Non giriamoci troppo intorno: sono veramente poche le band che hanno bruciato le tappe come i Jinjer. Nell’arco di appena 10 anni, il quintetto di Donetsk è riuscito a passare dallo status di realtà emergente a quello di simbolo di una nuova generazione di gruppi, capace di stupire sia per l’aggressività dei loro lavori che per la loro capacità di essere protagonisti dell’epoca in cui vivono, e non solo in senso strettamente musicale.
Sembrerà strano che siano trascorsi ben quattro anni dall’ultimo “Wallflowers” ma, a prescindere da quali possano essere le ragioni di questa attesa, “Duél” è finalmente tra le nostre mani, ed è inutile nascondere quanto la curiosità sia alta.
Nel corso degli anni, siamo riusciti a definire le coordinate del sound della band ucraina, insieme alle loro caleidoscopiche influenze; ebbene, sin dalle prime note, “Duél” è immediatamente riconoscibile come “album dei Jinjer”. Prendiamo ad esempio “Tantrum”, il primo brano della tracklist che, uno dopo l’altro, mette in mostra tutto ciò che un fan del gruppo vorrebbe sentire: riff aggressivi, sonorità cangianti, cambi di tempo, melodie ipnotiche e, soprattutto, la maestosa voce di Tatiana Shmailyuk.
Pezzi come quello appena citato rappresentano, insieme alle influenze deathcore di “Rogue”, all’assalto di “Fast Draw” ed alla stessa title track, la spalla più aggressiva del disco, a cui fa da contraltare un’altra più riflessiva e ragionata, rappresentata da brani come “Hedonist”, “Thumbleweed” e “Kafka” che, con le loro ritmiche sghembe e la loro impostazione progressive, ci ricordano che siano in presenza di un lavoro estremamente curato. Va da sé che non mancano le più classiche vie di mezzo, come “Green Serpent”, “Dark Bile” e “A Tongue So Sly”, che in un qualche modo rappresentano il giusto compromesso tra tutte le influenze citate in precedenza.
I quattro anni di silenzio hanno senza dubbio aiutato i Jinjer a lavorare nel miglior modo possibile, consegnando alle stampe un disco rifinito in ogni suo aspetto, con dei suoni perfettamente riconoscibili e capaci di mettere in risalto ogni sfaccettatura del gruppo. Tuttavia, “Duél” è permeato da una certa linearità che, sotto certi aspetti, è il vero elemento di novità di questo quinto lavoro in studio. Spieghiamoci bene: nessuno sta parlando di un disco noioso ma, se paragonato all’esplosione di colori sonori presente nel suo illustre predecessore, “Duél” presenta dei contorni ben definiti, con delle strutture ricorrenti in diversi brani.
Probabilmente quanto ora descritto è reso ancora più palpabile dalla quasi totale assenza di ritornelli ma, a parere di chi scrive, è veramente difficile trovare un pezzo che riesca a colpire l’ascoltatore. Le due uniche eccezioni a quanto ora detto sono costituite dal chorus di “Green Serpent” e dal testo di “Someone’s Daughter” ma, alla fine della fiera, si ha l’impressione che ad emergere sia soltanto l’ugola di Shmailyuk. Anche in questo caso, occorre essere chiari: la cantante del gruppo ha posto in essere una performance maiuscola, dando pieno sfoggio di tutte le incredibili sfumature della sua voce, dalle melodie più rhythm and blues fino al growl più ferale.
“Duél” presenta alcune tra le migliori linee vocali dei Jinjer, ma quello che a volte sembra mancare è l’apporto del resto del gruppo, capace di accompagnare la propria cantante in maniera impeccabile, ma che non sale in cattedra come accadeva nei precedenti lavori.
In conclusione, questo quinto disco rappresenta al meglio lo status attualmente raggiunto dai Jinjer, presentandosi come un album immediatamente riconoscibile e pieno di tutte quelle caratteristiche che un fan vorrebbe trovarci. Tutte tranne una: la voglia di osare e di alzare più in alto l’asticella.
Tracklist
01. Tantrum
02. Hedonist
03. Rogue
04. Tumbleweed
05. Green Serpent
06. Kafka
07. Dark Bile
08. Fast Draw
09. Someone’s Daughter
10. A Tongue So Sly
11. Duél



















