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Messa – The Spin

I nostrani Messa tornano sulle scene con “The Spin”, per quello che potrebbe essere uno dei migliori album del 2025. La band veneta è composta da Sara Bianchin alla voce, da Alberto Piccolo alla chitarra e Marco Zanin al basso, che insieme suonano anche i synth, e Rocco Todualdo alla batteria. Nell’estremità bassa a destra della copertina leggiamo e traduciamo la “Rotazione”, mentre al centro c’è un simbolo fortissimo, ovvero l’Oroboro, il serpente che si mangia la coda, un’immagine che rappresenta sia la concezione ciclica del tempo, tipica delle religioni fondate sui Misteri, sia la reincarnazione dell’anima, questi due aspetti eliminano la storia, come la intendiamo noi moderni, conferendo razionalità agli eventi e riconducendoci così agli antichi culti della primavera dove si celebrava il ridestarsi ricorrente della natura.

A pochi anni di distanza dall’ottimo e screziato “Close” del 2022, bisogna ancor di più tessere le lodi di questo eccellente quartetto, gli aggettivi rischiano seriamente di esaurirsi, questo è un disco tutto da sentire. Una cantante dotata e impeccabile in ogni scelta vocale, strumentisti creativi e preparati che prestano una grande attenzione alle dinamiche, adottando un suono potente e decadente. Nel loro lavoro s’incastonano perfettamente esperimenti e idee del passato, per un jazzy doom metal con punte drammatiche e goth. A “Void” il compito di aprire il disco, il suo intro dark e angosciante non toglie il giusto tiro al brano, i chorus sono proprio anni ’80, la scelta dei riverberi per voce è ottima, si crea subito una grande atmosfera per una song che rotola bene in tutti i suoi momenti

Si prosegue con “At the Race”, un pezzo marcio e dolce al tempo stesso, con una batteria dalle molteplici sfaccettature per un playing di grande livello. Nella debordante “Fire on the Roof” è bellissimo il giro synth, per un brano metal con frangenti che potrebbero essere quelli di una nuova “Live and Let Die” dei Guns. Raffinata e da brividi è la descrizione perfetta della prima parte di “Immolation”, caratterizzata da piano e voce prima dell’energica esplosione strumentale che colpisce dritta nelle viscere con un assolo molto lirico. L’inizio doomeggiante di “The Dress” spiana la strada all’ugola d’oro della Bianchin in un pezzo che cammina deciso e appoggiato, prima del momento jazzy e delle sfuriate finali, nel sentire il brano affiorano nella nostra memoria i ricordi di frammenti dei migliori Lacuna Coil degli esordi, ma con qualcosa di floydiano e sabbathiano al tempo stesso.

Lo spiazzante inizio di “Reveal”ci fa immergere in un metal moderno compresso e compatto con momenti articolati che riescono sempre a sorprenderci, miscelando metal estremo e fraseggi blues. “Thicker Blood” ci tiene in sospensione con la sua oscurità e i suoi intervalli, inizialmente è la meno sorprendente del disco, ma poi sale una certa epicità e nel finale si raggiungono picchi di violenza sonora notevoli, i Messa riescono sempre a trasmettere qualcosa agli ascoltatori. Chitarristicamente parlando c’è qualcosa di Iommi, di Gilmour, di Hendrix, ma con un’aggiunta di spunti più moderni provenienti da territori fusion.

Il punto di forza del gruppo è quella di regalarci in tutti i brani la sensazione di non sapere mai bene dove si sta andando a parare, sorprendendo l’ascoltatore e invogliandolo a riascoltare i brani. Le tematiche dei testi esplorano insicurezze, conflitti interiori, il non reggere le pressioni delle aspettative altrui e quelle punte d’angoscia quotidiana che possono affliggere chiunque. Un disco da avere, fiore all’occhiello del metallo italiano.

Tracklist

01. Void Meridian
02. At Races
03. Fire On The Roof
04. Immolation
05. The Dress
06. Reveal
07. Thicker Blood