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Mitski – Nothing’s About to Happen to Me 

Gotta go to work
to pay for that cat’s house
for the red-corseted wasp
who lives in the roof
for the family of possums
for the bugs who drink my blood
and the birds who eat those bugs

– That White Cat

“Ma, secondo me, Mitski non sta bene” sentenzia una collega di università della sottoscritta quando, nella lista dei nostri ultimi consumi musicali, salta fuori l’ultimo disco della cantautrice nippo-statunitense. Chi scrive ha già aperto la bocca per fare un qualche appunto sulla distinzione tra autore e io poetico, quando salta fuori una risposta migliore: “In effetti, nelle canzoni, quand’è che è mai stata bene?”.

Questa recensione, che già lì era in un’acerba fase di scrittura, non poteva che partire dalla domanda di cui sopra. Distinguere tra chi scrive la storia e chi ne è protagonista è fondamentale, ma è pur vero che la tensione tra sfera privata e pubblica è sempre stata, come la perdita del sé, una costante nella carriera di Mitsuki Laycock. Classe ‘90, un’infanzia vissuta in giro per il mondo, ha inaugurato una prolifica discografia nel 2012 per quasi abbandonarla sette anni più tardi, detestando quell’industria della musica che con l’ultimo disco l’aveva appena portata alla notorietà. È una millennial ma non usa i social, ha una fanbase devotissima che trova quasi soffocante (“non sono qua per essere “famosa”, ma solo per poter fare musica di mestiere, fare una vita da ceto medio” diceva a Entertainment nel 2022). 

Eppure quei social e quella fanbase non hanno smesso di avanzare, e oggi Mitski ha più di un brano mutato in contenuto virale su TikTok. Quanti influencer di professione se ne saranno serviti? Quante volte il messaggio avrà perso il suo significato, frammentato in milioni di piccoli video? La musica è uscita dalle sue intenzioni, la personalità artistica è strappata alla persona e ognuno ne vuole un pezzo per sé. Come sopravvivere? Stando a quest’ultima fatica, barricandosi in sé stessi e tagliando fuori il resto. Sono al sicuro in casa; non mi sta per succedere niente (“nothing’s about to happen to me”, per l’appunto).

Come in altri suoi lavori, “Nothing’s About to Happen to Me” ha due anime: una placida, country e melodica, l’altra più arrabbiata, rock e distruttiva. Il filo conduttore è la voce narrante, grave e calda, dell’autrice; quasi troppo mite, se contrapposta alla vena teatrale nel sound e a testi che viaggiano sull’orlo della disperazione. Il risultato ha sempre avuto un che di volutamente ironico, e anche questo ottavo disco non fa eccezione: il singolo di lancio “Where’s My Phone?” è un momento quasi da musical – con tinte grunge, specie nel finale – che prende a pretesto la moderna ansia di perdere il telefono per sottintendere paure più esistenziali. La protagonista corre come uno spettro in una villa in mezzo alla vegetazione (che riprende il romanzo di Shirley Jackson “Abbiamo sempre vissuto nel castello”), cercando di salvare una ragazza e un’anziana – altre versioni di sé stessa? – da una sfilza di personaggi che cercano di irrompervi. Fatica vana: nessuno, a parte lei, vuole la reclusione. Solo lei non sopporta la paura di esporsi, il rischio di cadere nel baratro.

I keep thinking “Surely, somebody will save me” 
at every turn I learn that no one will 
I just want my mind to be a clear glass 
clear glass with nothing instead

— Where’s My Phone?

La casa sembra una zona di confort, ma è una rassicurazione vana. Mitski sogna l’anonimato all’esterno – la grande città nel folk americana di “In a Lake”, i bar notturni nella bossanova di “I’ll Change for You” –, ma non può fare a meno di implodere lentamente, rimanendo in un limbo allucinogeno che va dall’isolamento (la bucolica “Instead of Here”) alla depersonalizzazione (il country rock in “Rules”, pezzo che può ricordare l’ultimo disco dei Black Country, New Road: “e quando lascerò il mio corpo, per favore, fingi di non vedere che non sono più lì dietro ai miei occhi”). C’è una relazione narrata come un’entità che incombe più che confortare, richiedendo che la protagonista cambi secondo i suoi ideali; ma perché uscirne, rischiando di dover farsi conoscere da qualcun altro? E soprattutto, che ne sarebbe dei gatti? 

Quello bianco sulla copertina – cui sono intitolate due tracce – è il simbolo portante del disco, a legare tutti i suoi fil rouge: la reclusione, la codipendenza e la morte, dove collima tutto. Che sia nella “catena alimentare” e parassitaria di “That White Cat”, pezzo à la PJ Harvey (ma attinente anche alla Mitski del primo periodo); nei riferimenti all’Ade in “Charon’s Obol”; nella conclusione esistenzialista di “Lightning”, uno dei brani migliori del lotto. Cosa non nuova alla cantautrice, alle tematiche cupe viene dato ampio respiro sia attraverso il paesaggio sonoro, sia tramite sottili momenti di humour che raggiungono il grottesco: l’immagine del proprio funerale tramutato nel più macabro male gaze in “Dead Women”, su tutti — una “Portrait of a Dead Girl” che si prende meno sul serio. Ma la sintesi è nella tempesta del finale: rinascere come pioggia che scorre sul tetto. In parte sofferenza, in parte speranza. 

If I’m dark, all the better 
to reflect the moonlight 
if I mourn, all the better 
to behold the sunrise

— Lightning

“Nothing’s About to Happen to Me” è già stato acclamato, come al solito, da una fanbase adorante e sempre più giovane. Su TikTok, come al solito, stanno impazzando le discussioni sui nuovi inediti, alcuni dei quali hanno già subìto una mutazione memetica (sì, c’è una fetta di pubblico che ascoltando “Rules” ha pensato “six-seven”, e se non sapete cosa significhi forse è meglio così). Alla fine c’è un che di meta-narrativo, nello scrivere un disco sul ritirarsi a vita privata, e sta nel fatto che l’obiettivo è proprio infrangere la quarta parete, guardare l’alter ego artistico di Mitski impazzire in casa sua come in una sorta di Truman Show. È piuttosto ironico; e con ogni probabilità, lei lo sa bene.

Del resto, se un’artista fa breccia a tal punto nei cuori delle persone, dev’esserci un motivo. In questo caso è una cifra stilistica che appare ormai ben consolidata — una disamina della solitudine tra il tragico e il comico, raccontata attraverso un misto di indie-rock e sonorità più morbide (stavolta non discostandosi troppo dal precedente “The Land is Inhospitable and So Are We”, uscito tre anni fa). Non c’è quasi nulla di catartico nella gran parte delle tracce, che si contengono proprio quando l’effetto è anticlimatico, risultando in un disco che richiede più di un ascolto per essere apprezzato appieno. In questo contesto, lo stridore delle chitarre elettriche suona quasi alieno: più che rabbia cronica, brevi crisi esplosive in mezzo al torpore. Per mezz’ora ci lasciamo cullare in questa dimora escapista, perdendo cognizione di dove sia il nostro telefono, e forse anche di dove siamo noi.

Tracklist:

01. In a Lake
02. Where’s My Phone?
03. Cats
04. If I Leave
05. Dead Women
06. Instead of Here
07. I’ll Change for You
08. Rules
09. That White Cat
10. Charon’s Obol
11. Lightning