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NOFX – Punk In Drublic

Come si fa a parlare di un disco che ascolto ormai da decenni e che è entrato di diritto nella mia personalissima classifica dei dischi migliori di sempre? Proviamo a chiudere gli occhi e immaginiamo di essere in California nel 1994: la scena punk esce dai piccoli club in cui era solita manifestarsi, per contagiare adolescenti, skater e affezionati del punk anni ’80, come un virus, senza lasciare superstiti. Un virus, perché se lasci entrare quella melodia non ti lascia più.

La Epitaph, casa discografica di Mr Brett (storico chitarrista dei Bad Religion), decide di offrire al mondo una piccola perla che venderà oltre un milione di dischi e rappresenterà l’influenza primaria di musicisti che faranno del punk la propria carriera. “Punk in Drublic”, il quinto album dei NOFX, è lontano anni luce da “Liberal Animation” e dai suoi scatti ritmici improvvisi, quanto diverso dalle frenetiche melodie di “S&M Airlines” e dai testi beffardi di “Ribbed”. Un lavoro che rappresenta l’evoluzione di “White Trash, Two Heebs and a Bean” – album che contiene “Stickin’ In My Eyes” e “Bob” – e che vede riff più incisivi rispetto all’era senza El Hefe, oltre ad un miglior approccio melodico generale.

Ad aprire “Punk in Drublic” troviamo “Linoleum”, 2:10 minuti di ironico pavoneggiarsi sul fatto di avere un letto, una chitarra, un cane di nome Bob e un pavimento – sì, un pavimento. Fat Mike, con fare sarcastico, racconta di come siano le piccole cose a renderci ricchi e non i beni materiali: la concretezza dei rapporti, il cantare cose senza senso, accontentarsi di pochi spiccioli offerti da sconosciuti in segno di gratitudine per aver suonato il violino in strada. Oppure, “Linoleum” è semplicemente un’ode nonsense al pavimento in linoleum che in tante serate e nottate lo ha sostenuto dopo l’ennesima sbronza. Quel che importa è che l’energia che si percepisce fin dai primi power chords suonati con decisione da El Hefe: il ritmo incalzante della batteria, la voce dritta, ma pulita di Mike fanno sì che questi 2 minuti rimarranno in testa per sempre (“That’s me inside your head”).

Allo stesso modo, il contagioso coro in “Leave it Alone”, brano che ha il super potere di farti stare meglio, aiuta ad affrontare il mondo e i suoi casini, insegna ad accettare che le cose accadono indipendentemente dalla nostra volontà, quindi perchè opporsi al cambiamento? Rilassiamoci e non stressiamoci per tenere tutto sotto controllo. La sensazione che viene trasmessa ascoltando questa canzone è di comprensione: è un po’ quel fratello maggiore mai avuto, che ti porta a mangiare il gelato dopo l’ennesima crisi di pianto per qualcosa che è/non è successo nella tua vita.

Siamo quindi davanti ad un album in cui troviamo di tutto: ci sono il cazzeggio e le bonarie prese in giro, come in “The Brews”, dove viene parzialmente replicato lo stile street punk, condito da un corposo coro da stadio (“We’re the brews/Sportin’ anti swastika tattoos/Oi oi we’re the brews/The fair fax ghetto boys skinhead Hebrews”); ci sono denunce socio-politiche di “Don’t Call Me White”, che esprime un innervosito disprezzo verso chi crea e supporta gli stereotipi, chi generalizza e chi categorizza le persone in base al colore della pelle. In un grido di protesta la voce di Mike si tira dietro chitarre, basso e batteria, che suonano furiosamente affermando il concetto con una potenza tale che ti senti quasi travolto dall’onda d’urto di un’esplosione.

“Perfect Government” destabilizza, ingannando chi ascolta, con velocità diverse. Le influenze reggae non mancano in “My Heart Is Yearning”, una canzone d’amore in puro stile punk, con un testo semplice e breve (“For you, my heart is yearning, and how, i’ve love you so, it’s couse of you, my dick is burning, it’s dripping on my toe”). Non ci sarebbe stato bisogno di aggiungere altro: la dicotomia tra il tono lirico utilizzato e il testo, rendono questo brano geniale. “Reeko”, è una ballata un po’ reggae, con qualcosa di folk, rilassata, con l’atmosfera che degenera solo nell’ultima strofa, quando si torna a pieno ritmo.

“Scavenger Type”, brano voce e chitarra acustica, chiude il disco. Avete in mente quando alla fine di un concerto restano a terra solo bicchieri di birra vuoti, le luci si accedono, i pogatori seriali recuperano gli oggetti perduti durante l’euforia delle due ore (se va bene) precedenti? Ecco, “Scavenger Type” è questo, è quella sensazione di gaudio misto a malinconia. Ma ecco che, quando sembra tutto finito, intorno al quinto minuto si sentono voci familiari: una ghost track, dove El Hefe si diverte a impersonare personaggi dei cartoni animati.

“Punk In Drublic” manifesta la libertà e la voglia di sistemare quelle cose che non vanno, la voglia di rivoluzione, ma anche di divertimento. I NOFX riescono a prendere le ansie generazionali, legate alla precarietà, alle differenze sociali, all’incertezza di ciò che sarà, metterle in una scatola, buttarci dentro power chords, un sound accattivante, dinamicità, ironia, trasformando il tutto in un cocktail da bere tutto d’un fiato.

Tracklist

01. Linoleum
02. Leave It Alone
03. Dig
04. The Cause
05. Don’t Call Me White
06. My Heart Is Yearning
07. Perfect Government
08. The Brews
09. The Quass
10. Dying Degree
11. Fleas
12. Lori Meyers
13. Jeff Wears Birkenstocks
14. Punk Guy
15. Happy Guy
16. Reeko
17. Scavenger Type