Quasi trent’anni di carriera, uno stile deciso e riconoscibile, testi profondi ed impegnati. Gli Heaven Shall Burn sono uno di quei gruppi che non ha bisogno di presentazioni e che nel corso degli anni con coerenza e dedizione si è costruito una posizione di rilievo. Granitici dal punto di vista musicale, e coerenti nello stile e nell’essere semplicemente se stessi. In occasione della prossima attesissima data italiana del 10 Marzo al Live Club di Trezzo sull’Adda (biglietti QUI), abbiamo parlato con Maik Weichert, chitarrista e principale compositore della band, che ci ha raccontato diverse cose interessanti, da come vivere durante il tour, alle esperienze live più indimenticabili, sino ad una interessante e profonda riflessione sul mondo di oggi.

Ciao Maik. Prima di tutto, grazie per essere qui con noi di SpazioRock. Come stai? Siete nel pieno del tour, iniziato qualche giorno fa nel Regno Unito. Come va?

Sto bene grazie. Suoniamo a Dublino per la prima volta stasera, quindi non vedo l’ora. Sono seduto in un ufficio di produzione a parlare con te, poi mi preparerò per lo show e forse dopo farò una passeggiata notturna per la città.

A che ora suonerete?

Credo verso le 21:00 o giù di lì.

E come stanno andando queste prime date? Com’è la risposta del pubblico?

È stata davvero bella, un’accoglienza molto calorosa. Non è sempre facile per le band tedesche nel Regno Unito, perché non veniamo considerati molto dalle riviste come “Kerrang!”, ma siamo andati davvero bene. Abbiamo grandi band con noi, i Frozen Soul e i Black Dahlia Murder sono fantastici. Il pubblico è molto orientato al metal estremo, noi siamo la band più melodica della serata ed è una sfida, ma alla gente sembra piacere finora. Nessuno ha lanciato lattine di birra o altro! (ride ndr)

Penso sia un tour molto importante per voi, sarete in giro per circa un mese toccando le principali città europee, ovviamente anche in Germania. Come avete preparato il set del palco e soprattutto la scaletta? Credo inoltre sia uno dei tour più grandi per voi come headliner.

Preparare la scaletta è sempre una grande lotta all’interno della band. Questo è il tour per il nostro ultimo disco, “Heimat” quindi ovviamente devono esserci canzoni di quell’album, è quello che la gente si aspetta e che vogliamo fare per promuoverlo. Ma quando si tratta dei classici che dobbiamo suonare per i fan, è sempre complicato: devi “uccidere i tuoi cari”. Quando sei una band attiva da così tanti anni, non puoi suonare ogni brano che la gente vorrebbe sentire. Non è possibile rendere tutti felici, ma ci proviamo. Mettere insieme la scaletta non è mai confortevole, perché non possiamo suonare per due ore e mezza. Dobbiamo ridurre e cancellare dei brani. È inevitabile purtroppo.

Avete delle band di supporto davvero interessanti: The Halo Effect, The Black Dahlia Murder e Frozen Soul. È un pacchetto davvero eccellente per i fan. Com’è nata questa collaborazione? Era un’idea che avevate già magari da tempo?

Questa volta ci sono solo band di cui siamo davvero grandi fan. Soprattutto i The Halo Effect. Tutti i membri suonavano in band che sono state molto influenti per gli Heaven Shall Burn. Abbiamo parlato con i Dark Tranquillity in passato e fatto molti show con gli In Flames. Sarà un ritrovarsi tra amici. Lo stesso vale per i The Black Dahlia Murder. I Frozen Soul non li conoscevamo prima di questo tour, ma siamo loro fan e siamo stati felici che abbiano accettato di aprire. È bello poter guardare queste band ogni sera anche da fan.

Siete attivi da quasi 30 anni e sono successe molte cose nel corso di questo lungo periodo, e passo dopo passo siete cresciuti tantissimo. Se guardi indietro, che differenze trovi? Ti chiedo qual è la differenza tra andare in tour oggi rispetto a 10 o 15 anni fa?

Faccio fatica a parlare di differenze perché non abbiamo mai pensato davvero a diventare “più grandi”. Di solito le persone intorno a te se ne accorgono prima di te. All’improvviso ti ritrovi headliner al Wacken Festival e ti chiedi cosa stia succedendo! Quello che percepisco ora, specialmente in mercati come la Germania dove siamo molto popolari, è un grande senso di responsabilità. 10-15 anni fa eravamo conosciuti ma eravamo ancora degli “underdog”; da quella posizione era facile attaccare e sorprendere le persone. Ora tutti ti conoscono e si aspettano qualcosa. Soddisfare le aspettative è molto più difficile che sorprendere.

Concordo. Forse oggi per una nuova band è più facile farsi conoscere grazie a Internet e Spotify, ad esempio, ma è difficile crescere e maturare, trovare il proprio stile, un suono personale. Perché tutto è molto veloce, più immediato.

Sì, la gente scrive molto più velocemente. Oggi i demo suonano come i dischi di 20 anni fa. Il songwriting è ancora immaturo, ma il suono è molto professionale e chiunque può farlo anche con un cellulare. Questo rende le cose difficili. Oggi puoi pubblicare musica senza etichette, ma sei solo una piccola nave nell’oceano, dove è difficile essere trovati. Un tempo le riviste o le etichette ti portavano su “un’isola” davanti alle persone. Oggi ci sono un’infinità di band ed è impossibile trovarle a meno che non diventino virali. Inoltre, chi ascolta una tua canzone può cambiare brano dopo un minuto se non gli piace. 20 anni fa, se spendevo 30 euro per un disco, lo ascoltavo tutto, e con grande attenzione. Sia per il valore del disco che per il valore di ciò che spendevi.

Una delle cose più importanti di voi, che vi ha fatto crescere tanto, è la coerenza nello stile, nel sound e nei messaggi che avete sempre mandato. Quanto è importante al giorno d’oggi essere riconoscibili? Ed è stato difficile raggiungere questo livello?

Non è stato difficile perché non abbiamo seguito un concetto o una visione precisa. È semplicemente quello che sapevamo e volevamo fare. Non ci siamo mai seduti a tavolino dicendo: “Combiniamo l’energia dei Bolt Thrower, la melodia degli In Flames e la visione politica dei Napalm Death”. È successo naturalmente perché erano le band che ascoltavamo. Mi considero limitato come musicista, non potrei suonare cose complicate come gli Opeth, quindi facciamo quello che possiamo e ad alcuni piace. Lo chiamo colpo di fortuna.

Heaven Shall Burn_spaziorock

Quali sono state le esperienze dal vivo più speciali della vostra carriera?

Un’esperienza precoce e positivamente scioccante è stata la prima volta in Cile. Era il nostro primo grande viaggio, dall’altra parte del mondo, e c’erano mille persone che urlavano i nostri testi. Mi ha sconvolto. È stato incredibile. Anche essere headliner al Wacken è stata una pietra miliare, qualcosa che ti ricordi per sempre. Un’altra cosa notevole, anche se negativa, è stata l’anno scorso al Rock am Ring. Il nostro cantante ha perso la voce durante la prima canzone e abbiamo dovuto cancellare lo show nel più grande festival tedesco. Ovviamente questa non è sicuramente un’esperienza positiva, ma rimane comunque significativa nei ricordi.

Sono passati diversi mesi dalla pubblicazione dell’ultimo “Heimat”. Dopo questo tempo come giudichi questo album e come è stato accolto dai vostri fan, anche rispetto alla resa live?

Per me il disco è già “vecchio” perché vivo con quelle canzoni da due anni e mezzo, da quando ho iniziato a scriverle. Ma mi piace ancora, non cambierei nulla. Il feedback è stato fenomenale, sia nelle recensioni che nei commenti su YouTube. Portare le canzoni sul palco è come pubblicarle di nuovo, è molto divertente e stimolante. È una bellissima sensazione.

Essere in tour per una band è qualcosa di bello ed importantissimo, ma sicuramente anche difficile. Qual è la cosa che ti pesa di più quando sei in tour, e come ti comporti per superarla?

Odio stare lontano dai miei figli e da mia moglie. Mi mancano molto, anche se oggi con Zoom e le chiamate è più facile. In generale essere lontani dalla famiglia quando si è in tour è davvero dura. E la cosa che odio di più sono le chiamate mattutine presto (early lobby calls): svegliarsi alle 4 o alle 5 per andare in aeroporto. Non credo che il “sesso, droga e rock and roll” abbiano ucciso i musicisti, credo siano state le sveglie all’alba! (ride ndr). Suonare la sera dopo che ti sei svegliato alle 4 di mattina per cambiare città, questo davvero uccide i musicisti! È vero che dopo gli spostamenti e prima dello show abbiamo parecchio tempo che può sembrare “vuoto”. Ma ognuno trova il modo di passare il tempo prima dello show nei modi che preferisce. Da parte mia non mi annoio: faccio interviste come puoi vedere (ride ndr), leggo molto e visito musei o città. Veniamo pagati per viaggiare nel mondo e visitare i posti più belli, quindi abbiamo la possibilità di passeggiare e visitare le città. Perciò se ti annoi è colpa tua.

C’è una vostra vecchia canzone, molto speciale, “If This Is a Man”, basata sul libro di Primo Levi.  È un messaggio veramente forte e abbinato alla vostra musica rimane qualcosa di unico. Anche se sono passati tanti anni, come è nata questa scelta? Pensi sarebbe bella suonarla live in alcune occasioni? Magari in Italia o ovunque ci sia possibilità.

L’abbiamo suonata in passato, anni fa, ed è sicuramente un brano molto forte. Ricordo di aver scoperto Primo Levi e il suo libro “Se questo è un uomo”. Sono rimasto colpito dalla sua storia e dalla sua personalità attiva nell’educazione sull’Olocausto. Volevamo ricordarlo e portare la sua storia a chi magari non legge molti libri ma ascolta musica. C’è una canzone simile nel nuovo disco,” A Whisper from Above”, su un’infermiera polacca che salvò degli ebrei. Cerchiamo sempre queste storie per poter istruire le persone.

I vostri testi sono sempre stati impegnati, affrontando temi importanti. So che è una domanda complicata, ma come vedi il mondo adesso? Che sensazioni nascono in te vedendo ancora conflitti, guerre, prepotenze, problemi legati all’ambiente?

Come musicisti abbiamo sicuramente un ruolo. Cerchiamo di far riflettere la gente, ma non possiamo cambiare le azioni delle persone, specialmente di chi prende decisioni. Come antifascisti, non decidiamo noi se i fascisti vanno al potere. Lo decide il “centro conservatore” se sceglie di collaborare con l’estrema destra. E questo meccanismo inevitabilmente ti fa sentire impotente. Ma noi ovviamente rimaniamo sempre nella nostra posizione. Cerchiamo di non perdere mai la speranza, vogliamo dare forza con la nostra musica. Speriamo in una società senza razzismo, e la musica e la cultura aiutano tanto le persone a pensare e riflettere. Veniamo dalla ex Germania dell’Est, siamo cresciuti sotto il socialismo e abbiamo visto i sistemi cadere. Molti paesi in cui andiamo a suonare non hanno vissuto questo. Sappiamo che le cose possono cambiare in meglio, ma anche in peggio. Alcuni paesi non hanno vissuto determinati cambiamenti così radicali, e noi cerchiamo di attraversare tutto questo attraverso un messaggio positivo. Credo che il passo più importante sia: se vuoi cambiare qualcosa, inizia da te stesso. Cerca in tutti i modi un processo di cambiamento che parta da te stesso, in maniera intensa e positiva, con coraggio, ed sarà sicuramente il primo passo. Credo che molti problemi sociali derivino da problemi personali e dalla delusione per la propria vita. A volte può capitare che le persone così insoddisfatte della propria vita e della strada intrapresa, comincino a votare dalla parte sbagliata e peggiore. Proprio per questo personale senso di frustrazione. Ed è sbagliato.

Ci sarà il 10 Marzo al Live Club la vostra data in Italia. Siete felici di poter suonare nel nostro Paese? Vuoi invitare i vostri fan ad essere presenti e mandare un messaggio a loro?

Certamente! Il messaggio è: venite e facciamo festa! Daremo il massimo. Siamo molto felici di venire. Sarà l’unico show italiano del 2026, quindi nessuno dovrebbe mancare.

Grazie mille, è stato un piacere. Buona fortuna per il resto del tour! E buon concerto per stasera!

Grazie mille a te!

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