Ogni tre anni, gli Shores Of Null pubblicano un nuovo album sulla lunga distanza, il rituale necessario affinché la band romana possa condividere con gli ascoltatori quella musica plumbea e malinconica caratteristica anche di certa area nordeuropea che fa capo, tra gli altri, a Katatonia, Saturnus e Swallow The Sun. “Homesick” non apporta alcuna variazione reale al fine gothic/doom intriso punti di luce dello scorso “The Loss OF Beauty” (2023), ma, continuandone la scia, il gruppo sembra pervenire a un equilibrio ancora più spiccato della sua gamma sonora, con liriche che affondano come bisturi rotondi nel profondo dell’animo umano. Il singer e autore dei testi Davide Straccione, ospite per la prima volta sulle nostre pagine, ci ha raccontato i particolari di un disco elegante e “internazionale”.

Ciao Davide e benvenuto per la prima volta sulle pagine di SpazioRock. Come stai?

Tutto bene, Per fortuna, questa estate estrema è giunta al termine e abbiamo un nuovo disco in uscita tra qualche giorno. Potrebbe andare decisamente peggio.

Direi di partire da un appuntamento come il Frantic Fest, di cui siete gli organizzatori. Ci potreste stilare un bilancio di questa edizione? La crescita sembra esponenziale…

Non è corretto dire che gli Shores Of Null organizzano il Frantic Fest. Io ne sono il fondatore e da diversi anni anche Gabbo [Gabriele Giaccari, chitarrista della band, ndr] è parte attiva nell’organizzazione. Ogni tanto anche altri membri della band ci danno una mano come volontari, ma non è il festival degli Shores Of Null, dove tra l’altro evitiamo di suonare [ride, ndr]. Questa edizione è stata davvero bellissima. La risposta del pubblico è stata estremamente positiva e, a distanza di dieci anni dalla prima edizione, continuiamo a vederlo crescere, e le sempre maggiori presenze da altre regioni e anche dall’estero lo dimostrano ampiamente. Dietro c’è un anno di lavoro e, soprattutto, tantissime persone che nei giorni del festival danno tutto per far funzionare ogni cosa e far sì che il Frantic resti un evento umano, fatto da fan per i fan. Al Frantic la gente ormai si conosce, torna ogni anno, si ritrova e soprattutto si sente a casa. Credo che sia questo il risultato più importante che potessimo ottenere.

Restando in ambito live, quest’estate avete partecipato al Metal For Emergency, festival in cui avete suonato, tra gli altri, con Labyrinth e Carcass. Innanzitutto, com’è andata? E da musicisti e addetti ai lavori, quanto è davvero sostenibile presenziare a eventi totalmente gratuiti e soprattutto organizzarli?

È andata molto bene, è stata una situazione davvero bella e anche molto professionale. Suonare insieme a Carcass, Labyrinth e a band più underground è stato un piacere, e ho apprezzato molto anche l’atmosfera generale del festival. Per quanto riguarda la gratuità, credo che eventi di questo tipo abbiano un valore importante, soprattutto per le nuove generazioni. Sul discorso della sostenibilità economica, non posso ovviamente parlare per chi lo organizza, ma mi auguro che tra fondi, sponsor e quello che viene generato sul posto, comprese le vendite di birra e cibo, debba esserci un equilibrio che permetta di continuare a farlo. Non è certo una cosa che si vede tutti i giorni: un festival metal di queste dimensioni, completamente gratuito e organizzato con questo livello di professionalità, è sicuramente qualcosa di positivo per la scena.

Passiamo al nuovo album “Homesick”, in uscita il prossimo 16 ottobre. Un po’ come i Morbid Angel che hanno sinora rispettato la regola dell’ordine alfabetico per i titoli degli album, gli Shores Of Null, sin dall’esordio “Quiescence”, continuano a pubblicare un full-length ogni tre anni. È un tempo che vi date consapevolmente per far maturare le idee? O c’è dietro quell’apparente casualità che sottintende l’operato del divino?

Non è una regola che ci siamo dati a tavolino, semplicemente dopo un po’ sentiamo la necessità di avere un nuovo disco da portare in giro. E, almeno per noi, tre anni sembrano essere un periodo abbastanza naturale. Pubblicare con maggiore frequenza rischierebbe di essere controproducente: non avresti il tempo di fare un vero ciclo disco-tour e magari finiresti anche per annoiare! Al contrario, aspettare troppo potrebbe far perdere un po’ di attenzione intorno alla band. In realtà, negli ultimi anni siamo stati anche più prolifici del solito, perché tra il live album “Beauty Over Europe” e lo split con i Convocation “Latitudes Of Sorrow” sono usciti altri due lavori. Quindi, considerando tutto, non siamo proprio rimasti con le mani in mano. È più una cosa fisiologica: a un certo punto ci viene voglia di scrivere, registrare un disco nuovo e tornare a suonare. Se poi vogliamo attribuire tutto al divino, possiamo anche farlo, ma diciamo che per ora il calendario dei tre anni sembra funzionare.

Dopo due album con la Candlelight e due con Spikerot Records, “Homesick” verrà rilasciato su un’altra etichetta nostrana, la Dusktone, il cui roster è soprattutto – ma non solo – composto da formazioni di carattere estremo. Cosa maggiormente vi ha convinto della label? E vi sentite in parte una mosca bianca all’interno del loro catalogo?

Dopo le esperienze con Candlelight e Spinefarm abbiamo scelto consapevolmente di lavorare con realtà più underground, prima con la mia ex etichetta Spikerot Records e ora con Dusktone. È una dimensione in cui ci troviamo bene, perché c’è un rapporto molto più diretto e umano, e soprattutto una maggiore libertà nel modo di lavorare e nel prendere le decisioni che riguardano il disco. Dusktone la seguivamo già da tempo e ci ha sempre colpito la loro visione molto precisa. Non è semplicemente un roster composto da band estreme: c’è un’attenzione particolare verso una certa musica introspettiva, atmosferica e non necessariamente facile da incasellare. Per questo non ci siamo mai sentiti una mosca bianca all’interno del loro catalogo, anzi.

Avete dichiarato che chi ha apprezzato lo scorso “The Loss Of Beauty” si sentirà a casa anche con il disco di prossima uscita, sottintendendo dunque la stretta continuità tra i due lavori. Cosa c’è allora di davvero nuovo a livello musicale nel songwriting di “Homesick”?

Più che qualcosa di completamente nuovo, parlerei di una naturale evoluzione. Ci sono inevitabilmente degli elementi di continuità, ma ci sono anche degli elementi inediti, come più parti pulite e più palm-muting a livello chitarristico. Allo stesso tempo, tutte le diverse anime degli Shores Of Null sono ancora lì: gothic/doom, momenti più aggressivi, growl, melodie molto presenti e arrangiamenti vocali più stratificati. Credo che la novità stia soprattutto nel modo in cui oggi riusciamo a far convivere questi elementi con maggiore naturalezza. Questa volta, abbiamo lavorato molto sulla pre-produzione, anche insieme al nostro storico produttore Marco “Cinghio” Mastrobuono, cercando di essere più essenziali e diretti e di capire fin da subito cosa funzionasse davvero.

Dal punto di vista lirico, invece, il fil rouge che percorre il disco, come del resto si evince dal titolo e dall’artwork, riguarda la nostalgia di casa, il desiderio di tornare a essa con il rischio, però, di incrociare ricordi e luoghi sorgente di dolore e patimento. Dal momento che si tratta di tematiche sì molto profonde, ma caratteristiche del genere che gli Shores Of Null suonano, in che modo le avete affrontate per non risultare scontati?

Non parlerei di un vero e proprio concept album, perché non c’è una storia unica che attraversa tutto il disco. “Homesick” è piuttosto il filo comune che ho riconosciuto nei testi mentre li scrivevo. La parola racchiude già una contraddizione che mi interessa molto: puoi sentire nostalgia per qualcosa che ami, ma quel qualcosa può essere anche legato al dolore, ai ricordi e a esperienze da cui magari hai cercato di allontanarti. A volte il desiderio di tornare non significa voler recuperare il passato, ma cercare un modo per riconciliarsi con esso. Le tematiche possono anche essere ricorrenti nel doom metal, ma quello che le rende personali è il modo in cui le vivi e le racconti.

Nell’album sono presenti due ospiti di un certo calibro come Natalie Koskinen dei Shape Of Despair e Shaun MacGowan dei My Dying Bride. A parte il fatto che tali collaborazioni confermano l’enorme credibilità internazionale degli Shores Of Null, cosa le stesse hanno aggiunto al lavoro? Sono state pensate appositamente per i brani o si tratta di semplici interventi decorativi?

Natalie e Shaun non sono stati coinvolti semplicemente per aggiungere un nome importante al disco. In entrambi i casi avevamo già in mente cosa potessero portare ai brani, ma allo stesso tempo abbiamo lasciato loro abbastanza libertà per far emergere la propria personalità. Natalie, in particolare, ha aggiunto una dimensione vocale che cercavamo da tempo, mentre il violino di Shaun ha dato ai brani un elemento ulteriore, senza mai sembrare qualcosa di aggiunto a posteriori. E poi c’è un aspetto umano che per noi conta molto: entrambi sono venuti a Roma a registrare, abbiamo passato del tempo insieme, dentro e fuori dallo studio, e credo che anche questo abbia contribuito al risultato finale.

Una degli aspetti di maggior fascino degli Shores Of Null risiede nell’accompagnare gli album con video così curati ed evocativi da risultare un tutt’uno con la musica. Per i due singoli di “Homesick”, però, ho notato che avete optato, almeno per i vostri standard, s’intende, per dei video più “basici”. È soltanto una mia impressione o ci sono delle ragioni dietro questa scelta?

Sì, in effetti rispetto ad alcuni video del passato quelli usciti finora sono più semplici, ma è una scelta precisa. Anche in passato abbiamo realizzato video molto essenziali, penso a “Destination Woe” o a “The Last Flower”, quindi non è qualcosa di completamente nuovo per noi. Per “Homesick”, abbiamo semplicemente deciso di accompagnare più singoli con un video, e questo ci ha portato a scegliere una linea visiva più semplice e sostenibile, senza però rinunciare alla qualità o alla cura dei dettagli. Non volevamo necessariamente fare meno, ma riuscire a dare a ogni singolo il suo spazio anche dal punto di vista visivo. E comunque non è finita qui: ci sono ancora due singoli in arrivo. Uno sarà nuovamente un lyric video, mentre l’altro sarà un vero e proprio videoclip, sempre a cura di Sanda Movies.

Ci sono due brani in particolare che mi hanno colpito, ovvero “Allies Before Defeat”, con quel mood Katatonia che sembra attraversare un po’ tutto il disco, e “The Numbing Void”, cupa, profonda e catarticamente melodica. Due facce della medesima medaglia, un po’ la cifra del sound degli Shores Of Null?

Li vedo come due diverse sfumature del nostro sound. “Allies Before Defeat” ha anche una particolarità importante: è il primo testo nella nostra storia che non è stato scritto da me. Lo ha scritto Matteo [Capozzucca, bassista della band, ndr], che ha sentito la necessità di mettere nero su bianco un’esperienza molto significativa della sua vita, e per noi era giusto lasciargli quello spazio. “The Numbing Void”, invece, ha un legame abbastanza evidente con il nostro lato più cupo e doom, che può avvicinarsi a certe atmosfere di “Beyond The Shores”. È probabilmente uno dei brani più pesanti e profondi del disco, ma allo stesso tempo mantiene una forte componente melodica. Non è un caso che sia proprio qui che abbiamo concentrato gli interventi sia di Natalie che di Shaun, perché sentivamo che le loro parti potevano amplificare esattamente quella dimensione del brano.

In “Son Of Tide”, c’è un verso che dice “I learned to breathe into the ocean”, una frase che implica la capacità di non affogare e soprattutto di adattarsi a un nuovo ambiente. È forse anche la fotografia sia della vostra crescita come uomini che della band stessa?

Ma poi prosegue anche dicendo “the peace and the angst within”, che credo sia una frase altrettanto significativa. Per me, le due cose sono strettamente legate: imparare a respirare nell’oceano significa anche imparare a convivere con quello che abbiamo dentro, con la pace e con l’inquietudine. La vita, in fondo, è adattamento. Cambiamo continuamente, attraversiamo situazioni diverse e impariamo a stare a galla anche quando l’ambiente intorno a noi cambia. Vale per noi come persone, e di conseguenza anche come band.

E invece cosa potete dirci in merito a “Society Is The Murderer”, un brano, che malgrado i rallenty espansivi, ha delle parti belle tirate e un ritornello che non si dimentica? E la società di oggi, allargando un po’ i confini del testo, è davvero un’assassina dei nostri sentimenti?

“Society Is The Murderer” nasce soprattutto da una riflessione sul modo in cui siamo portati a vivere il successo e il fallimento. Viviamo in una società che tende a glorificare chi ce la fa e a farci sentire quasi inadeguati quando qualcosa va storto. Il problema è che così finiamo per avere paura di fallire, quando invece il fallimento è inevitabilmente parte del percorso. Il titolo è volutamente forte, ma non volevo fare un’accusa generica alla società di oggi. Mi interessava piuttosto parlare di quella pressione che, poco alla volta, può soffocare la nostra libertà di sbagliare, di cambiare strada e anche semplicemente di essere imperfetti.

Avete partecipato a numerosi e importanti festival e siete andati in giro con band come Paradise Lost e Swallow The Sun. Si dice sempre che suonare in tour con altri gruppi influenzi positivamente stile e atmosfere: è stato anche così nel vostro caso?

Assolutamente sì. Andare in tour con altre band e condividere ogni sera palchi, viaggi e momenti fuori dal palco porta inevitabilmente a influenzarsi a vicenda. Magari non succede sempre in maniera evidente, ma anche solo ascoltare una band per settimane, vedere come lavora e confrontarsi con i suoi musicisti può lasciare qualcosa. E secondo me è proprio questa una delle cose più belle del tour: quando il confronto va in entrambe le direzioni e, senza nemmeno accorgertene, finisci per portarti a casa qualcosa anche dal punto di vista musicale.

Gli Shores Of Null suonano un genere se vogliamo elitario come il gothic/doom, ma negli ultimi anni, in Italia come all’estero, tale nicchia ha iniziato ad allargarsi oltre i confini dell’underground, con band che, pubblicando per delle major, riescono a raggiungere una platea più vasta di ascoltatori. Come vi spiegate questa sorta di “esplosione”?

Non ne farei una questione di nicchia, ma allargherei il discorso al metal italiano in generale. Per molto tempo, quando si parlava di metal italiano all’estero, i nomi che venivano in mente erano soprattutto Lacuna Coil, Rhapsody o Fleshgod Apocalypse. Oggi, invece, ci sono tantissime realtà che stanno ottenendo attenzione internazionale, dai Messa ai Master Boot Record, dai Fulci fino a band più recenti come Ponte Del Diavolo, Bedsore, Bianca e tante altre. Credo che, quando una scena nel suo insieme è così viva e interessante, inevitabilmente si accendano dei riflettori che finiscono per illuminare anche realtà più piccole, creando un ambiente favorevole. E, secondo me, non siamo mai stati rappresentati così bene all’estero come in questo momento.

Torniamo ai live. Sappiamo che per l’autunno sono state programmate delle date per il tour a supporto di “Homesick”. Cosa è previsto per il prossimo anno?

Sì, abbiamo già diverse date programmate per l’autunno, e la cosa bella è che “Homesick” uscirà il 16 ottobre, proprio mentre saremo in giro a presentarlo dal vivo. Partiremo dall’Europa dell’Est e poi passeremo per Italia, Germania e altri Paesi, quindi sarà anche un buon modo per accompagnare l’uscita del disco con i primi concerti. Per il prossimo anno, siamo stati confermati all’Inferno Festival di Oslo a marzo, undici anni dopo la nostra prima partecipazione, e stiamo lavorando ad altre date che annunceremo nei prossimi mesi. L’idea è sicuramente quella di portare “Homesick” in giro il più possibile, anche in Italia.

Grazie ragazzi per la vostra disponibilità e complimenti per “Homesick”. Cosa volete aggiungere a beneficio dei vostri sostenitori e dei nostri lettori?

Grazie a voi per averci ospitato sulle vostre pagine. Ci vediamo dal vivo.

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