Dopo quasi un decennio di attesa, finalmente tornano i Novembre, artefici di un nono album, Words Of Indigo, che, pur restando nel solco del gothic, del death-doom, del progressive e del metal più atmosferico, sembra insistere su melodie e arrangiamenti di matrice anni ’80, confermando come il gruppo nostrano riesca, a ogni album, a sorprendere per l’originalità della scrittura. Circondato da una formazione nuova di zecca, il leader Carmelo Orlando, per la prima volta orfano della collaborazione di Massimiliano Pagliuso, ci racconta i dettagli più intimi del disco, sottolineando la centralità di un professionista come Dan Swanö e l’integrità di una band forse unica nel suo genere, non soltanto in Italia.

Ciao Carmelo e bentornato sulle pagine di SpazioRock. Come stai? Ti intervistammo quasi dieci anni fa, poco prima del rilascio di “Ursa”, un disco onirico, autunnale, da te concepito in un momento allora molto particolare per i Novembre. Cosa ti resta oggi di quell’album?

Ciao Giovanni. Grazie, sto bene! “Ursa” resta per me un disco molto particolare e caro. Quando lo riascolto oggi, dopo quasi dieci anni, mi tornano alla mente non solo i momenti di creatività intensa e il senso di scoperta che avevamo allora, ma anche le emozioni legate al contesto in cui è nato: un periodo di cambiamenti, di pause forzate e di introspezione musicale. Era un momento in cui stavamo ancora definendo il nostro equilibrio tra aggressività e melodie, tra oscurità e luce, e credo che quell’album abbia un’anima molto autunnale, quasi onirica. Lo considero ancora un punto importante della nostra evoluzione musicale, perché molte delle idee che abbiamo sviluppato in seguito trovano lì le radici, anche se con il senno di poi ci sono scelte che avrei curato diversamente, soprattutto in termini di mix e gestione delle dinamiche.

Prima di parlare del nuovo lavoro della band, vorrei un attimo soffermarmi sui suoi tempi di pubblicazione che, da “The Blue” in poi, sono diventati decennali. Quali sono le motivazioni principali di questa “lentezza”, una caratterista che vi rende in qualche modo unici rispetto ai ritmi discografici attuali?

I ritmi di pubblicazione decennali non sono mai stati una scelta studiata a tavolino, piuttosto il risultato di circostanze, necessità e del nostro modo di lavorare. Tra “Ursa” e “Words Of Indigo” ci sono stati diversi fattori: la promozione dei lavori precedenti, il lungo periodo di lockdown causato dal Covid, e soprattutto la difficoltà di trovare una formazione stabile e motivata in città. A questo si aggiunge il desiderio di lavorare con calma, di sviluppare arrangiamenti complessi e di registrare con precisione, senza fretta. Credo che questa lentezza abbia anche un valore artistico: permette di preservare la qualità, di approfondire i dettagli e di dare agli album la loro giusta dimensione, invece di inseguire il mercato o i ritmi frenetici della produzione moderna. In un certo senso, questa pausa tra un lavoro e l’altro ha anche alimentato la creatività, lasciando tempo alle idee di maturare.

In “Words Of Indigo” sei attorniato da una nuova line-up, in cui per la prima volta dai tempi di “Arte Novecento” non figura più il chitarrista Massimo Pagliuso. Cosa si nasconde dietro questo divorzio? E quanto l’attuale formazione ha influito sul songwriting dell’album?

Massimiliano Pagliuso ha scelto di intraprendere un percorso lontano dalla musica, dedicandosi ad altre passioni e attività. Ci ha comunque lasciato un contributo prezioso in “Words Of Indigo, co-scrivendo “Brontide”, un pezzo di cui sono molto orgoglioso. La nuova formazione, invece, ha portato una nuova energia e una chimica incredibile: Fabio Fraschini al basso, Alessio Erriu e Federico Albanese alle chitarre, e Yuri Croscenko alla batteria. Lavorare con loro ha significato poter fare sessioni in presenza dopo anni, esplorare nuove soluzioni armoniche, arrangiamenti più articolati e una dimensione più viva e dinamica dei brani. La loro presenza ha reso possibile creare un disco più coeso e maturo, e ha permesso anche a me di sperimentare sfumature più intime e delicate nei pezzi maggiormente melodici.

Entriamo nelle pieghe del full-length a partire dal titolo: cosa sono queste “Words Of Indigo”? E su quali tematiche si concentrano principalmente i testi dell’album?

Words Of Indigo nasce dal desiderio di lasciare parlare le sensazioni più che le parole. Non c’è un messaggio razionale o una tematica precisa: si tratta di emozioni, stati d’animo, atmosfere che volevamo trasmettere con la musica. I testi seguono questo principio: sono scritti in inglese, con qualche parola italiana quando il suono o l’emozione lo richiede, e nascono dall’istinto del momento. L’ispirazione principale è stata proprio la musica stessa, i riff, le armonie e le atmosfere che si sviluppavano mentre lavoravamo, più che concetti filosofici o narrativi. In un certo senso, il titolo e i testi vogliono lasciare spazio all’ascoltatore: ogni ascoltatore può trovarci emozioni proprie, senza essere guidato da significati troppo rigidi.

Per la produzione vi siete affidati ancora una volta alle mani esperte di Dan Swanö, mentre l’artwork, come d’abitudine, è opera di Travis Smith: visto che si tratta di collaborazioni che continuano a ripetersi degli anni, ci puoi descrivere cosa l’uno e l’altro aggiungono alla musica e all’estetica dei Novembre?

Dan Swanö ha un ruolo unico: non è semplicemente un fonico, ma un vero e proprio architetto del suono. Gli inviamo solo le linee nude, e da lì lui costruisce tutto: dai suoni delle chitarre alla profondità della batteria, dal suono del basso fino all’equilibrio complessivo dell’album. Il suo contributo è fondamentale, perché trasforma un insieme di note in un corpo musicale vivo, con spazi e atmosfere che non sarebbero possibili senza il suo tocco. Travis Smith, dall’altra parte, cattura l’essenza visiva dell’album: bastano le demo, i titoli e i testi, e in pochi giorni crea immagini che diventano subito iconiche, capaci di raccontare la musica senza parole. Lavorare con loro da anni ci permette di mantenere coerenza e qualità, pur lasciando spazio a innovazioni e nuove ispirazioni, e aggiunge un livello di professionalità e cura che pochi altri team sarebbero in grado di offrire.

Sia negli arrangiamenti che in alcuni riff si avverte una certa influenza dell’AOR e del pop rock anni ’80, elementi che sembrano rendere il sound dei Novembre ancora più accessibile rispetto al passato, un iter che già sembrava evidente in “URSA”. Scelta meditata o evoluzione naturale emersa durante il processo di composizione delle canzoni?

L’influenza del pop-rock-wave anni ’80 in “Words Of Indigo è emersa in modo naturale. Crescendo con quella musica, certi elementi melodici e armonici sono entrati nel mio DNA creativo e vengono fuori spontaneamente. Non è stata una scelta meditata per rendere il sound più accessibile: piuttosto, durante la scrittura, certe melodie o armonie si sono integrate perfettamente con il nostro linguaggio doom-death, arricchendo i brani senza tradire la nostra identità. È un’evoluzione naturale, un riflesso di ciò che ascolti e assimili nel tempo, che poi si fonde con il lavoro sulle dinamiche e sugli arrangiamenti più moderni.

I Novembre restano comunque radicati nel terreno del gothic, del death-dooom, del progressive, del metal atmosferico, ma a ogni uscita il legame che avevate e avete ancora con i generi succitati e con Katatonia e Opeth non si è affievolito, piuttosto prospera su elementi diversi. In “Words Of Indigo” pare che abbiate messo un accento particolare sulle melodie, forse mai così trasognate ed emozionanti e su una struttura di canzoni lineare, ma non per questo meno ricercata.

In questo album abbiamo cercato un equilibrio tra complessità e linearità: le melodie sono forse più trasognate ed emozionanti che mai, ma senza semplificare il nostro linguaggio musicale. Ogni strumento ha il suo spazio, e la voce è calibrata per enfatizzare le emozioni senza sovrastare gli altri elementi. È un lavoro di armonia tra parti aggressive e momenti più delicati, e credo che questo renda “Words Of Indigo” un album completo, capace di emozionare senza perdere profondità. In più, abbiamo prestato molta attenzione alla costruzione dei brani, perché ogni pezzo dovesse avere una tensione narrativa interna, come se dovesse raccontare una storia attraverso le melodie e i cambi di dinamica.

L’album vede anche la partecipazione di Ann-Mari Edvardsen, nota per la sua trascorsa militanza nei norvegesi The 3rd & The Mortal e non una novità per i Novembre, dal momento che è già stata vostra ospite in passato. Perché hai scelto di utilizzarne la voce proprio in un brano come “House Of Rain”? Potremmo quasi affermare che l’intera tracklist sarebbe stata adatta a beneficiare del suo timbro …

Ann-Mari Edvardsen è stata scelta perché la sua voce straordinaria aggiunge una dimensione unica a “House Of Rain”. La conosco da tempo, ho sempre amato il suo lavoro con i The 3rd & The Mortal, e quando ho scoperto che viveva a Catania, ho pensato che fosse il momento perfetto per collaborare. La sua voce non solo arricchisce il brano, ma dà una spazialità e un’eleganza che amplificano le emozioni di tutto l’album. Ovviamente ogni pezzo dei Novembre potrebbe beneficiarne, ma qui il risultato è stato straordinario, perché il timbro di Ann-Mari si fonde perfettamente con le atmosfere che avevamo costruito e ne amplifica la magia.

image

Carmelo, restando alle linee vocali, come hai lavorato sul growling questa volta? In “Ursa”, i tuoi ringhi sembravano velati di mestizia, mentre nel nuovo platter torna a farsi sentire una certa rabbia che riesce a dare ancora più risalto alle parti malinconiche in clean.

Per il growling mi lascio guidare dalla musica stessa: non decido razionalmente quando usarlo o meno. In questo album ritorna una certa rabbia, che mette in risalto le parti malinconiche in clean, creando contrasti emotivi molto forti. È un approccio istintivo, che nasce dal rapporto con i brani e dalle atmosfere che vogliamo trasmettere. Ogni volta che registro, ascolto il pezzo nel suo insieme e cerco di capire quale sfumatura vocale possa comunicare meglio la tensione o l’emozione che il brano richiede.

Considerato che ogni vostro disco è un’opera a sé stante, ti andrebbe di lasciare un commento per ogni prodotto della vostra discografia, rilevando non soltanto le note positive, ma anche e soprattutto quegli aspetti che magari non ti convincono più come in passato?

Per quanto riguarda Wish I Could Dream It Again”, credo sia un full-length molto avanti per i suoi tempi. Certamente veniva fuori da un brodo di cultura molto avantgarde, ma a posteriori devo dire che fu davvero una pietra miliare. La registrazione avrebbe potuto essere migliore. Anche “Arte Novecento” è un disco molto innovativo per i suoi tempi, con una produzione originalissima da parte di Dan Swanö. Quella fu forse la prima volta che conoscemmo cosa davvero volesse dire non aver tempo a sufficienza. Una volta finito di registrare, ci fu comunque parecchio lavoro di post-produzione. “Classica” resta uno dei nostri album più acclamati: strutturalmente scorre che è una meraviglia, ha un suono aggressivo perfettamente collocabile nella scena europea. Avrei aggiunto un po’ di delay alla voce, che secondo me è un po’ troppo secca. “Novembrine Waltz” è un lavoro molto importante, pieno di idee innovative. Il suono è cristallino, ma a parer mio soffre anch’esso della mancanza di tempo necessario per mettere in risalto meglio certi passaggi. Come forse saprete, “Dreams D’Azur” è la ri-registrazione del primo album, di cui sono soddisfatto al 110%. Abbiamo avuto modo di correggere tutto ciò che non ci soddisfaceva di “Wish I Could Dream It Again” e abbiamo avuto a disposizione tutto lo studio time che ci serviva.

”Materia”, invece, è un opus molto particolare, certamente anch’esso innovativo. È un po’ una mosca bianca nella nostra discografia, perché ci sono scelte stilistiche abbastanza inusuali per noi. Lo ascolto raramente, ma quando capita rimango sempre sbalordito, in positivo “The Blue” segna l’inizio di una nuova era, avrei solo voluto aver più tempo per curare il songwriting; non che ci sia qualcosa che non vada, ma certi passaggi avrei voluto svilupparli meglio. Il suono generale è troppo compresso per i miei gusti. Adoro poi “Ursa” e il suono che Dan gli ha costruito sopra. Sono idee musicali abbastanza recenti e molto in linea con ciò che scrivo oggi: difficile trovare qualcosa che non vada in quest’album. “Words Of Indigo” è l’album più fortunato, è quello dove veramente ho potuto sviluppare ogni passaggio fino al punto di ottimizzazione. Il suono è perfetto, Dan si è superato; ha accettato di buon grado di vedere e correggere ogni piccola cosa che non ci soddisfaceva.

“Words Of Indigo” esce in concomitanza con i 35 anni di fondazione della band sotto il nome Catacomb, monicker la cui discografia è limitata a un EP e tre demo. Ci puoi raccontare come sono stati quegli inizi di carriera e cosa hai imparato da quell’esperienza primeva?

È passato così tanto tempo che a stento ricordo. So solo che ci mettemmo con una determinazione che altre band del nostro tempo non avevano. Eravamo molto fortunati perché venivamo da una scena underground molto addentrata nelle sue profondità. Frequentavamo gente molto più grande di noi che ci addentrò nei meccanismi dell’underground death metal. Le band nostre coetanee leggevano le riviste comprate in edicola, mentre noi maneggiavamo roba come Slayer Mag. Erano anni di cambiamento radicale, dove si abbandonava il vagone/baraccone del thrash Metal per approcciarsi a tre nuovi treni in corsa: quello del death metal, del grindcore e del death-doom, e i gruppi della nostra generazione dovevano in qualche modo cercare di capire che strada intraprendere. Era certamente molto stimolante come periodo.

Siete in giro dall’inizio degli anni ’90 e da allora molto è cambiato nell’industria musicale, dalle trasformazioni del mercato discografico al modo di ascoltare gli album, dalla centralità assunta dai social network ai costi esosi per organizzare i tour. È stato complesso per un gruppo come i Novembre adattarsi a tali e spesso repentine mutazioni, riuscendo a conservare la barra dritta e una certa “integrità”?

Adattarsi ai cambiamenti dell’industria musicale è stato impegnativo, ma la nostra bussola è sempre stata la musica. I social, i cambiamenti di mercato e i costi dei tour hanno imposto nuove regole, ma abbiamo cercato di rimanere fedeli a noi stessi, senza rincorrere mode o tendenze. Essere un outsider ci ha permesso di lavorare con calma e concentrazione, preservando integrità e coerenza. In un mondo che cambia velocemente, mantenere la propria identità artistica è stata una sfida, ma anche un privilegio, perché ci ha permesso di sviluppare un suono riconoscibile e sincero.

A livello generale, pensi di aver assorbito negli ultimi tempi delle nuove influenze musicali, che magari sono entrate in “Words Of Indigo”? E ci sono delle formazioni odierne che ti hanno particolarmente colpito o dei gruppi classici che hai deciso di approfondire?

È difficile parlare di nuove influenze, perché quelle richiederebbero un nuovo genere musicale, band con intere discografie. Cosa che non accade. Semmai mi capita di scoprire nuova musica attraverso i social, soprattutto progetti di 80s nostalgia. Adoro i Drab Majesty, i Sacred Skin, i Milano 84.

Per quanto concerne gli appuntamenti dal vivo, è in programma qualcosa a supporto del nuovo album? E qual è il tuo rapporto con i live? So che non ti fanno impazzire e che li vivi in maniera particolare …

Stiamo lavorando alla preparazione di qualcosa, ma è troppo presto per poterne parlare. In passato trovavo i live troppo faticosi, il ruolo di cantante e chitarrista era troppo complesso per me. Oggi li affronto decisamente in maniera più rilassata.

Carmelo, grazie mille per l’intervista. Quale messaggio vorresti condividere con i fan dei Novembre e i nostri lettori?

Vi ringrazio veramente tanto per quello che avete fatto per noi durante gli anni e spero di vedervi presto dal vivo

Comments are closed.