INTERVISTESPECIALI

Intervista – Pino Scotto

Ciao Pino, bentornato su SpazioRock. Innanzitutto come stai? È stato un anno e mezzo molto complicato anche per la musica.

Sto cercando di cancellare questo anno e mezzo dalla memoria. L’ho affrontato male, anzi malissimo, perché ho avuto anche dei problemi fisici; ho passato sei, sette mesi nel cercare di risolverli, ma è stata comunque un’esperienza davvero utile in quanto ne ho approfittato per rimettermi in pari con il mio io, con me stesso. Ho iniziato a modificare la scala dei valori della mia vita; del resto la mia esistenza è stata un continuo cambiamento, in questo caso obbligato, ma ho cercato di trarne il lato positivo. Il fatto di non suonare, poi, dal dicembre del 2019, dopo ben centoquarantotto date, è stato un aspetto che ha aggravato la situazione. Ora, pur di non stare fermo e visto che la situazione sembra migliorata, insieme al mio chitarrista Steve Volta stiamo andando in giro con un po’ di date in acustico.

Una gradita novità questi concerti acustici.

Ma sì, anche per fare una cosa differente, interessante, e mettersi un po’ alla prova. Siamo stati a San Marino, poi saremo in zona Verona, successivamente tre date in Sardegna; con la mia agenzia di Bologna Mani In Alto stiamo anche progettando le prossime date con la band. Vedrete un Pino che si diverte in modo diverso, più intimo, più raccolto, con la gente che ti sta attaccata davanti, ma è una bella sfida, una bella responsabilità, perché non hai più il gruppo che ti para il culo. Bisogna mettersi in discussione, nella vita come nella musica. Guarda quelle grandi band che si sono adagiate: troppi soldi, troppo successo e non fanno un disco decente da venti, trent’anni.

A questo proposito, mi vengono in mente gli AC/DC e il loro ultimo album “Power Up”. Cosa ne pensi al riguardo?

Ho provato ad ascoltare una prima volta l’ultimo degli AC/DC e sono rimasto scioccato; poi l’ho ascoltato più volte e la conclusione è che è il loro lavoro di gran lunga peggiore. Hanno soltanto sfruttato vecchi scarti composti da Malcom Young. Io, al posto di Angus, dopo la morte del fratello, avrei smesso. Sono pieni di miliardi fino al buco del culo. Ma scrivi un disco blues, gira per i piccoli club, tanto in fondo ti chiami Angus e fai sold-out lo stesso; invece non ha né le palle né la voglia di farlo, tanto sa che i fan corrono ai concerti per ascoltare gli stessi pezzi di trent’anni fa. Non mollano l’osso, come i Queen; sostituire un cantante come Freddie Mercury, che rappresentava l’80% del valore della band, è impossibile e, invece, vanno a prendere la gente dal karaoke e li mettono dietro il microfono. Come in Italia, che è il paese delle tribute band e della musica di merda. Se avessi saputo che saremmo arrivati alla trap, mi sarei suicidato trent’anni fa.

Con i Måneskin, però, qualcosa sembra essersi smosso. O sono soltanto un bluff?

Ci provo ad analizzare questa cosa. Non ha motivo d’essere, il mondo è conciato proprio male, non solo l’Italia; anche fuori non c’è nulla di buono da ascoltare se una band di ragazzini sta ottenendo tali risultati. Una cosa che devono sapere tutti quelli che suonano – quelli della nuova generazione intendo, perché la vecchia lo sa già – è che in questo ambiente non emergi se non c’è qualcuno che te lo spinge su per il culo e non vai nei reality. Quando esci da quei programmi, ti fanno entrare nel cosiddetto mondo mafioso dove ci sono tutti i papponi della musica; se non hai questa gente dietro, a Sanremo non ci vai neanche se ti ammazzi. In poche parole hanno mandato i Måneskin a Sanremo e li hanno fatti vincere. Poi ho provato a vedere l’Eurovision in differita per vedere chi fossero gli altri partecipanti. Quello più bravo era uno alla Toto Cutugno e mi sono chiesto: “Ma anche gli altri Paesi non avevano niente di meglio da mandare?“.

La canzone italiana classica, però, sembra ancora tirare molto all’estero…

È vero, Pupo e Al Bano hanno ancora successo in paesi come la Russia, ma almeno loro portano le classiche canzonette che a un certo pubblico amante della melodia italiana possono piacere. Ma i Måneskin sono un ibrido fatto passare per rock, ma che col rock non c’entra un cazzo. Una cosa mi preoccupa: io sono andato in giro con AC/DC, Black Sabbath, Pantera, Motörhead, Deep Purple, ZZ Top, so come funzionano i concerti metal e speriamo che questi ragazzini, mandati allo sbaraglio in questo tipo di concerti, non li massacrino. Certo, all’estero sono molto più educati di noi, che siamo un popolo di tamarri.

Dog Eat Dog“, il tuo ultimo LP, va, ovviamente, in una direzione diversa, anche rispetto al tuo stesso percorso. Senza voler stilare le solite classifiche, non credi che questo sia il tuo disco più personale?

Ho cercato di fare un piccolo bignami del rock, di quello che piace a me: se vedi c’è un pezzo blues, una ballad anomala, un brano prog come “Dust To Dust”. Insomma, è l’album più libero che abbia mai scritto, anche se ogni disco è stato un progetto diverso. Quello che mi veniva scrivevo, come un tempo facevano i Led Zeppelin, e così dovrebbe essere sempre la musica. Tu pensa, ho fatto il servizio militare, mi hanno beccato dopo un mese perché ero scappato, non perché non lo volessi fare, ma perché all’epoca si facevano quindici mesi e avevo delle date con la band di allora a Rimini. Quando ho finito la leva, ho preso la divisa e c’ho dato fuoco con la benzina. Io odio le bandiere, le classifiche, Sanremo. Anche il rock, che dovrebbe essere il genere rivoluzionario per eccellenza, ormai ha perso tutta la propria carica, lo hanno inquadrato: il black metal, il thrash metal, lo speed metal, il minchia metal (ride, n.d.r.), le zampogne, le cornamuse, bisogna dare un’etichetta a tutto ed effettivamente le radici blues del vero rock sono scomparse.

Anche il titolo dell’album è molto significativo.

Parto da lontano. L’Italia è un popolo di ignoranti: Salvini, Berlusconi e tutti gli altri sanno vendere la merda e la gente ci crede ancora, la massa funzionale se la beve. Ecco spiegato il titolo dell’album: “Dog Eat Dog” significa guerra dei poveri e purtroppo non cambierà mai niente. Quando ho iniziato con Rock TV, mi si sono rivoltati contro persino quelli di cui difendevo gli interessi. Non ce la faremo mai. Mio nonno diceva sempre che quelli che parlano di male di te ce l’hanno con sé stessi. E poi quelli che sui social si nascondono dietro i profili falsi, addirittura c’è uno che mi ha stalkerato, ma l’hanno beccato e ora ci sarà il processo. Denunciateli! C’è la polizia postale, pizzicano facilmente questa gente che non ha una vita, che invece del confronto aperto preferisce lanciare il sasso e nascondere la mano.

A più di un anno di distanza, come è stato recepito “Dog Eat Dog”?

Sinceramente tutti gli album sono sempre stati accolti bene, ma quest’ultimo ha ricevuto il doppio degli apprezzamenti. Il segreto consiste nel non standardizzarsi; io, dopo i Vanadium, potevo continuare a fare lo stesso disco, invece ho cambiato del tutto strada. Tra l’altro pochi giorni fa è uscito il videoclip della title track che tocca temi impegnativi come il bullismo e la violenza sulle donne. Chiunque abbia la possibilità di arrivare a tante persone, ha il sacrosanto dovere di intervenire in qualche modo sul sociale, come da giovanissimo mi hanno insegnato molti artisti. Oggi nei testi si parla di elfi, draghi, demoni, nessuno che tocca argomenti davvero importanti. Pensa, oltre al progetto Rainbow in Guatemala con Caterina Vetro per migliorare le condizioni di vita dei bambini della discarica di Coban, a settembre ne parte uno a Zanzibar, dove riapriremo un vecchio ospedale per accogliere bambini sordomuti, ciechi, down: cosa c’è di più bello che fare qualcosa per le buone cause?

Assolutamente. Tornando alla musica, nuovo album chiama tour, come hai accennato prima.

Non vedo l’ora di partire in tour con la band. Se non ho un album nuovo, non parto come fanno quelle band che ripropongono la stessa scaletta da decenni. Devo dire che non so se la tradizione di un album nuovo ogni ventiquattro mesi sarà rispettata nel 2022, ho comunque in testa una rivoluzione, ma non te ne posso parlare. Considerato il pericolo varianti, tutto è nell’aria, come per i live, e speriamo di tornare ad abbracciarci nei locali, per le strade, ho voglia di vedere band che fanno musica propria. A questo proposito c’è grande qualità, ma le etichette non hanno più soldi. Sai, una volta le label mettevano un produttore dietro i gruppi giovani e sistemavano loro i brani. L’altra faccia della medaglia è che un disco ormai te lo fai in casa col computer, è più facile, ma poi il risultato è che escono album tutti uguali, tanto non costano un cazzo. Per quanto mi riguarda, il disco l’ho registrato a Milano, poi sono andato a Genova da Tommy Talamanca dei Sadist, grandissimo chitarrista e produttore, lui ha la pazienza di Giobbe, come quella che devono avere tutti coloro che svolgono questo lavoro.

Nonostante la pandemia, non sei stato con le mani in mano, visto che hai scritto una delle prefazioni del libro di Daniele Follero e Luca Masperone “La storia di Hard Rock & Heavy Metal”, uscito per Hoepli lo scorso maggio.

Lo abbiamo presentato in varie città d’Italia: sono stato a Bologna, Milano e Genova, ma non a Roma. Conosco Ezio Guaitamacchi e mi ha chiesto di scrivere la prefazione. Un libro oggi è un atto coraggioso. Da quando ci sono i social, i libri sono come il cinema, un film te lo guardi in casa. Tutti con questa cazzo di PlayStation in mano, hanno creato generazioni di robot e anche per questo riescono a vendere musica di merda. O ascoltano musica pop da suicidio o un tipo di metal che col rock non ha nulla a che fare. Anche le produzioni sono tutte uguali, tutte perfette, metti a posto la batteria con il computer, usi l’autotune per la voce, ci sono band che hanno fatto un intero tour in playback e nessuno se ne è accorto. Una catena industriale. Io dico sempre di tornare al blues, riscriviamo la storia da zero, c’è gente brava lì fuori e possiamo farlo meglio degli americani.

Un consiglio che tutti, soprattutto i giovani, dovrebbero accogliere, o sbaglio?

Assolutamente sì. Ai giovani dico di farsi un anno di blues, capire la quadratura, il timing, la voce, il tocco dello strumento. Quando mi chiedevano dove avessi studiato per imparare a cantare, ebbene, io rispondevo: “Mentre gli altri studiavano, io andavo a trombare“. (ride, n.d.r.) Adesso tutti frequentano le scuole di canto, imparano quattro vocalizzi e poi via a fare le fotocopie delle fotocopie. Basta vedere i talent show, non ne esce uno originale, nessuno che valga la pena di ascoltare. La Amoroso vuole fare la Pausini, ma almeno la Pausini è intonata; Emma Marrone urla come una Gianna Nannini con la diarrea. È allucinante. E la cosa triste è che la gente si accontenta. Amico mio, non ce la faremo mai a cambiare, dovremmo cominciare dagli asili. Bisognerebbe fare tabula rasa, come con la politica. Gaber diceva che l’unica riforma è quella di andare fuori dai coglioni. Pensa a tutti quelli che sputavano addosso a X Factor, Amici, parlavano di rock e poi alla fine lì sono andati. Anch’io anni fa dovevo andare a Sanremo, ma volevo mostrare il coso in mano in diretta; il produttore di allora me lo ha impedito perché sapeva che lo avrei fatto davvero.

Passiamo a una curiosità. Non tutti sanno che hai partecipato nel 2012 al film “Extreme Jukebox” nelle vesti di Don Zappa. Che esperienza è stata?

Due ragazzi di Genova, Alberto Bogo e Andrea Lionetti, mi chiesero se fossi disponibile per una parte nel film; c’erano anche Trevor dei Sadist, Terence Holler degli Eldritch e parecchi altri amici. Abbiamo girato in location tremende, con i bidoni pieni di legna per scaldarci perché faceva un freddo del cazzo. Pensa, è stato distribuito anche negli USA. In generale, mi piace fare cose diverse sempre legate alla musica. Ho scritto per anni per Rolling Stone e altre riviste – sono ancora iscritto all’albo come pubblicista – e, come sai, faccio radio e televisione da tempo. Sono a Rock’n’Roll Radio, da settembre riparto con Radiofreccia, continuo con Rock Tv che quest’anno compie vent’anni. Tutto sempre senza prendere una lira, naturalmente.

Grazie mille per l’intervista. Quale messaggio finale vorresti lasciare ai lettori di SpazioRock?

Prima cosa: se avete qualche soldo da spendere per le ferie, restate in Italia, così lavoreranno locali, hotel, bar. Ce n’è bisogno. Seconda cosa: ragazzi, cerchiamo di dare il giusto peso alla meritocrazia, perché in questo Paese vengono premiati soltanto ladri, puttane, papponi e pezzi di merda. Grazie a SpazioRock e un saluto a tutti.

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