So a cosa state pensando, anche se in pubblico continuate a fare i radical chic che apprezzano la musica di artisti d’altri tempi, dietro quei sorrisoni accondiscendenti si cela un unico pensiero: ma Paul McCartney che ha raggiunto ufficialmente l’età di Albus Silente, non può godersi la pensione e smetterla di fare dischi? Cos’altro avrà da dire? E invece, eccoci qui, a parlare dell’ennesimo lavoro in studio di Sir Paul, che questa volta ha deciso di lasciarsi andare alla malinconia, aprendo le porte su un passato polveroso e quasi nascosto.
Il 29 maggio approda in tutti gli scaffali di negozi di musica, virtuali o fisici che siano, “The Boys of Dungeon Lane”, con la prestigiosa collaborazione alla produzione di Andrew Watt, ormai punto di riferimento per le leggende del rock.
Il titolo non è casuale: Dungeon Lane è una strada nella zona di Speke a Liverpool, dove ha vissuto il cantautore ai tempi della scuola; pare evidente che l’album raccolga i ricordi d’infanzia di McCartney.
E anche l’aspetto grafico celebra le sue origini, con il design della copertina che si ispira chiaramente ai segnali stradali di Liverpool con in evidenza il codice L24, il distretto postale che identifica proprio la zona di Speke.
Ci troviamo di fronte a 47 minuti di buona musica, che alterna il rock più energico a ballate delicate e armonie in grado di portarti indietro nel tempo. Una curiosità interessante è che in alcuni casi sono stati usati suoni ambientali reali, forse per arricchire di un tocco retrò le 14 tracce, quasi come richiamo ai primi lavori dei Beatles, quando si registrava in studi non perfettamente insonorizzati. E così, se si presta sufficiente attenzione, possiamo sentire fischi di treni, il rumore di un autobus, il canto delle allodole, che rendono l’ascolto quasi cinematografico.
Ma quindi, per rispondere alla domanda iniziale, c’era davvero bisogno di un altro disco di Paul McCartney?
Andiamo per ordine. Innanzitutto, la nostalgia cantata dall’ex Beatle è autentica, non un’operazione commerciale, ma un racconto acustico e onesto. Le melodie sono piacevoli, ottime colonne sonore per quelle giornate un po’ piovose, che scorrono lente, che ti fanno venire voglia di accoccolarti con un buon libro. Ma in tutto l’album non c’è una canzone che possa dirsi davvero memorabile e i sentimenti espressi restano in superficie, senza scalfire il cuore di chi ascolta, lontane da “Yesterday” o dalla profondità di “Tug of War” o “Some Days”.
Il primo singolo, “Days We Left Behind”, convinceva: una ballata dolcemente mesta dedicata agli esordi con John Lennon, capace di adattarsi alla voce di Paul, ormai indebolita e fragile. Più commovente è il tributo al matrimonio dei suoi genitori nella traccia conclusiva “Momma Gets By”, dove un arrangiamento d’archi avvolge il ritornello — semplice ma emozionante — “She loves him”.
Il passato familiare ritorna anche in “Salesman Saint”, con un testo che invita ad andare avanti, supportato da una sezione fiati degna della Glenn Miller. “We Two” brilla per un guizzo melodico onirico tipico del miglior Paul, “Lost Horizon” torna al presente con “Devi vivere il presente / Fai in modo che ogni momento conti“. Infine, non può che nascere un sorriso malinconico dei bei tempi andati ascoltando il duetto con Ringo Starr “Home To Us”,
Forse non è un disco di cui sentivamo un bisogno impellente, né sposta di un millimetro l’eredità monumentale di McCartney. Non ci sono testi destinati a restare nella storia o melodie che grideranno al capolavoro tra vent’anni, ma “The Boys of Dungeon Lane” è un disco nel complesso godibile e ispirato, e che, per pura affezione o per il piacere di un pop ben confezionato, merita un posto in collezione.
Tracklist
01. As You Lie There
02. Lost Horizon
03. Days We Left Behind
04. Ripples in a Pond
05. Mountain Top
06. Down South
07. We Two
08. Come Inside
09. Never Know
10. Home to Us
11. Life Can Be Hard
12. First Star of the Night
13. Salesman Saint
14. Momma Gets By


















