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Angine De Poitrine – Vol. II

C’era un tempo in cui il rock non era soltanto un genere musicale, ma un linguaggio dominante: presidiava le classifiche, certo, ma soprattutto occupava l’immaginario collettivo. Poi è arrivata la narrazione della sua morte, giunta più o meno spontaneamente, come commentava qualche tempo fa Billy Corgan degli Smashing Pumpkins. Il rock è stato soppiantato da un pop iper-ottimizzato per l’algoritmo, velocissimo nel macinare numeri tra Billboard e Spotify, irresistibile per un pubblico sempre più giovane e connesso, fortissimo sui social.

Improvvisamente, lo scorso febbraio, il video di un’esibizione degli Angine de Poitrine caricata sul canale della radio KEXP, cambia la percezione della musica rock attuale. Il duo del Québec, maschere di cartapesta e completi a pois, è riuscito a oltrepassare quella barriera invisibile tra mainstream e rock strumentale, al punto che nemmeno i fan di altri generi ne sono rimasti immuni. Volti deformati, uno dal naso lungo e turgido (Khn De Poitrine), l’altro morbido e ciondolante (Klek de Poitrine) hanno trasformato quel video su YouTube in un detonatore virale, macinando milioni di visualizzazioni e attirando su di loro un’attenzione trasversale che va ben oltre la nicchia degli “iniziati”, divenendo di fatto la band più sotto ai riflettori dei primi mesi del 2026.

Con “Vol. II”, Klek e Khn de Poitrine firmano il secondo capitolo di una discografia ancora giovane ma già promettente, ed entrano di prepotenza nell’immaginario collettivo di tutti gli amanti del rock in maniera inedita. Non perché manchino band valide nella scena contemporanea, ma perché qui si ha la sensazione, reale o forse abilmente costruita, di trovarsi davanti a qualcosa di mai sentito dai tempi di Frank Zappa. Nei mesi i paragoni si sono sprecati, dai Primus ai King Gizzard and The Lizard Wizard, fino ai Don Caballero e Battles, ma restano approssimazioni: utili per orientarsi, insufficienti per spiegare un progetto che sembra prosperare proprio nella sua eccentricità.

Al di là delle speculazioni sulla loro identità, o al chiedersi se la loro fama dipenda solo da quei ridicoli costumi, è quando ci si addentra nel mondo musicale degli Angine de Poitrine che le cose si fanno davvero interessanti. Gli ipnotici rompicapi di “Vol. II” superano con disinvoltura i sei minuti, e i brani non perdono mai slancio perché al loro interno racchiudono una quantità sorprendente di variazioni e colpi di scena, che svaniscono ancor prima di essere riusciti a decifrarli. Con sei tracce strumentali e poco più di trenta minuti di lunghezza, “Vol. II” è un piccolo gioiello progressive rock tutto da scoprire.

Ad aprire l’album è “Fabienk”, brano con cui il duo canadese sembra idealmente riallacciarsi alla tradizione prog dei conterranei Rush. Sembra che ci stiano lanciando addosso un messaggio cifrato in codice Morse, così come Geddy Lee e soci fecero con l’incipit di “YYZ”. La prima parte del brano è un puro concentrato di math rock: nervoso eppure gioioso, spigoloso e melodico – e quasi fastidiosamente preciso. La linea di chitarra, sorprendentemente cantabile, si insinua nella memoria nonostante il suo carattere microtonale, prima di frantumarsi in un cortocircuito sonoro che apre alla seconda metà del brano. Qui il pezzo muta pelle: emerge un funk obliquo e scanzonato, da far muovere fianchi e testa, salvo poi ripiegarsi su sé stesso in una reiterazione ossessiva del tema, ogni volta più ampia, più densa, più esagerata.

Con “Mata Zykylek” gli Angine de Poitrine incarnano alla lettera la definizione che amano attribuirsi: un’allucinazione “Mantra-Rock Dada Pythagorean-Cubist”. Il riff d’apertura è un richiamo alle suggestioni mediorientali di cui il sound del duo è pregno. Si innesca un vortice psichedelico che ricorda certe derive cosmiche dei Magma, sospendendoci in una dimensione quasi da rituale da ayahuasca. Poi, improvvisamente, la struttura implode: la sezione centrale libera un’energia quasi atomica, una deflagrazione controllata che rimescola le coordinate ritmiche. Negli ultimi due minuti il brano si complica ulteriormente, accelerando verso una vertigine di bpm e distorsioni, fino a un’interruzione brusca, come uno schiocco di dita che spezza l’ipnosi e riporta alla realtà.

Sarniezz” è strutturalmente un 6/8, dunque tutt’altro che arcano. Eppure la percezione di straniamento nasce dal modo in cui viene articolato. Khn lascia trascorrere quattro battute prima di iniziare il suo show, e sembra attingere dalle ritmiche dei Gentle Giant, mentre Klek alterna uno swing sghembo a un 4/4 primordiale e martellante, scolpito da un giro di basso vertiginoso. Il risultato è un equilibrio instabile solo in apparenza: quando i due si assestano e abbattono con decisione quella suddivisione, l’effetto è di una coordinazione quasi da nuoto sincronizzato. Gli Angine de Poitrine raccontano di suonare insieme dall’età di tredici anni, verità o ennesima trovata? Al netto del fatto che è difficile prenderli sul serio, la chimica musicale è innegabile.

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Nella seconda metà di “Vol. II” si avverte una frattura piuttosto marcata. Se i primi brani giocavano su una melodizzazione ingegnosa e accattivante, negli altri tre i canadesi scelgono di addentrarsi in territori più ombrosi, dove l’energia si fa più abrasiva. Utilizzando una chitarra/basso costruita su misura per ricavare melodie dai quarti di tono, cioè quelle note che stanno tra le note delle scale occidentali, Khn si conferma un musicista di straordinaria versatilità. Anche nella più lineare e saltellante di “UTZP” riesce a sorprendere, trasformandosi di volta in volta da fanfara balcanica in delirio alla Snakefinger, passando per una chitarra-orchestra distorta alla Glenn Branca fino a uno shredding in pieno stile hair metal. Qui il virtuosismo chitarristico è al centro del brano, mentre Klek crea spire caotiche e nervose in questo 2/4 che esplode sulla cupezza del finale.

Un brillante botta e risposta tra basso e batteria riscalda “Yor Zarad”, arrivando a distorcere con intelligenza la distinzione tra introduzione e corpo principale del brano. Un riff stridulo si innesta progressivamente, mentre la batteria lo punteggia con pause e uno staccato quasi isterico: una fusione fluida tra perizia tecnica e slancio primordiale. Come “UTZP”, anche qui il penultimo breakdown, lento e viscoso, richiama una jam folk rock dell’Europa dell’est rovesciata in una fantasia prog microtonale. Sicuramente uno dei pezzi più originali del lotto.

Per il finale, il duo sceglie di “rallentare” il passo e “Angor” viene fuori lentamente, come se si fosse svegliata da poco. In questo brano il duo gioca tutto sul costruire la tensione, che avanza ondeggiando sopra una marcia di batteria a medio tempo. Ricorda anche la traccia conclusiva del loro primo disco. Mentre il resto dei brani si arresta con chiusure imprevedibili, qui tutto si dissolve con una precisione inquietante. Nel complesso sembra un eccellente interludio. Ciò non attenua però lo spirito anarchico dell’album, anche grazie a quei finali “falsi” così appaganti che lasciano l’ascoltatore sorpreso, come scendere le scale e aspettarsi un altro gradino. In questo brano si sentono maggiormente l’eco dei primi King Crimson e meno la scanzonata goliardia dei Mr Bungle, che sembra permeare, invece, il resto delle tracce. Nel complesso, uno dei brani più enigmatici dell’intero disco.

Mentre nel mondo della musica infuria il dibattito sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale, sempre più spesso accusata di sostituire la creatività umana, gli Angine de Poitrine sembrano la prova vivente che nessun algoritmo avrebbe potuto concepire qualcosa di simile. A guardarli, si potrebbe pensare al prodotto di un’allucinazione robotica e la lingua da loro inventata (l’unica forma di comunicazione verbale) potrebbe confermare che, in realtà, stiamo assistendo a uno scherzo mal riuscito o al massimo al frutto di un trip da LSD. E invece il duo del Quebec si diverte a trollarci, a lasciarci con il punto di domanda stampato in faccia. Probabilmente sghignazza sotto le maschere mentre proviamo a capirci qualcosa, con scarsi risultati. Ma soprattutto, si diverte a non prendersi troppo sul serio, mentre molti di noi stoltamente vedono in loro un barlume di speranza per dare spessore ai contenuti musicali del feed dei nostri amici.

Tracklist

01. Fabienk
02. Mata Zyklek
03. Sarniezz
04. Utzp
05. Yor Zarad
06. Angor