Band da sempre connessa a doppio filo con la tematica della Prima guerra mondiale, l’ultimo scontro tra gentiluomini e il primo in cui vengono impiegate nuove e distruttive armi, i 1914 rilasciano un nuovo album, “Viribus Unitis“, che già dal titolo inneggia alla solidarietà e alla resilienza. Un disco particolare, che, intriso del clima di angoscia patito da una popolazione ucraina ancora vittima dell’invasione russa, trasuda la grande emotività del singer e autore dei testi Dmytro Ternushchak, alias Galizisches IR Nr.15, Gefreiter, Ditmar Kumarberg, ospite ai nostri microfoni. Un’intervista che è anche confessione, incentrata sì sulla musica, ma soprattutto capace, attraverso la lente della Storia, di evidenziare quante sofferenze e privazioni provochi un conflitto bellico, da qualsiasi punto di vista lo si giudichi: la guerra non ha vincitori.

Ciao Dmytro e benvenuto sulle pagine di SpazioRock. Innanzitutto come stai? E qual è la situazione attuale in Ucraina?

Se avessi a disposizione qualche ora in più, ti spiegherei tutto, ma proverò a farlo brevemente. Sai, la situazione qui è di merda e ci troviamo di fronte a questa guerra, de facto, da più di un decennio, benché l’escalation l’abbiamo da tre anni. Voi in Europa la definite invasione su vasta scala, noi qui la chiamiamo Grande Guerra. Non c’è un posto veramente sicuro qui in Ucraina, visto che i droni e gli incrociatori russi attaccano le nostre città con grande furia e ovunque, da Kiev a Dnipro, da Odessa a Donetsk, da Kharkiv a Leopoli, la mia città natale. Ogni volta ci svegliamo e leggiamo le notizie: oggi, per esempio, contiamo circa undici morti a Kiev, dieci a Odessa, tre a Dnipro e facciamo tale bilancio delle vittime tutte le mattine. A causa degli enormi bombardamenti, stiamo affrontando in questo momento anche un blackout; infatti, mentre ti sto parlando, sono solo e seduto con il mio BLUETTI, è una piccola batteria elettrica per le case ed è grazie a essa che ho la luce e Internet, ma soltanto per poche ore. Quindi è davvero una schifezza e non so davvero cos’altro dirti. Ogni giorno perdiamo una gigantesca quantità di persone e soffriamo molto a causa dei fottuti invasori, spero che ne siate a conoscenza dai mezzi di informazione. Per noi ucraini, questa è davvero una storia infinita perché ci hanno invaso durante la Prima guerra mondiale, ci hanno invaso durante la Seconda guerra mondiale e lo stanno facendo altresì durante quella che io attualmente considero, in un certo senso, la Terza guerra mondiale. Per più di un secolo abbiamo affrontato lo stesso nemico e continuiamo ad affrontarlo ancora, ancora e ancora.

Nella speranza che la guerra possa concludersi presto, passiamo, anche se non è facile, alla musica e alla band da te fondata, i 1914. Prima di iniziare a trattare del nuovo album, potresti spiegarci l’origine dei vostri chilometrici pseudonimi? Il tuo, se ricordo bene, questa volta è Galizisches IR Nr.15, Gefreiter, Ditmar Kumarberg.

Giusto, è quello lo pseudonimo. La spiegazione, comunque, è semplice: nell’impero austroungarico, la lingua tedesca era dominante. Dunque i nostri pseudonimi sono soltanto una versione germanica dei nostri nomi slavi e dei nostri cognomi slavi, capisci? Per esempio, Dietmar è solo una versione germanica del mio nome, Dmytro. E questo vale per tutti i membri della band.

“Viribus Unitis” è il vostro quarto album in studio, ancora una volta basato sulle storie della Prima guerra mondiale. Visto che ti occupi dei testi, quali vicende hai deciso di raccontare ora?

L’intero album è basato sulla vita di un soldato della mia città natale, Leopoli, e sai, la sua storia sembra quella tracciata da Joseph Campbell in L’eroe dai mille volti, un libro di mitologia comparata nel quale l’autore affronta il viaggio dell’eroe “archetipo” dividendolo in tappe. Ho strutturato la narrazione in questo modo, ispirandomi piuttosto liberamente a quel testo: il protagonista è un soldato dell’Impero austro-ungarico che parte da Leopoli, arriva alla fortezza di Przemysl, oggi in Polonia, poi si trasferisce sui Monti Carpazi poiché aveva acquisito molta esperienza in montagna con il suo reggimento, infine si sposta sul fronte italiano. E su quest’ultimo fronte c’era un’enorme quantità di ucraini che ivi hanno prestato servizio per l’impero austroungarico e molti di loro sono stati prigionieri in Italia e hanno partecipato all’offensiva del Sud Tirolo e alle battaglie sul fronte dell’Isonzo e nei pressi del fiume Piave. Lui poi scappa dalla prigionia insieme ad alcuni polacchi e a un ragazzo sloveno di Lubiana, in seguito tornano in Austria e da lì giungono direttamente nell’Ucraina occidentale a causa della Prima guerra mondiale. Le truppe polacche, nel 1919, occuparono la mia città natale e la nostra terra e invasero la Galizia. I soldati ucraini, dopo essere stati impegnati sul fronte italiano, tornarono in Ucraina e combatterono contro i polacchi e i bolscevichi e il soldato protagonista del mio racconto muore proprio nell’ultimo giorno della più grande offensiva contro i polacchi. Fu sepolto come un soldato sconosciuto in una tomba sconosciuta. È una storia davvero triste e ho passato molto tempo a scavare in profondità in alcuni archivi di Vienna, ho fatto delle vere e proprie ricerche storiche, compulsando molte lettere provenienti dalla prigionia italiana, traendo informazioni sui reggimenti e così via. I miei amici di Lubiana e di Vienna mi hanno aiutato un po’ con tutta questa documentazione e mi hanno fornito alcune credenziali, come l’accesso a fonti interessanti che non si poteva trovare solo su Internet o solo negli archivi. E ho trascorso probabilmente sei mesi a tu per tu con la ricerca e questo non riguarda affatto la musica, sai, non me ne frega un cazzo. La mia missione principale è raccontare la storia completa che c’è dietro un disco. Ecco perché ho scavato a fondo e ho passato sei mesi a leggere, leggere, leggere e scavare, scavare, scavare, trovando un sacco di lettere e un sacco di tutto. E come vedi sto sorridendo perché ogni persona che mi ha intervistato, che fosse tedesca, ceca o argentina, non è mai riuscita a pronunciare correttamente il titolo “Viribus Unitis”. Tu sei il primo e ti ringrazio, capisci cosa significano le parole latine (ride, ndr).

Davvero?

Sì, lo hanno pronunciato in tutti i modi possibili.

Incredibile, ma torniamo al disco. Considerata la situazione in Ucraina, credo non sia stato facile né organizzare il songwriting né registrare i brani…

Come abbiamo organizzato il songwriting? Ebbene, come ti ho detto prima, ho passato circa sei mesi negli archivi e per me la narrazione e i testi vengono prima di tutto. Quindi non si tratta di riff e blast beat, ho preparato la storia completa, poi l’ho portata ai miei ragazzi e ho detto loro: “Qui mettiamo dei campionamenti della musica del periodo in questione, che siano marce o altro, e lì inseriamo alcune frasi tratte dalle memorie di guerra, tipo la dispregiativa frase polacca contro i russi “jebac ruskie kurwy” in “1914 (The Siege of Przemyśl)”. Inoltre, vi spiego tutto ciò che cosa c’è dietro ogni canzone e solo dopo iniziamo a comporre”. È in questo modo che abbiamo scritto le canzoni. Se parliamo delle sessioni di registrazione, ovviamente, sono state problematiche perché tra la fine dell’anno scorso e il febbraio del 2025 c’è stato qui in Ucraina di nuovo un enorme bombardamento che ha provocato un blackout e, sai, non c’erano luci in studio, mentre il nostro chitarrista, Oleksa Fysiuk, si era arruolato nell’esercito. Quindi abbiamo inciso “Viribus Unitis” solo con la chitarra di Vitaliy Vygovskyy. Tutto quello che senti nel disco è stato preparato da un unico chitarrista, e poi ci sono stati dei grossi problemi di salute del nostro ormai ex batterista Rostyslav Potoplyak, che è riuscito comunque a finire questo album per noi, ma poi ha deciso di smettere con la musica. È stato tutto molto complicato. Per di più abbiamo il nostro lavoro quotidiano. Lavori dalle nove alle diciotto e dopo dovresti pensare alla musica, ma ci sono una miriade di problemi intorno a questo e un sacco di merda intorno a te che ti circonda che si chiama guerra. Insomma, la musica non è una parte enorme della nostra vita in questo momento perché, diciamo così, devi sopravvivere, fare donazioni per l’esercito, raccogliere dei soldi, anche perché mia figlia vive a Lubiana, in Slovenia, da più di tre anni. Non si tratta più di musica, insomma.

La cover dello scorso “Where Fear And Weapons Meet”, pur con la presenza della figura imponente del Tristo Mietitore, suggeriva un senso di speranza e di rinascita. Nel caso dell’artwork di “Viribus Unitis” le cose stanno in modo leggermente diverso, vero?

Non solo “Where Fear And Weapons Meet”, ma anche “The Blind Leading The Blind” ha la figura della Morte sullo sfondo, anzi, in realtà l’abbiamo inserita per la prima volta nel nostro album di debutto, “Eschatology Of War”. Questa volta, se parliamo del nuovo disco, il cui titolo in latino rimanda al motto dell’imperatore austroungarico Francesco Giuseppe I e che significa Forze Unite, puoi vedere il nostro Arcangelo e la Morte che sono in piedi insieme di fronte all’osservatore e con a lato il messaggio Viribus Unitis. Ora, potresti pensare che il nostro Arcangelo faccia riferimento al Paradiso e la Morte all’Inferno, ma in realtà sono in piedi, qui accanto a te, e tra i due regni oltremondani abbiamo una trincea, abbiamo la guerra e abbiamo un sacco di cadaveri. In sostanza, sono complici nel crimine, questo è il significato dell’artwork.

C’è in particolare una canzone del full-length, “1916 (The Südtirol Offensive)”, che ne costituisce un po’ il centro tematico. A livello storico, la battaglia degli Altipiani, da noi erroneamente conosciuta come Strafexpedition, davvero rappresentò per l’esercito italiano una grande vittoria morale prima del disastro di Caporetto, dopo il quale ci fu un secondo e decisivo riscatto?

Se parliamo, ovviamente, dalla prospettiva austroungarica, prospettiva attraverso la quale è condotto il racconto, la vostra controffensiva è stata una grande battaglia perché ha costretto gli altri a retrocedere sulla difensiva. L’esercito italiano è stato poi sconfitto a Caporetto e il vostro generale Luigi Cadorna ha influito molto su quell’atroce disfatta. So che Cadorna è un eroe per gli italiani e ci sono molte piazze e molte strade a lui dedicate, ma se diamo un’occhiata alla sua decisione su come impiegare e trattare i soldati italiani, ebbene, le sue scelte sono state orribili. Piazzarsi sulla posizione austro-ungarica, direttamente sotto il loro bombardamento di artiglieria, è stato un suicidio e le cose sono cambiate per voi solo quando Cadorna è stato sostituito. Dopo questo cambiamento, l’esercito italiano si è rialzato ed è diventato davvero potente, mandando tutto a puttane per gli austroungarici. Dalle ultime battaglie sul fronte dell’Isonzo sino allo scontro decisivo sul fiume Piave, l’esercito italiano è stata una vera macchina da guerra, rinascendo come una fenice da una sconfitta totale come quella di Caporetto e da una condizione morale davvero schifosa. Avevano compreso finalmente di essere italiani e di avere un’enorme tradizione di guerra. E quando ascolti i brani o leggi i testi, ti accorgerai che ho inserito degli insulti etnici verso gli italiani, parole usate dai soldati tedeschi e dagli austro-ungarici come Katzlemacher (mangiapolenta, ndr), un termine che ho trovato nelle memorie di guerra. Non odio gli italiani, beninteso, e non voglio offendere nessuno di voi, anzi, sono un grande fan della vostra Storia e del vostro corpo degli Arditi, ma il mio intento è essere realistico al massimo, tanto che ho sempre inserito anche le ingiurie verso i soldati russi, francesi e tedeschi. Il Katzlemacher non era così debole come il termine suggerisce, anzi, la controffensiva degli italiani fu molto sentita emotivamente dai soldati tedeschi e austroungarici, che vi denominarono in quel modo spregiativo soprattutto per paura. I soldati italiani si sono sempre rialzati dopo una sconfitta, andando avanti pensando: “Questa è la nostra terra”. Spero di averti risposto in maniera esauriente.

In “Viribus Unitis” si trovano la bellezza di tre collaborazioni vocali. Se la presenza dell’ex My Dying Bride Aaron Stainthorpe non mi ha meravigliato più di tanto, quella di Christopher Scott, singer dei Precious Death, è stata, invece, una bella sorpresa.

Allora, avevo in mente cinque collaborazioni, le ho programmate, ma siamo stati costretti a limitarci a tre e non è stato affatto male. Partiamo da Christopher Scott, cantante del gruppo statunitense Precious Death, e, sai, sono un grande fan di questa band, ho tutti i loro album e li ascoltavo durante gli anni ’90, ma poi sono scomparsi. Un giorno mi sono reso conto, mentre stavo scorrendo Facebook, che i Precious Death avevano composto una nuova canzone. Ho pensato: “Wow, erano in pausa da più di venticinque anni. Hanno attraversato il nulla e sono tornati in pista”. Ho ascoltato la nuova canzone, mi è piaciuta e subito dopo, visto che adoro questo combo, ho controllato la pagina Facebook di Christopher Scott e capii immediatamente che aveva studiato teologia all’università ed era diventato un predicatore cristiano o qualcosa del genere negli Stati Uniti. Ora, non sono affatto un uomo religioso, tuttavia lasciami essere onesto: più del 99% dei soldati dell’esercito austro-ungarico e dell’esercito italiano erano cristiani. Ovviamente, i bosniaci erano musulmani, ma il resto era di fede cristiana e la canzone “1918 Pt. 2: POW (Prisoner of War)” parla della prigionia e di come hanno sofferto i soldati nei campi di concentramento e delle malattie che hanno affrontato. Chi potrebbe saperne un po’ di più e meglio di un predicatore cristiano? Sanno tutto sulla sofferenza del corpo e dello spirito, quindi per me era okay, ho accettata la cosa in modo filosofico e in modo teologico. Se parliamo, invece, di Aaron, allora posso dirti che sono un grande fan della musica britannica, che si tratti di punk rock, industrial o metal, e mi piacciono i Paradise Lost, i My Dying Bride, i Carcass, i Bolt Thrower. Quando ho scritto “1918 Pt. 3: ADE (A Duty To Escape)”, una canzone sulla prigionia e su come i prigionieri scappano di notte, mi sono reso conto di aver bisogno di voci pulite e, come sai, la voce pulita non rappresenta la mia zona di comfort. Volevo delle voci liturgiche, profonde, escatologiche, perché il testo, simbolicamente, tratta di un lungo viaggio dall’Inferno verso il Paradiso. La voce di Aaron è davvero unica e, se l’hai mai ascoltata, non puoi confonderla con quella di nessun altro. Gli ho scritto una lettera, gli ho spiegato tutto e lui ha accettato, gli piacevano i testi, gli piaceva il concetto e gli piaceva il brano. Sai, Aaron, da adolescente, è cresciuto nella Germania divisa dopo la Seconda guerra mondiale, suo padre era un ufficiale militare e lui ne sapeva sulla guerra un po’ di più della gente comune. Ha ascoltato parecchie storie di sofferenza e soltanto lui poteva interpretare il sogno di libertà dei soldati in fuga.

In “1919 (The Home Where I Died)”, tocca a Jérôme Reuter dei Rome, entità neofolk e industrial, a prestare la propria ugola. Lui è un grande sostenitore dell’Ucraina, quindi immagino non sia stato difficile averlo nel disco.

A proposito di “1919 (The Home Where I Died)”, si tratta di un brano davvero personale perché vivo qui, come ti ho detto, senza mia figlia da tre anni. Quando una figlia cresce da qualche parte a causa della guerra, è davvero difficile vivere come padre. Quindi ho scritto questo pezzo con dentro molti sentimenti ed emozioni personali e, quando l’ho finita, ho capito subito di aver composto questa canzone per Jérôme, visto che non avevo in mente nessun altro cantante in grado di interpretarla e, onestamente, non so cosa avrei fatto se avesse rifiutato. Ho registrato un video in cui canto e mi accompagno con la chitarra acustica spiegando la melodia principale, l’ho inviato a Jérôme e lui ha detto di sì e per noi è stato un grande onore perché, prima di tutto, è un grande amico dell’Ucraina. Si è esibito qui ed è stato uno dei primi artisti a suonarvi durante l’invasione su vasta scala. Non ha paura dei bombardamenti e del resto. Ci ha aiutato molto con un sacco di cose, anzi, semplicemente con tutto, sai. Vende il suo merchandising qui e dona tutti i soldi all’Ucraina e ha dedicato all’Ucraina un album perfetto come “The Gates Of Europe”, con un brano chiave come “The Ballad For Mariupol”. Ed è per questo che la collaborazione con lui, per me, è stata soprattutto concettuale.

Ritieni che rispetto a “The Blind Leading The Blind” e “Where Fear And Weapons Meet”, “Viribus Unitis” sia il vostro album più epico e carico di pathos, anche per l’ovvia influenza della situazione corrente in Ucraina?

Per quanto mi riguarda, “Viribus Unitis” è il nostro album più dark e aggressivo, è crudo, veloce, ma, allo stesso tempo, è il nostro disco più personale ed emozionante. Quindi, probabilmente, è per questo che lo senti epico, parla di vere emozioni; sai, ho seppellito molti amici, i miei amici di qui, il nostro chitarrista milita nell’esercito, mia figlia è in Slovenia, e ogni volta che la mia gente muore non riesco a far finta di niente. Ho molta rabbia dentro, ma sento anche una forte disperazione ed è tutto quello che ho messo in questo disco e nei suoi testi. Quando ho portato ai miei ragazzi l’ultima canzone, Vitaliy, il chitarrista, lette le liriche, mi ha detto: “Dai, non siamo i Bullet For My Valentine, non suoniamo musica emo. Smettila con questa roba!”. Questo ti fa capire quanto sia intriso di emotività l’album. Invece, per quanto riguarda “Where Fear And Weapons Meet”, devo dire che, a distanza di tempo, non mi piace più molto. Lo considero come un esperimento con roba orchestrale e così via e non mi piace. D’altro canto, “The Blind Leading The Blind” è stato un punto di svolta per i 1914 perché è uscito sotto un’etichetta enorme e ci ha permesso di ottenere una grande popolarità e soprattutto per questo lo apprezzo ancora molto.

Ed “Eschatology Of War”? Ti piace ancora? Tra l’altro due anni fa lo avete ristampato per raccogliere fondi a favore dell’Ucraina.

In “Eschatology Of War”, il nostro album di debutto, eravamo ancora una band sludge/black metal che prendeva un sacco di roba, dai riff ai rallentamenti, dal sound fangoso di Crowbar, Eyehategod e Iron Monkey. In realtà, questo è il mio disco preferito del 1914, ma ha una produzione di merda perché l’abbiamo registrato probabilmente in tre giorni e abbiamo speso circa cinquecento euro (ride, ndr).

I 1914 hanno sinora dedicato tutti gli album alla Prima guerra mondiale. C’è qualche possibilità che in futuro possiate interessarvi magari alla WWII o ad altri conflitti? 

Prima di tutto, non sono un musicista, bensì sono un appassionato di storia. Collezionista di musica sì, ma non un metallaro in senso stretto. E se parliamo della Seconda guerra mondiale, no, non mi è piaciuta questa parte della Storia. In realtà, per me, la Seconda guerra mondiale non è stata una vera e propria guerra mondiale. No, è solo la messa dopo la Prima guerra mondiale. Io la chiamo sempre “after party”. Quindi tu la chiami Seconda Guerra Mondiale, io la chiamo “after party” dopo la Grande Guerra. Di conseguenza, non mi interessa questa parte della Storia perché ci sono un sacco di cose politiche intorno. Se provassi a cantare qualche canzone dalla prospettiva tedesca, tutti mi accuserebbero di essere un nazista. Se provassi a cantare qualche canzone dal punto di vista italiano, tutti mi accuserebbero di essere fascista e se provassi a cantare qualche canzone dal punto di vista dell’Unione Sovietica, tutti mi accuserebbero di essere comunista. Dunque fanculo tutti. E poi non ho il diritto di cantare della nostra guerra in questo momento perché non sono in trincea e non sono un soldato. Pertanto come potrei cantare del conflitto presente? Non ne faccio parte fisicamente, non sono sul campo di battaglia.

Restiamo sempre nell’ambito della Grande Guerra e al grande successo di band, come i tedeschi Kanonenfieber, che ne hanno fatto il proprio cavallo di battaglia a livello lirico, estetico e visivo. Quali sono le ragioni per cui questo conflitto suscita un interesse così vivo nel mondo del metal?

Inizio dalla fine della domanda. I gruppi metal cercano di esplorare e utilizzare queste tematiche belliche perché la guerra è parte della storia umana, direi una parte enorme della storia umana e del comportamento umano. Siamo fottute scimmie e reagiamo come fottute scimmie che reagiscono alla guerra. Evitano magari di parlare della Seconda guerra mondiale o del conflitto in Vietnam perché ci sono troppi risvolti politici e, quando ne trattano, evitano di dare la colpa ai fottuti nazisti, ai fottuti fascisti o ai fottuti comunisti. Quindi cercano di nuotare in questo grande fiume della Prima guerra mondiale, forse è più semplice. Per quanto mi riguarda, se parliamo dei 1914, ho fondato questa band proprio come reazione al fatto che, sai, da più di vent’anni sono un archeologo di guerra e ho scavato tra le storie dei cadaveri dei soldati qui in Ucraina, nei Carpazi, nella foresta di Berlino, li abbiamo seppelliti tutti. E, come puoi vedere dietro le mie spalle, sono un collezionista militare, ho alcuni fucili tedeschi, elmetti e un sacco di roba del genere. Quindi combinare due passioni come la musica e le mie conoscenze storiche è, per me, una cosa normale. Per quanto riguarda i Kanonefieber, parliamo molto con loro e abbiamo persino suonato insieme al Summer Breeze Open Air, se ricordo bene, e sono una band brillante, offrono una produzione enorme, uno spettacolo incredibile. Ma sono come i Sabaton, gli Amon Amarth e così via, si tratta di suonare mainstream, di bere birra e di divertirsi. Ma la guerra non riguarda questo, tu devi stare lì e ascoltare, devi recepire il messaggio, non devi solo divertirti per via dei tanti fuochi d’artificio, ma è solo la mia opinione, non fraintendetemi, i Kanonenfieber stanno diventando un gruppo enorme e lo meritano. Noi siamo in Ucraina con le frontiere chiuse e non abbiamo la possibilità di andare in tournée, di salire sui grandi palchi e di preparare, per esempio, gli stessi loro concerti, ci stiamo occupando di altro, purtroppo.

Alcuni mesi fa, il governo ucraino ha proibito alle band nazionali di organizzare dei tour. Qual è oggi la situazione in merito ai live?

Allo stato attuale, direi che è quasi impossibile, ma per noi è la normalità. La nostra agenzia di booking, la Napalm Events, ci programmò un tour a supporto di “The Blind Leading The Blind” della durata di circa due mesi, con date in Italia, Spagna, Portogallo e nel resto d’Europa. Non l’abbiamo mai fatto perché è iniziata la pandemia di COVID-19. Finita l’emergenza, abbiamo registrato “Where Fear and Weapons Meet” e, ancora una volta, la nostra agenzia di booking ci ha organizzato un grosso tour, ma a marzo del 2022 è scoppiata la guerra e quindi niente concerti. Abbiamo dovuto cancellare tutto, accontentandoci di alcune date qui e là. E ora abbiamo registrato il terzo album in queste circostanze e, probabilmente, non faremo alcun tour. Alcuni promoter e dei festival, anche di quelli grossi, ci mandano degli inviti e forse si potrebbe provare ad accettare, persino trasferire i 1914 in una parte pacifica dell’Europa. Ma se parliamo di tour, abbiamo ancora zero date. Continuiamo a pubblicare buoni album senza concerti, è davvero incredibile.

Dmytro, grazie mille per il tempo concessoci nonostante le tante difficoltà che tu e il popolo ucraino state affrontando. Quale messaggio vorresti condividere con i vostri fan italiani e i nostri lettori?

Un messaggio per voi italiani? Preparatevi alla guerra anche voi, comprate delle armi, probabilmente avete ricevuto qualche lezione di medicina tattica, ne avrete bisogno. Benché alcuni Stati europei non lo comprendano, in realtà la guerra si sta svolgendo in Europa e, qualora l’Ucraina cadesse, la prossima vittima diventerebbe la Polonia, poi il resto del Baltico e così via. I droni sono già in Polonia e il conflitto potrebbe dilagare. In ogni caso, mille grazie per lo spazio concesso ai 1914. Ciao (in italiano, ndr).

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