RUBRICHESPECIALI

L’angolo oscuro #41

Grandi nomi e nuove realtà per una coda di febbraio gelida e mortifera.

Immolation – Acts Of God (Nuclear Blast)

Angeli che lottano per non vedere la propria carne decomposta da una luce nera: la cover rilkiana del prezzemolino Eliran Kantor, che ricorda molto le ultime copertine, da lui stesso realizzate, per gli Hate Eternal, fa da perfetto sfondo allusivo all’undicesimo lavoro degli Immolation, una delle band storiche del death metal statunitense. Se lo scorso “Atonement” (2017) emanava un soffocante senso di disperazione e oscurità, rivelandosi come uno dei migliori album dei newyorkesi dai tempi di “Unholy Cult” (2012), questo “Acts Of God” prosegue sul medesimo percorso del suo predecessore, con le radici ben piantate nell’old school e le consuetudinarie, ma intelligenti liriche antireligiose dalla filigrana satanica, di pugno del cantante e bassista Ross Dolan, a fare da supporto logistico. Un disco che sfiora i sessanta minuti di durata, diluiti, però, in tredici canzoni che risultano tra le più essenziali e dirette mai concepite dal quartetto, motivo per cui l’ascolto appare estremamente coinvolgente. Pezzi in cui la frenesia dei riff, spesso colorati di thrash e gentile concessione della coppia Vigna/Bouks, si accompagna a rallentamenti e pause dalla maestosità infernale che il drumkit di Steve Shalaty prima costruisce, poi sgretola nella sua doppia natura di architetto demolitore. Il growling profondissimo del singer non perdona, per un lavoro che ha la fisionomia gigantesca di un destino avverso e ammonitore, pronto a trangugiare chiunque gli si pari innanzi.

Tracce consigliate: “The Age Of No Light”, “Overtures Of The Wicked”, “Incineration Procession”, “Apostle”

Mortem – Slow Death (Peaceville Records)

Non capita spesso di resuscitare i cadaveri, ma Peaceville Records è riuscita nell’impresa addirittura un paio di volte, accontentando gli appassionati del black metal della prima ora. Nel 2019, infatti, i Mortem, mitica formazione norvegese nata nel 1987 e scioltasi qualche anno dopo, con i suoi membri storici andati poi a ingrossare le fila di Arcturus, Mayhem e Thorns, esordisce sulla lunga distanza con l’ottimo “Ravnsvart”, acclamato da addetti ai lavori e pubblico. Steinar Johnsen, Marius Vold, Hellhammer e Tor Stavenes tornano, ora, alla ribalta del mondo estremo con il doppio album “Slow Death”, una compilation che presenta sia una versione completamente ri-registrata della loro unica demo, risalente al 1989, sia l’originale stesso, prodotta all’epoca da Euronymous e trasferita su nastro da una nuova fonte. Una vera e propria chicca che ci permette di confrontare e apprezzare due redazioni diverse del medesimo lavoro, l’una che brilla di dettagli impossibili da cogliere nel vortice rumoristico dell’autografo, l’altra intrisa di quel necro sound selvatico e catacombale caratteristico del metallo nero più classico. Arricchisce la scaletta un vecchio brano dalle sfumature death mai edito e anch’esso re-inciso per l’occasione (“Satanas”), e di una cover in lingua norvegese di “Funeral Fog”, qui ribattezzata “Likferd”: un must da avere a ogni costo, con l’artwork, secondo la leggenda a opera di Dead, a impreziosire il tutto. Trve Kult.

Tracce consigliate: “Mutilated Corpse”, “Agonized To Suicide”, “Nightmare”

Nightrage – Abyss Rising (Despotz Records)

Attivi da oltre vent’anni, la formazione greco-svedese dei Nightrage rappresenta una sicurezza nell’ambito del melodic death metal, benché nella loro carriera siano assenti dei veri capolavori. Già da qualche tempo, però, il chitarrista e mente della band Marios Iliopoulos ha deciso di approfondire il cotè lirico degli ultimi album, mettendo su pentagramma nientemeno che la “Divina Commedia”, in particolare la cantica dell’Inferno. Dopo “The Venomous” (2017) e il seguito “Wolf To Man” (2019), tocca adesso ad “Abyss Rising” concludere la trilogia dantesca: musicalmente ci troviamo in pieno Gotheburg sound, con brani che vanno dritti al punto e riff portanti che richiamano Dark Tranquillity, In Flames e in generale la seconda metà degli anni ’90. Brevi intermezzi acustici, passaggi esclusivamente strumentali e voci pulite completano il quadro complessivo, efficaci decorazioni di un LP vecchio stile solido e funzionale, nona fatica in studio di un progetto in passato nobilitato dalle presenza in line-up di Gus G e Thomas Lindberg e oggi ancora vivo più che mai.

Tracce consigliate: “Dance Of Cerberus”, “Falsifying Life”, “Shadows Embrace Me”

Pure Wrath – Hymn To The Woeful Hearts (Debemur Morti Productions)

Pure Wrath è un solo project di atmospheric black metal proveniente da Bekasi City, nella Giava Occidentale, con all’attivo già due buoni lavori sulla lunga distanza usciti l’uno di seguito all’altro, “Ascetic Eventide” (2017) e “Sempiternal Wisdom” (2018). Alla boa spesso decisiva del terzo album, la creatura guidata da Januaryo Hardy, in arte Ryo, non delude le aspettative, rilasciando un “Hymn To The Woeful Hearts” violento e struggente. Dal punto di vista tematico, i brani raccontano la storia simbolica di una madre che, dopo la tragica perdita del proprio figlio durante le uccisioni di massa indonesiane perpetrate tra il 1965 e il 1966, riesce a sfuggire al massacro, continuando, però, a vivere in un insanabile dolore. Argomento scottante, tradotto da un artwork eccezionale e da un sound allo stesso tempo ferale e malinconico, splendido nel rendere concreti tanto la brutalità dell’eccidio quanto lo sgomento e le sofferenze di un intero popolo di fronte all’orrore. Supportata dal batterista Yury Kononov e da una serie di ospiti agli strumenti acustici, la one man band dell’Estremo Oriente riesce a costruire un’opera profonda e poetica, che richiede la massima attenzione per la piena comprensione e il relativo giudizio. Intensità al cubo.

Tracce consigliate: “The Cloak Of Disquiet”, “Footprints Of The Lost Child”, “Those Who Stand Still”

Schizophrenia – Recollections Of The Insane (Redefining Darkness Records)

Nel 2020, una vigorosa e selvaggia dose di black/speed metal colpiva il Pianeta con la forza distruttiva di un asteroide dalla grandezza smisurata: stiamo parlando di “666 Goat Carry My Charriots”, secondo album dei Bütcher, giovane band di stanza ad Anversa. Il loro batterista, Lorenzo Vissol, appartiene alla line-up degli Schizophrenia, anch’essi provenienti dal Belgio (a eccezione del cantante marchigiano Riccardo Mandozzi) e ora all’esordio sulla lunga distanza con “Recollections Of The Insane”, un concentrato di death/thrash vecchia scuola che sembrerebbe badare poco a sottigliezze e sperimentazioni. Il fetore dei primi Sepultura e la ferocia degli Slayer più vintage si affiancano ai Carcass del periodo “Heartwork”, Morbid Angel, Kreator e Demolition Hammer nel rosario blasfemo sgranato dal quartetto, la cui velocità d’esecuzione risulta a tratti davvero isterica e disumana. La tecnica invidiabile permette al gruppo, soprattutto quando i ritmi calano leggermente, di flirtare con i Coroner e i Pestilence meno istintivi, lasciando intravedere un futuro davvero interessante, non così strettamente legato, come sembrerebbe in superficie, a determinati stilemi. Intanto fanno buchi nei muri, e già questo basta.

Tracce consigliate: “Divine Immolation”, “Cranial Disintegration”, “Souls Of Retribution”

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