trasformato il caos emotivo, le rotture sentimentali e una spiccata sensibilità — paragonata alla favola de “La Principessa sul pisello” — in un manifesto di autenticità e forza. Un viaggio tra musica e sentimenti “senza filtri”, dove essere disordinati e onesti diventa l’unica vera forma di ribellione.

Ciao LØLØ! È un piacere conoscerti, anche se virtualmente. Manca pochissimo all’uscita del tuo secondo album “God Forbid A Girl Spits Out Feelings”, prevista per il 17 aprile.

Sì, è pazzesco. Ho scritto questo album basandomi sugli ultimi due anni della mia vita. Per il mio debutto avevo già in mente il titolo e ho scritto le canzoni partendo da lì, ma stavolta è stato diverso: è stato tutto più disordinato e caotico. Ho finito per chiamarlo God Forbid A Girl Spits Out Feelings [“Dio ci scampi che una ragazza sputi fuori i propri sentimenti”, ndr] perché, guardando i brani, ho capito che erano solo i miei pensieri disordinati. Molti parlavano di amore, perdite e rotture. Il tema è proprio questo: essere caotici, senza freni e sputare fuori i propri sentimenti.

Hai già suonato in eventi incredibili come il Lollapalooza e questo è il tuo secondo album. Come ti senti in questo momento, appena prima dell’uscita?

Sono entusiasta, ma anche molto nervosa. Ho amato tanto il mio primo album e so che è stato apprezzato anche dai miei fan. Spero solo che amino questo allo stesso modo. Finché non lo ascoltano, fa sempre un po’ paura.

Ho notato un grande cambiamento di mentalità. Nel primo album c’era il desiderio di diventare un robot, mentre ora hai abbracciato pienamente le tue emozioni. Come hai vissuto questo cambiamento?

È successo con il tempo, scrivendo e portando in tour il mio primo disco. Alla fine di ogni concerto dicevo al pubblico che, dopo aver cantato quelle canzoni, avevo capito che è okay provare tutte queste cose ed essere eccessivamente emotivi o sensibili, perché è ciò che ci rende umani. Siamo fortunati a poter provare sentimenti. Dovevo scrivere della mia voglia di essere un robot per capire quanto sia invece speciale essere umani. Con questa mentalità è stato fondamentale scrivere il nuovo album: accettare di essere disordinata e senza filtri.

Hai detto che l’album è molto “diaristico”. Nella copertina tieni in mano un diario, giusto?

Esatto. Scrivo diari da quando ero piccola. All’epoca strappavo le pagine perché avevo paura che qualcuno le leggesse. Quando il mio insegnante di chitarra mi suggerì di scrivere una canzone, inizialmente rifiutai perché non volevo condividere i miei sentimenti. Questo album è un omaggio alla “vecchia me”: ora condivido tutto con il mondo intero su Spotify e Apple Music. Volevo che l’album sembrasse uscito dalle pagine del mio diario, senza nascondermi dietro a nulla. Nella copertina c’è anche un riferimento alla favola La principessa sul pisello: lei era così sensibile da sentire un pisello sotto venti materassi. Anche io sono eccessivamente sensibile e sento profondamente piccole cose che per altri non sarebbero un problema.

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Questa esposizione emotiva è stata più terapeutica o rischiosa per te?

Per me è decisamente terapeutica. Scrivo canzoni in modo egoistico, solo per sfogare i miei sentimenti e stare meglio. Solo alla fine le carico per tutti gli altri, ma mentre scrivo non ci penso. Scrivere è sempre stata la mia terapia.

Il titolo dell’album è molto provocatorio. Deriva da un’esperienza specifica?

Sì. Avevo una lista di titoli ma non ne ero convinta. Guardando le canzoni, ho notato che parlavano tutte di rotture e amore. Ho iniziato a pensare che la gente mi avrebbe criticata per questo, come fanno con Taylor Swift. A causa di un infortunio vocale all’inizio dell’autunno, ho potuto registrare solo un numero limitato di brani, che casualmente erano quelli sui sentimenti. Mentre mi veniva l’ansia pensando a cosa avrebbero detto gli altri, ho pensato: “Dio ci scampi che una ragazza sputi fuori i propri sentimenti, c***o!”. In quel momento ho capito che era il titolo perfetto. Ho preso la chitarra e ho scritto la canzone omonima in dieci minuti. È diventata la prima traccia del disco.

Qual è stata l’emozione più difficile da trasformare in musica?

Onestamente, le emozioni felici. Quando sono arrabbiata, triste o confusa, è facile scrivere perché quei sentimenti pesano e devo farli uscire. Quando sono innamorata e felice, è tutto così leggero che non sento il bisogno di sfogarmi. Ironia della sorte, per me è più difficile scrivere canzoni felici.

Ascoltando i brani, mi sembra di sentire molto pop-rock dei primi anni 2000: ci sono sicuramente delle influenze di Avril Lavigne e di artisti che hai citato in precedenza, come i Green Day. Diresti che è una descrizione corretta? E ci sono altri artisti che ti hanno ispirato questa volta, rispetto al tuo primo album?

Per il primo album ascoltavo Green Day, Weezer e Smashing Pumpkins. Per questo disco volevo esplorare il lato più “femminile” del pop-rock, come Ashlee Simpson, Michelle Branch e persino la Hilary Duff di un tempo.

In questo album hai collaborato con diversi autori e produttori, come Andrew Goldstein e Brian Dales. Quale, più di tutti, ha influenzato di più il suono finale?

Sicuramente Andrew Goldstein e lo scrittore DCF. Con Andrew ho portato idee molto intime. Di solito i produttori aggiungono grandi chitarre e batterie rumorose — che io amo suonare dal vivo — ma Andrew ha suggerito di scrivere prima su una chitarra acustica e pensare alla produzione dopo. Una volta finite, le canzoni suonavano così bene acustiche che lui mi ha convinta a lasciarle così, nella loro semplicità. Mi ha insegnato a non nascondermi dietro il rumore. In questo album, less is more.

In “American Zombie” sembri criticare la società e la pressione a conformarsi. Ti sei mai sentita così?

Non necessariamente a conformarmi alla società, ma sento la pressione all’interno della scena musicale. A volte mi sento un’intrusa perché sono “troppo pop per il rock” ma “troppo rock per il pop”. Ho fatto festival metal e rock dove avevo paura che la gente non mi apprezzasse perché sono sempre al limite tra i generi. A volte mi stresso, ma poi decido di essere me stessa e pubblicare la musica che voglio.

Se il diavolo veste Converse [citazione dalla canzone “The Devil Wears Converse”, ndr], cosa indossano gli angeli?

Direi le Vans, perché sono una grande sostenitrice del Vans Warped Tour, dove suonerò quest’anno. Oppure degli anfibi, io li amo.

Se qualcuno potesse ascoltare un solo brano di questo nuovo album per capire chi sei, quale dovrebbe essere?

È difficile perché sono tutti diversi. Direi “Dumbest Girl in the World”, perché riassume l’idea di essere disordinati e caotici, oppure “The Punisher”. Ma l’ideale sarebbe ascoltare tutto l’album.

Per concludere, ti senti più vicina alla versione robotica di te stessa o a quella profondamente umana?

Decisamente a quella umana. Ho superato la fase in cui desideravo essere un robot. Però porterò il mio robot in tour con me come oggetto di scena, farà sempre parte del mio marchio, ma sono felice di non esserlo.

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