Ascolto quest’album per la prima volta in una notte di primavera: seduta in terrazza, con i grilli di sottofondo, un bicchiere di vino e una sigaretta tra le labbra. Nel cielo la luna quasi piena è coperta dalle nuvole, è maggio ma si sta bene con la felpa chiusa addosso. Il mondo non esiste. Non voglio che esista.
Brano dopo brano vengo trasportata, lontano.
“Evergreen” mi prende per i capelli e mi trascina in una spiaggia dove corro, corro sulla sabbia senza avere più fiato, corro fino a raggiungere quello scoglio che appare sullo sfondo. Ci sono tante altre persone attorno, ma sembrano non accorgersi di me. E quindi corro sulla battigia schizzandomi di acqua fredda e salata.
E quasi senza accorgermene finiscono a bordo di una decappottabile degli anni ‘80. Sono volata indietro nel tempo e sto percorrendo una lunga strada nel deserto, in qualsivoglia paese americano. I miei capelli sono scompigliati dal vento, attorno a me non c’è niente se non distese di polvere a perdita d’occhio. E quindi sfreccio, sfreccio veloce, non sapendo se mi sto allontanando da qualcosa o mi sto avvicinando a qualcos’altro, ma sapendomi “Already There”.
Un titolo di un quadro, dal sound jazzato, porta a quelle domeniche d’estate in cui ci si ritrova tra amici a cucinare in giardino. Con la portafinestra della cucina spalancata e persone dappertutto: chi si occupa di preparare il dolce, di condire l’insalata, chi di far bollire in tempo la pasta, di salare il sugo e farlo rapprendere al punto giusto.
Poche note dopo (su “Ship Passing”), sono in un bar, quelli con le pareti ricoperte da quadri a tema musicale, i tavoli scuri e il minimo indispensabile di luce tanto per non inciampare ad ogni passo. È pieno di gente che balla, che si muove scontrandosi, sorridendo bonariamente. Sono una tra tanti corpi sudati che si muovono all’unisono cantando le finali di ogni strofa ed inventando le altre parole che non verranno mai imparate a memoria. Il basso arrogante di “God As Witness” mi dà uno scrollone e quindi alzo le braccia al cielo, mi muovo e batto le mani sul ritmo serrato che avanza. Nessuno mi conosce, nessuno si conosce, siamo solo esseri che attraverso i loro corpi lasciano andare ogni cosa.
E lentamente, con la chitarra arpeggiata di “Are You With Me”, la tensione si affievolisce ed esco da quel locale chiassoso. Sono io, in un marciapiede vuoto, con una sigaretta tra le labbra che incendiandosi ad ogni respiro mi riporta in me. Camminando piano finisco in un giardino accompagnata sottobraccio dal riff di “The garden” Mi siedo su di una panchina, sola, e l’incantesimo si risolve. C’è un piano che suona, nel buio, i tasti bianchi e neri si alzano e si abbassano, i martelletti percuotono le corde tese. Vengo accarezzata, cullata lentamente, coccolata da “Life Is A Long Goodbye”. Sono in un luogo sicuro, mi posso lasciare andare, essere fragile. Posso essere me.
“Victory Garden” dei Young The Giant è un insieme di storie racchiuse in un giardino colmo di piante diverse, piene di fiori colorati, che riempiono i polmoni di profumi differenti. Se ti siedi tra loro, e ascolti, le puoi sentire, le voci diverse, delle vite variopinte, che sono racchiuse in loro.
Tracklist
01. Evergreen
02. Different kind of love
03. Bitter fruit
04. Already there
05. Ships Passing
06. This too shall pass
07. Mona Lisa
08. God as witness
09. Are you with me
10. The Garden
11. Life is a long goodbye



















