“Ma Moglaí, scusa, dicono che noi stiamo politicizzando la lingua. Ma sono loro che ne hanno fatto una questione politica quando hanno scelto di bandirla, cazzo. Ma è ovvio che non ci sono riusciti, quando vedo tutti i fenian che sono qui stasera!”
— “Kneecap” (2024)
Prima che uno di loro finisse in tribunale a Westminster con l’accusa di aver mostrato sul palco una bandiera di Hezbollah, prima che la polizia britannica aprisse un’indagine sul loro live a Glastonbury, prima di venire censurati dalla diretta della BBC e banditi da più di una nazione, i Kneecap non è che se la passassero benissimo. Il travagliato rapporto del trio con la sfera istituzionale persiste dal giorno zero, quando il loro primissimo brano fu prontamente bandito da una stazione radio della RTÉ (il servizio pubblico radiotelevisivo in Irlanda) per riferimenti alle droghe e alla polizia nordirlandese; e poco dopo i tre finirono sulle prime pagine della stampa nazionale per aver invocato slogan anti-britannici (“Brits out”) nello stesso locale dove William e Kate erano stati fotografati il giorno prima.
Il tutto è raccontato in un’altra cosa che hanno fatto i Kneecap prima di finire sulla bocca di tutti. Parliamo dell’esordio discografico con “Fine Arts”, certo, ma anche del loro biopic pluripremiato in eventi cinematografici di spicco (Sundance, BAFTA), nel cui cast figurano, oltre a Michael Fassbender, i tre artisti nei panni di loro stessi. La citazione del film che apre questo articolo segue un commento sul fatto che né un gruppo di dissidenti repubblicani, né la polizia, né i media locali, cercando di fermare la musica dei Kneecap, hanno ottenuto l’effetto sperato (anzi); di sottofondo si sente la voce cantilenante di Grian Chatten dei Fontaines D.C. in un pezzo di “Fine Arts”, “Better Way to Live”.
I Kneecap non sono irlandesi come Chatten e i suoi, nati e cresciuti nella Repubblica d’Irlanda e incontratisi in quel di Dublino. I Kneecap sono irlandesi di Belfast, capoluogo dell’Irlanda del Nord, unica parte dell’isola a essere rimasta col Regno Unito dopo le lotte per l’indipendenza. Un territorio spaccato tra unionisti e repubblicani – questi ultimi definiti dispregiativamente, per l’appunto, fenian –, nonché segnato da decenni di conflitto armato, capitolo recente di una questione che va avanti da secoli. La storia, nel rock e nel cantautorato, già la sappiamo — ce l’hanno raccontata gli U2 e i Cranberries, Sinéad O’Connor e oggi gli stessi Fontaines –, ma la voce narrante può fare molta differenza. Forse siamo ormai abituati al punto di vista dublinese e ai suoi inni malinconici; forse siamo meno abituati all’altra parte del confine, alla rabbia di una barra tagliente che, per ritrarre come si vive in quel territorio, trova il suo linguaggio nel gangsta rap d’oltreoceano, nella cultura rave e nella lingua in sé.
“Fenian” è un disco oscuro — notevolmente più del predecessore, specie sul profilo sonoro. I tre si sono affidati a Dan Carey, tra le altre cose responsabile di metà di quella scena britannico-irlandese spesso accorpata sotto l’ombrello del “post-punk”, e che negli ultimi anni ci ha regalato ottimi dischi (Fontaines D.C., Black Midi, Squid, Black Country New Road). Sono sonorità ricche e coese che permeano tutto il disco, trainato da bassi che rimbombano nel cervello anche dopo l’ultima traccia, insieme a componenti big beat e trip-hop, stile Prodigy e Massive Attack: dalle atmosfere più ariose di “Éire go Deo” (col contributo della cantante Roís, che ricorda un po’ un’Aurora in chiave banshee) ai beat industrial più soffocanti (“Smugglers & Scholars”) e persino nei muri di synth di alcune tracce più old-school (“Cold at the Top”, “Gael Phonics”).

“Il suono è più sinistro perché viviamo tempi sinistri” dichiara il trio, che ovviamente nei testi non le manda a dire. Ritorna l’uso dell’irlandese come atto politico e di riappropriazione – da qui, ad esempio, il titolo del disco –, ma l’Irlanda è una terra che richiama l’attenzione in qualsiasi lingua, creando riferimenti storici su più livelli che meritano senz’altro un approfondimento, specie in contrapposizione alle invettive verso il Regno Unito, che siano satiriche (“An Ra”) o meno (“Occupied 6” e il trauma intergenerazionale dell’occupazione britannica). Sulle controversie legali i tre sono particolarmente taglienti, forti del fatto che si sia risolto tutto a loro favore. In “Carnival” (il nome dice tutto) riecheggia il processo per terrorismo a Mo Chara, mentre “Liars Tale” è la risposta al premier che si era espresso a sfavore della loro esibizione al Glastonbury: “fuck Keir Starmer / Netanyahu’s bitch and genocide armer”. Ma la lotta contro l’occupazione si estende oltre al personale: “Palestine” rinforza ulteriormente il sostegno che i Kneecap hanno notoriamente rivolto verso la popolazione di Gaza, anche a costo di rimetterci. Impreziosito dal feat di Fawzi, un intreccio tra irlandese e arabo, il brano è una dichiarazione di intenti: “Non ci fermeremo finché tutti non saranno liberi”.
C’è sempre stata, nell’approccio dei Kneecap, un’attitudine acid e festaiola che i tre hanno usato per i pezzi meno “impegnati”, spesso sconfinanti nell’eccesso. “Siamo politici, ma è tutto molto scherzoso. Volevamo togliere la serietà e il bruciore, e incorporare elementi di vita che, come giovani ci piacciono: fare festa, assumere droghe pesanti… siamo politici con la p minuscola” diceva Móglaí Bap nel 2024. Eppure, in questo disco, la componente edonista appare molto ridimensionata, e anzi, decostruita in negativo — in “Cocaine Hill”, per esempio, quasi una sterotipica autoriflessione sugli effetti delle dipendenze. Ma a colpire come un ultimo macigno è il finale, “Irish Goodbye”, una lettera di lutto da parte di Móglaí Bap verso la madre, che si è tolta la vita nel 2020; e anche con la collaborazione dell’inglese Kae Tempest, la perdita personale viene in un certo senso messa nell’ottica nazionale (addio “irlandese”, per l’appunto). Il rapper spiegava, sul profilo Instagram della band, che fa parte della cultura locale celebrare i defunti per quello che sono stati in vita; e però quanto fa male lo stesso, non aver potuto dire addio.
Mi frulla spesso per la testa la conversazione che ho avuto con Grandson, quasi due anni fa, a proposito del rapporto tra musica e politica. “Quando sei arrabbiato, non c’è metodo di narrazione migliore del rock e dell’hip-hop insieme” aveva detto, sperando in più artisti con un messaggio e citando come suoi riferimenti Rage Against the Machine, Wu-Tang Clan, Cypress Hill. Gruppi che oggi definiremmo “vecchia scuola”, di un periodo spesso contrapposto a quello attuale — in dibattiti nei quali, per molti, il rap sarebbe diventato troppo egoriferito, privo di qualcosa contro cui schierarsi.
Un anno dopo quell’intervista, a quello stesso festival, i Kneecap, acclamatissimi dai presenti, mandavano un videomessaggio contro il governo che aveva impedito loro di suonare lì; gli artisti si esprimevano in loro solidarietà, cosa che si sarebbe concretizzata in iniziative di attivismo; ovunque fioccavano disegni e adesivi di bandiere palestinesi, di passamontagna col tricolore irlandese. Sarà forse frutto di conoscenze limitate, da parte mia, asserire che questo clamore collettivo per un gruppo hip-hop – che influenza proteste, finisce su tutti i giornali, e soprattutto nel mirino delle istituzioni politiche e mediatiche, per aver detto qualcosa che non piace – era da un pezzo che non si sentiva; eppure la mia modesta proposta (per restare in tema) è di segnarci questo disco, e di tenerlo bene a mente per il futuro, quando ricorderemo questo decennio di musica e quel che ne sarà rimasto. I Kneecap hanno preso un genere musicale figlio di un’altra cultura e l’hanno fatto diventare figlio della propria, mescolando eredità e lingua, musica e ribellione, e trasformandoli in un simbolo di forte impatto, che si è spinto ben oltre i confini geografici: vorrà pur dire qualcosa.
Tracklist:
01. Éire go Deo
02. Smugglers & Scholars
03. Carnival
04. Palestine (feat. Fawzi)
05. Liars Tale
06. Fenian
07. Big Bad Mo
08. Headcase
09. An Ra
10. Cold at the Top
11. Occupied 6
12. Gael Phonics
13. Cocaine Hill
14. Irish Goodbye (feat. Kae Tempest)















