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30 anni di “Loveless”: il diritto all’irregolarità dei My Bloody Valentine

Quando un disco diventa storia della musica le parole aggiungono solo mitizzazione, leggenda e informazioni superflue. Parlare, dopo trent’anni, di un disco come “Loveless” è ridondante.

Il tempo in cui è stato pensato, registrato, prodotto e pubblicato è un tempo mutevole, ma che crea solidità. Un’era che è già al passo con la velocità della contemporaneità e che vede le cose cambiare in maniera molto rapida, offrendo però risultati perduranti. Eravamo ancora distanti dalla corsa all’effimero che sostiene le ore in cui è scritta questa riflessione. Si cercava l’infinito.

Dei brani che compongono questo indiscusso capolavoro si è parlato allo sfinimento, più interessante è invece fissare un punto sulla linea del tempo per capire come è potuto arrivare a noi, oggi, in completa forma.

È l’inizio del 1989 quando Kevin Shields e compagnia cominciano a turbinare dentro e fuori dagli studi di registrazione per dare inizio ad una creazione dai tempi di gestazione inaspettati.

La Mitteleuropa è ancora divisa in due da un muro che ormai traballa, i Nirvana non hanno ancora esordito discograficamente e Sanremo incorona vincenti Fausto Leali ed Anna Oxa con “Ti Lascerò”. Fin qui tutto secondo i piani. Il 1° maggio il mondo musicale, quello più attento alla contemporaneità e stufo dell’ennesimo lavoro di Stones e Floyd qualsiasi, vede arrivare una gemma senza tempo. Esce “Disintegration” dei The Cure. Goth come piace a loro, ma con scanzonature inevitabilmente coinvolgenti e produzioni di livello ormai irraggiungibile per il genere. Il 2° maggio esce l’omonimo album d’esordio degli Stone Roses. Difficile aggiungere altro.

Una ventata di musica nuova sta concludendo i terribili anni ’80, l’ossessione per il ritornello che rende immortali punge in direzioni diverse e gli strumenti sentono la necessità di tornare a suoni acidi e maleducati.

Ad ottobre comincia lo shoegaze.

I fratelli Reid annullano (quasi) ogni collaborazione con la sezione ritmica per il loro nuovo disco. Il basso è sintetizzato e la batteria pure. Elettronica e chitarroni. The Jesus And Mary Chain di “Automatic” hanno concretizzato il genere e l’attitudine.

L’anno è quasi finito e i My Bloody Valentine stanno mietendo vittime sul loro cammino. Produttori, tecnici di sala, manager della Creation Records stanno rischiando l’esaurimento per sostenere le richieste della band. Si crea ad un ritmo estenuantemente lento e si distrugge nel corso di poche ore. Solo con l’ingresso del produttore Alan Moulder (tra gli altri NIN, Depeche Mode, Smashing Pumpinks, Arctic Monkeys) qualcosa si concretizza. Ma siamo lontani ere geologiche dalle aspettative di Alan Mcgee e Dick Green, che ritenevano necessaria una solo settimana per la realizzazione del disco.

Moulder se ne va, prende fiato collaborando all’esordio Creation dei Ride. Nel mentre i Nostri sono in tour. Moulder torna ed i progressi sono quasi nulli. Ancora mille peripezie prima che, il 4 novembre 1991, “Loveless” veda la luce. Insomma in un modo o nell’altro, che Wikipedia o qualsiasi testata nostalgica potrebbe raccontare, questo disco esce.

Ed è incredibile.

Due anni di lavoro, di batterie campionate e di sessioni notturne di scrittura dei testi, decine di studi utilizzati e ore di materiale eliminato e mai recuperato (gran peccato).

C’è della modernità in questo, e pure del passato. Creation ebbe la giusta intuizione di recuperare materiale dalle sessioni di registrazione e di pubblicare, nel mentre, due EP (“Glider” e “Tremolo”), una mossa che tiene alta l’attenzione e che può ricordare le frenesie dei singoli che oggi popolano i nostri servizi di streaming. Può ricordare anche un tempo, quando negli anni del primo rock and roll non ci pensava nessuno a fare uscire un 45 giri con più di due brani per lato. Questa è una delle diverse cause dell’enorme attualità di “Loveless”.

Un disco estremamente contemporaneo per il punto di rottura con il passato che ha determinato, nel modo in cui è nato e nel mondo in cui suona. Un lavoro in studio rivolto ad ascolti privati, intimi. È difficile condividere con qualcuno l’enfasi interiore di un muro di feedback.

“Loveless” è la necessità di coprire il rumore con altro rumore e dare un ordine ai pensieri di grandezza e di incomunicabilità. Il rapporto con la musica è quasi marginale. È più vicino ad un esperimento sociale: selezionare i propri ascoltatori attraverso l’estremizzazione di un concetto semplice e riproducibile. Questo lo vediamo molto bene in brani più riconducibili alla forma canzone come “When You Sleep”, come nelle cascate noise che scorrono tutto attorno alle flebili, ma imperiture linee vocali.

Malgrado l’eternità conquistata, ancora oggi questo disco non ha alcuna funzione di aggregazione dei comuni appassionati come è semplice succeda con i grandi classici. Niente singalong e accendini. “Loveless” va ascoltato quando si è da soli, e non va spiegato a nessuno. Anzi, non dovrebbe nemmeno essere ascoltato.

Il tempo impiegato a ripercorrere questa cicatrice rosa negli annali della musica è un rito pop che vive di vita propria. Siamo ospiti dei 48 minuti di battimenti e dissonanze che abbiamo deciso di percorrere.

A chi sia rivolto oggi, dopo trent’anni, è facile da dire. A chi non vive bene ciò che ha attorno, ma prova a portare avanti con sé un’identità: il diritto all’irregolarità.

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