Gli svedesi Orbit Culture tornano a far sentire la propria poderosa voce attraverso i brani del nuovo album “Death Above Life”, un album che, oltre a segnare il loro ingresso all’interno del prestigioso roster della Century Media Records, li proietta nell’iperspazio delle grandi formazioni metal a fianco di Gojira, Slipknot, Trivium e via discorrendo. Di questo e altro abbiamo parlato con il singer, chitarrista e principale compositore del gruppo Niklas Karlsson, un artista umile, ma profondamente consapevole della crescita inarrestabile della band, a cui dedica quasi ogni momento della propria esistenza: buona lettura!
Ciao Niklas e benvenuto sulle pagine di SpazioRock. Come stai? Vorresti brevemente raccontarci la storia degli Orbit Culture, soprattutto per coloro che magari si avvicinano al mondo heavy per la prima volta?
Grazie, sto molto bene. Sì, voglio dire, siamo una formazione che ormai esiste da dieci anni abbondanti, dodici per la precisione. Anche se siamo nuovi da una prospettiva esterna, in realtà siamo già in giro da parecchio tempo. Comunque è iniziato tutto nel 2013, all’epoca gli Orbit Culture erano un semplice progetto su un computer portatile, desideravo soltanto scrivere le mie canzoni e roba del genere. Per fortuna, ho trovato un po’ di gente che voleva formare un gruppo e abbiamo fatto poco più di due o tre concerti. Poi quei membri originari hanno iniziato a frequentare l’università, ma io volevo continuare con la band. Così ho trovato Richard Hansson e Fredrik Lennartson, rispettivamente chitarra e basso, e in seguito è arrivato Christopher Wallerstedt, il nostro batterista. Ed è stato allora che abbiamo cominciato a fare sul serio, e questo deve essere stato tra il 2016 e il 2019. Essendo natii di una piccola città come Eksjö, abbiamo semplicemente cercato di sfruttare Internet il più possibile. All’epoca, per unirti a una band più seria, dovevi trasferirti a Stoccolma, a Göteborg, forse a Malmö, ma noi abbiamo sperimentato appieno la forza del web, riuscendo a trovare le persone di cui avevamo bisogno nella nostra piccola città, il che è raro. Insomma, avevamo tutti la stessa spinta e ambizione di far diventare questa formazione qualcosa di più grande. Ed eccoci qui oggi.
Il successo degli ultimi due album, “Nija” e “Descent”, vi ha permesso di condividere il palco con Gojira, In Flames, Trivium e altre grandi band del cosmo metal. Tale boom di consensi ha convinto la Century Media Records a mettervi sotto contratto: quali sono le maggiori differenze che avete riscontrato nel lavorare con una major rispetto a una label più piccola?
Le etichette sono più o meno le stesse, è soltanto questione di quanta energia e impegno intendano metterci. Penso che questa sia la differenza più evidente, e anche la rete di contatti è un po’ più ampia quando si tratta di una major. Insomma, tutto sembra più grande una volta sottoscritto un contratto del genere. In realtà, dopo il precedente accordo con la nostra vecchia etichetta, la Seek & Strike Records, eravamo più propensi a tornare indipendenti e a fare le cose per conto nostro. Siamo stati inseguiti da alcune grosse label, tuttavia eravamo molto protettivi nei confronti di noi stessi e non volevamo assolutamente firmare, almeno finché la Century Media Records non ha dimostrato di volerci davvero. Abbiamo pensato di accettare con l’intenzione di mantenere la libertà creativa e così restare la stessa band di sempre, ma con il portafoglio, fondamentalmente. Ed è questo che è successo. Poi ci siamo accorti che si trattava di persone fantastiche e dunque oggigiorno è più un ottimo team che una semplice casa discografica, se così si può dire.
Passiamo al nuovo lavoro degli Orbit Culture, “Death Above Life”. Ho letto che, per te, l’album rappresenta un cambiamento, un nuovo inizio. In che modo dovremmo interpretare questa dichiarazione?
Credo che anche questo abbia a che fare con il cambio di etichetta perché, come ho detto, firmare un contratto con una label del genere ti apre subito una miriade di porte. Abbiamo gettato le basi per fare un sacco di fantastici concerti di supporto e ora è il momento, per noi, di provare a diventare un solido gruppo da headliner, intendo a livello mondiale. Abbiamo accumulato così tanta esperienza e materiale da questi spettacolari concerti a fianco di band enormi che finalmente vogliamo provare a entrare nel mondo dei grandi e vedere se lo meritiamo, in pratica.
Niklas, tu ti sei occupato della maggior parte del songwriting, che, a quanto pare, è stato completato a ridosso del tour in compagnia degli Slipknot. Quanto il sound della band di Corey Taylor ha influito sui brani di “Death Above Life”?
Credo sia avvenuto subito dopo il nostro tour da headliner in Europa l’anno scorso, quando siamo stati impegnati con concerti molto più piccoli rispetto alla prossima tournée. Ci siamo presi una pausa dai live tra aprile e luglio, ed è in quel lasso di tempo che ho scritto la maggior parte del nuovo materiale. Questo è successo prima del tour con gli Slipknot, anche perché non sapevamo se lo avremmo fatto davvero, lo abbiamo appreso soltanto verso il mese di maggio. Così ho composto il più possibile in quel periodo di stop, finendo quasi tutte le canzoni, ma alcune parti di esse non lo erano per nulla. Dopo aver visto gli Slipknot in azione, prendemmo la decisione di cambiare un po’ di roba, ci avevano molto ispirati dal momento che li avevamo visti suonare otto volte di fila. Del resto, quando sei in giro con queste grandi band, sei un po’ come una spugna, assorbi tutta l’ispirazione possibile in ogni momento.
Ascoltando il full-length, sembra che gli Orbit Culture siano riusciti a portare alla perfezione quel blend di melodic death, groove e industrial metal che stavate cercando sin dagli inizi di carriera. Vi identificate con questa descrizione o sarebbe meglio dire che oggi suonate semplicemente metal, anche per evitare dei malintesi?
Sì, insomma, capisco perfettamente perché la gente dice che all’interno del nostro sound ci siano il deathcore, il melodic death metal, il groove metal e via dicendo: dentro c’è tutto quello che abbiamo mai ascoltato. E ci sono sicuramente anche gli In Flames ed è una cosa naturale visto che abbiamo suonato con loro. Sai, sono cose che assorbi e che in qualche modo ti entrano nel sistema. Ma penso che, per semplificarci le cose e anche a beneficio della lucidità della nostra mente, sarebbe meglio dire che abbiamo sempre suonato metal. Per noi è soltanto questo.
Canzoni come “Bloodhound” e “Inside The Waves” rappresentano due delle facce del disco, l’una feroce e selvaggia, l’altra sorprendentemente catchy e un filo à la Linkin Park. Cosa puoi dirci al proposito?
Sai, “Bloodhound”, già senza la voce, sembrava una mazza da baseball dritta nel cranio. Abbiamo in catalogo una vecchia traccia, “Vultures Of North”, che funziona molto bene dal vivo, quindi volevamo una canzone simile, ma con un riffing migliore. E poi non avevamo mai impiegato parolacce in una canzone prima, non ne avevamo mai sentito il bisogno. Ma una volta scritto il testo, ci siamo detti: “Cavolo, ce l’abbiamo fatta, questo brano è davvero molto arrabbiato”. Dunque siamo andati avanti con tutto quel turpiloquio ed è stato molto divertente scrivere il pezzo. Insomma, doveva essere una canzone da circle pit o da wall of death. “Inside The Waves”, come hai detto, si distingue dal nostro solito repertorio perché non è mai stata pensata per essere una canzone degli Orbit Culture. È stato qualcosa che è successo, sai, l’ho scritta senza pensare che sarebbe diventata una nostra canzone. Ma poi abbiamo pensato che, in un certo senso, si adattava al nostro stile. E non avevamo mai messo un ritornello all’inizio di una canzone, ci abbiamo provato ed è venuto fuori piuttosto bene. Poi ho ascoltato molto i Linkin Park l’anno scorso, proprio quando la stavo scrivendo. Decisamente ha un po’ del loro DNA.
E “The Path I Walk”? Non pensavo che gli Orbit Culture riuscissero a essere così vulnerabili …
È un po’ come una ballad, ma non come quelle tipiche degli anni ’80, anzi, è più che altro una specie di soundtrack cinematografica che ho scritto anni fa e che non abbiamo mai pensato di utilizzare finché non abbiamo composto il testo e la voce. È sembrata subito una canzone degli Orbit Culture, anche se non ha chitarre distorte, bassi e batteria pesanti e cose del genere. È proprio come una colonna sonora di un film con sopra un po’ della mia voce, ma aveva proprio senso averla alla fine dell’album ed è davvero una canzone unica per noi. È anche la più emozionante per me, ecco perché mi piace così tanto ed è la mia preferita.

Il platter rivela il grande amore che hai per le soundtrack cinematografiche, con i pezzi spesso avviluppati in epici arrangiamenti orchestrali. Magari in futuro ci sarà spazio per un disco esclusivamente strumentale?
Non so se scriveremo mai l’album di cui parli, ma mi piace soprattutto Hans Zimmer, un compositore che riesce a creare delle tracce dal sound possente con poche note soltanto, capisci cosa intendo? Ecco perché trovo le sue cose così interessanti. Deve far decollare i film con i suoni, attraverso di essi ne racconta la storia e questo è sempre stato così affascinante. Nel suo campo è il migliore perché riesce a prendere tre note diverse e a renderle così tristi, così spaventose o così allegre, conservando sempre una certa grandiosità. Quindi è davvero figo.
Vedo che indossi una maglietta che riproduce il poster del film del 2018 “Halloween”. Anche John Carpenter compare tra i tuoi compositori preferiti?
John Carpenter mi piace, decisamente. E ho gradito parecchio la soundtrack che ha composto con suo figlio Cody per la versione di “Halloween” del 2018, si adatta davvero bene al film. È un fottuto genio, direi.
Niklas, siete sempre stati profondamente coinvolti nelle riprese delle vostre clip musicali, mostrando grande cura per il lato visivo della band. In che modo avete lavorato ai video per “Death Above Life”?
Allora, il processo di realizzazione del video per la canzone “Death Above Life”, a differenza degli altri, è stato più simile a quello adottato qualche anno fa, quando li giravamo interamente da soli. Al tempo ero molto più interessato, sai, a tenere la telecamera, a montare le clip e tutte quelle cose, almeno finché non abbiamo trovato due ragazzi finlandesi, Patrik Nuorteva e Tuomas Kurikka, che lavoravano per Riivata Visuals. Abbiamo realizzato il video di “Descent” con loro, penso quello sia stato il primo. Anzi, adesso che ci penso bene, il video di “Vultures Of North” è stato il primo. In ogni caso, abbiamo instaurato questo fantastico rapporto di lavoro, per cui tutto poteva davvero ispirarsi alle mie visioni e mi piacevano molto le loro. Quindi ascolto e appoggio moltissimo entrambi perché tutto ciò che fanno si incastra perfettamente con la nostra musica. Ovviamente, ho le mie idee, ma Patrik e Tuomas sono così talentuosi nel preparare i video che mi fido ciecamente. Do solo e sempre il pollice in su a ogni loro proposta.
Resto un momento in ambito estetico, particolarmente su una copertina il cui artwork sembra quasi la locandina di una versione alternativa di “Alien” o “Prometheus”. Sei d’accordo?
Sì, d’accordissimo. Per farla breve, non avevamo deciso come sarebbe stata la copertina dell’album questa volta, sapevo solo che volevo i colori blu, grigio e nero. Quella era la tavolozza di colori che vedevo in queste canzoni nella mia testa. Quindi è iniziata la caccia a una bella cover, setacciando artisti di Instagram per ore e giorni. Non è mai finita finché non ho trovato lo slovacco Miroslav Pechov, un autore di bellissimi dipinti. L’ho contattato chiedendogli di acquistare l’opera digitale, ma lui mi disse che vendeva soltanto dipinti. Dunque ho dovuto comprare il dipinto, il che è fantastico perché ora lo abbiamo appeso nella nostra sala prove, ma abbiamo dovuto fotografarlo e tutto il resto. Il mostro sulla copertina si adattava benissimo perché aveva i colori che volevo, ma aveva anche delle corna, ed è diventato un po’ rappresentativo della nostra identità, ricorda gli avvoltoi del nostro logo. Si tratta di un qualcosa di molto svedese.
I primi due album degli Orbit Culture, “In Medias Res” e “Rasen”, sono frutto di autoproduzione. Hai mai pensato di remixarli o rimasterizzarli con la tecnologia e le competenze che la band possiede oggi?
Credo che “In Medias Res” sia stato mixato da Klas Blomgran, un altro mio amico. Ma “Rasen” l’ho mixato io, e penso che sarebbe bello farne almeno una rimasterizzazione. Ho ancora tutti i file, quindi potrei effettivamente remixarlo, ma sono sempre stato uno di quelli che non vorrebbe cambiare nulla dell’originale. Certo, se suonasse bene, davvero bene, allora prenderei in considerazione l’idea di rieditare il disco, ma ci vuole anche molto tempo per far partire le cose. L’anno prossimo è il decimo anniversario dell’album, immagino che dovremmo fare qualcosa di speciale. Vedremo.
Niklas, quando non sei in tour o non scrivi canzoni, cosa fai nel tempo libero? Quali sono le tue passioni principali?
Amico, è un’ottima domanda, visto che, appena mi sveglio, penso agli Orbit Culture. Quello che mi piace fare è occuparmi delle piccole miniature della serie Warhammer, passeggiare con la mia ragazza, cenare fuori con lei e cose del genere. Soprattutto negli ultimi due anni, però, ti confesso che sono stato concentrato sugli Orbit Culture.
Tra qualche settimana gli Orbit Culture inizieranno un tour a supporto di “Death Above Life” che, al momento, copre trenta date in giro per l’Europa. Come mai niente Italia?
Sfortunatamente, il tour a supporto di “Death Above Life”, che inizia tra una quindicina di giorni, per qualche motivo non copre l’Italia. Mi dispiace, vorrei poterlo cambiare, ma non sta a me decidere la cosa giusta.
Rimanendo sui live, consideri le esibizioni dal vivo un test cruciale per determinare il reale valore di un vostro album?
Credo 50 e 50, perché alcune canzoni che non senti funzionare in studio o su Spotify possono diventare una bestia completamente diversa dal vivo. Ed è questo che è sempre stato così interessante. Ma penso che trovare il perfetto equilibrio tra la registrazione in studio e il far eccitare la gente dal vivo costituisca una vera sfida, direi. Spero che questo nuovo album abbia un ottimo riscontro anche on stage. Vedremo.
Niklas, grazie mille per l’intervista e congratulazioni per “Death Above Life”. Quale messaggio vorresti condividere con i tuoi fan italiani e i nostri lettori?
Innanzitutto, grazie mille per avermi ospitato. Ci dispiace non venire in Italia per il tour di “Death Above Life”, ma ci faremo perdonare. Voglio dire, adoro venire in Italia, quindi dovrà succedere molto presto. Vi terremo sicuramente aggiornati. E assicuratevi di ascoltare il nuovo album in modo da prepararvi al meglio per la prossima volta che arriveremo da voi. Ancora grazie mille, amico, e buona serata.





