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L’angolo oscuro #36

Prima metà di dicembre a massiccia trazione death, per prepararsi alle feste nel migliore dei modi.

Redemptor – Agonia (Selfmadegod Records)

I polacchi Redemptor possono a tutti gli effetti definirsi un supergruppo, considerata la militanza presente e passata dei suoi membri in svariati progetti indigeni dal respiro internazionale (Decapitated, Hate, Sceptic, Wingless tra gli altri). Nonostante si siano formati nel 2001, la loro discografia appare decisamente parca, con all’attivo una manciata di demo, un unico EP e tre prove sulla lunga distanza, a cui va aggiunto, ora, “Agonia”, ennesima uscita di qualità dell’anno in ambito technical death. Un’etichetta, però, che ormai sembra stare stretta a una band capace, nell’album, di accostare, di fianco a strutture tortuose e imprevedibili, momenti di scintillante post metal, suggestioni djent, un certo gusto per i break atmosferici ed esplorazioni progressive vicine al modus operandi di Alkaloid e Obscura. Rispetto a un “Arthaneum” (2017) che, pur accattivante, vorticava intorno a una serie di brani aggressivi, densi e cervellotici, modellati sullo stile della coppia Gorguts/Ulcerate, il nuovo lavoro si contraddistingue per una ricerca più spiccata del groove e della melodia, benché il clima rimanga, di base, fosco e apocalittico, grazie anche ad algidi inserti di natura industrial. Un LP freddo e spettrale, attraversato da lancinanti lampi di luce e che mostra la grande raffinatezza compositiva di un quintetto di veterani dal pedigree straordinario non sempre apprezzato a dovere. Che si rimedi.

Tracce consigliate: “Tectonic Plates”, “Tar”, “Le Ruines De Pompei”

Pyrexia – Gravitas Maximus (Unique Leader Records)

Quando nel 1993 pubblicarono “Sermon Of Mockery”, i Pyrexia prima sembravano sul punto di scalzare dal trono del brutal i Suffocation, poi di raccoglierne la pesante eredità. Nulla di tutto questo accadde, anzi, il combo newyorchese dalla line-up ballerina non riuscì a emergere dalle peggiori cloache dell’underground, schiacciato da colleghi locali e nazionali di calibro superiore e colpevole di una deludente flessione artistica, malgrado qualche possente barrito da studio come “Age Of The Wicked” (2007). Dopo aver finalmente raggiunto una discreta stabilità all’interno della formazione, Chris Basile e soci tornano in pista con “Gravitas Maximus”, ventiquattro minuti di death feroce, conciso e groovy, servito da una produzione deliziosamente artificiosa e da una scrittura che cita a manetta l’old school senza perdere di vista le derive moderne del genere. Accelerazioni hardcore/thrash aggiungono una dose extra di velocità e snellezza a dei pezzi che, benché a tratti soffrano di passaggi piuttosto caotici, assolvono alla funzione per la quale sono stati concepiti, ovvero distruggere in modo beffardo le orecchie degli appassionati. E un artwork che vede delle scimmie giganti mettere a soqquadro quel che resta della civiltà umana rappresenta il miglior biglietto da visita di un full-length fulminante e spassoso.

Tracce consigliate: “We Are Many”, “Pawn To King”, “Art Of Infamy”

Phrenelith – Chimaera (Nuclear Winter Records)

Nell’ultimo decennio il cosmo estremo danese ha conosciuto un forte sviluppo: nomi affermati (Illdisposed, Panzerchrist), come back di vecchie conoscenze (Detest), leve più o meno giovani che si affacciano all’orizzonte (Ascendency, Deiquisitor, Had, Hyperdontia, Sulphorous, Taphos, Ulcerot, Undergang). I Phrenelith sono parte integrante di questa scena sin dal 2013, quando il cantante e chitarrista David “Torturdød” Mikkelsen, decise di dare forma a una death metal band diversa nell’approccio rispetto ad alcuni dei progetti sopracitati in cui presenziava e che ancora oggi frequenta brillantemente. L’esordio “Desolate Landscapes” suonava sì duro e bellicoso, ma lasciava comunque presagire quelle aperture atmosferiche che ora informano il nuovo “Chimaera”, album imbevuto di mitologia greca e cosparso di un’oscurità così fitta e brumosa da fagocitare il mondo intorno. Un disco non a caso uscito per la Nuclear Winter, etichetta proprietà di Anastis Valtsanis, leader degli ellenici Dead Congregation, il clima lugubre e cavernoso dei quali viene spesso evocato nei brani, facendo da filo conduttore dell’intera vicenda assieme a spigolature black e suggestioni sinistre di provenienza finnica (Krypts). Dinamismo e ostilità brutale appaiono sacrificati sull’altare di un’estetica monumentale e lievemente barocca in grado di soffocare ogni tentativo di prendere aria: si rischia di affogare nel buio, divorati dall’arcano e dal mesmerico.

Tracce consigliate: “Awakening Titans”, “Gorgonhead”, “Chimaerian Offspring – Part II”

Cadaveric Fumes – Echoing Chambers Of Soul (Blood Harvest Records)

Curioso che i Cadaveric Fumes raggiungano il proprio apice artistico nel momento in cui decidano di sciogliersi, dopo una carriera, iniziata nel 2011, povera di pubblicazioni e ricca di problemi. “Echoing Chambers Of Soul” rappresenta il debutto dei francesi sulla lunga distanza, successore di un EP, “Dimensions Obscure”, davvero interessante per l’ardita fusione di death old school, occult rock e progressive. I bretoni, per il loro canto del cigno, utilizzano bene o male la medesima formula del mini del 2016, intrappolando Morbus Chron e primi Tribulation tra le atmosfere tipiche dei Morbid Angel e dei Grave Miasma, quantunque il coraggio compositivo dimostrato in passato paghi pegno a favore di un approccio complessivo meno sperimentale. Mentre i riff abbondano morbosi, la chitarra solista di Wenceslas Carrieu scava in profondità nei canali uditivi e la doppia cassa di Léo Brard assume sovente contorni marziali à la Bolt Thrower, la patina prog conferisce al tutto una lugubre loquacità, proiettando il gruppo in uno spazio altro che profuma al tempo stesso di radicalismo e intelligibilità. Peccato che una partenza con lode termini subitanea, eppure anche in tale spleen tipicamente transalpino risiede il fascino di uno one shot album da custodire gelosamente.

Tracce consigliate: “The Stirring Unknown”, “Waters Of Absu”, “The Engulfed Sepulcher”

Clouds – Despărțire (Personal Records)

Dopo una storia discografica che ha visto release esclusivamente indipendenti, i Clouds pubblicano il nuovo LP – il secondo in diciotto mesi – sulla label messicana Personal Records, il sesto di una carriera priva di macchie o delusioni. La band guidata dall’espertissimo polistrumentista e cantante rumeno Daniel Neagoe (Eye Of Solitude, Pantheist, Shape Of Despair) testimonia, attraverso le note di “Despărțire” che il funeral death doom può essere una musica capace di trasmettere emozioni universali, se declinata con una grazia e un’eleganza difficilmente riscontrabile in altre formazioni del settore. Il lavoro appare anche relativamente più accessibile del consueto, in virtù di un’enfasi maggiore posta sui synth e su atmosfere cariche di riverbero, nelle quali si ritagliano ampio spazio il pianoforte, il violino e il flauto: un macigno sublime eretto alla malinconia, alla perdita, alla solitudine, che poggia con delicatezza sui piloni commoventi dello scorso “Durere”, inserendo, lungo il percorso, un paio di ospiti da pelle d’oca come Mick Moss (Antimatter) e Aron Stainthorpe (My Dying Bride). Sette pezzi avvolti in un’aura dolente e autunnale, tra melodie e sussurri che pizzicano il cuore e ruggiti di catartica disperazione.

Tracce consigliate: “Deepen This Wound”, “This Heart: A Coffin”, “In Both Our Worlds The Pain Is Real”

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