Certo che scrivere che diluvia e tira vento ancora al 30 di maggio è una vera seccatura. La stagione estiva dei concerti è ufficialmente partita ma il tempo atmosferico rimane il più altalenante di sempre: ore alternate tra tepori di 26° C e rovesci di pioggia (se non addirittura grandine) incessanti. La musica dal vivo però ha un potere magico: scalda. Che si tratti di gelido black metal o di un caldissimo cantautorato acustico, in qualche modo i live riempiono i nostri animi e spesso creano una situazione di sospensione dalla realtà, mettono il mondo tra parentesi per qualche decina di minuti. E una volta fatto questo, a chi importa più se c’è il sole o una tempesta?

Se la sera precedente le band presenti all’Ippodromo La Maura scaldavano il pubblico grazie a fiamme ed effetti speciali, i protagonisti dell’Alcatraz di stasera vanno per il minimalismo: un semplice schermo e musica, tanta musica. Ed è bastato.

La serata si apre molto presto, qualche minuto prima delle 20, con l’esibizione degli Edless. La band d’apertura è stata scelta con estrema cura: per quanto il sound sia decisamente più rumoroso e spinto rispetto agli headliners, è impossibile non cogliere i riferimenti profondamente radicati negli anni ’90, tra shoegaze, noise e contorni elettronici à la Radiohead. Data l’accoglienza calorosissima del pubblico, sicuramente molti andranno a recuperarsi la discografia del quartetto milanese, compreso l’ultimo “Editing a Dream” (2023).

Edless
Foto: Chiara Beretta

Il cambio palco dura più del previsto e ciò permette a moltissimi di arrivare – il locale è al limite del sold out. L’occasione più unica che rara ha attratto un pubblico molto particolare: i fan del vero indie, i nerd, coloro che fanno parte di una nicchia e rimangono tali anche solo per il gusto di esserlo. Qualcuno potrebbe definirli gli sfigati, qualcun altro i radical chic. Non c’è spazio per i famigerati poser stasera, perché questa scena non offre alcun tipo di prestigio sociale al di fuori della scena stessa. Infatti, risulta scontato precisare che una buona fetta dei presenti sono musicisti: membri di Fine Before You Came, Morningviews, !housebroken, Tramontana, Monteluna… Tutte band che, in un modo o nell’altro, oggi sarebbero molto diverse – o addirittura inesistenti – se non fosse per quel disco del ’99. Disco che, in modi che ancora oggi sembrano inspiegabili, ha rivoluzionato in un colpo solo la scena emo e indie.

Ed è così che basta proiettare l’immagine di una semplicissima casa americana per far gridare i presenti: come ha dichiarato lo stesso Mike Kinsella, quella casa è diventata una delle icone del midwest emo proprio perché era, in fin dei conti, l’unica immagine che i fan potevano abbinare al progetto. Un progetto che non solo porta(va) un nome piuttosto anonimo, ma che non ha fatto nemmeno in tempo ad accendersi prima di spegnersi: un EP omonimo nel ’98, un album omonimo nel ’99, pochissimi concerti e fine. 10 anni fa il ritorno e altri due album omonimi. Ma oggi ci troviamo tutti qui per il primo, che festeggia 25 anni e finalmente ottiene quel che si meritava: un tour. Ecco perché basta la “American Football house” sullo schermo. Anzi, nemmeno, perché il video parte dall’interno dell’abitazione, ma sappiamo tutti dove si andrà a parare.

Lo show inizia in realtà con “Five Silent Miles”, brano estratto dall’EP del ’98, che presentava già le caratteristiche salienti del gruppo: accordature aperte, tempi storti, arpeggi puliti, colpi di batteria ravvicinati ma sempre delicatissimi. Il pezzo in questione, come anche alcuni del disco protagonista, beneficia oggi di una formazione più ampliata: oltre agli storici Steve Lamos (batteria, tromba), Steve Holmes (chitarra) e Mike Kinsella (voce, chitarra), troviamo il cugino del cantante Nate Kinsella (basso, chitarra, percussioni), insieme ai turnisti Cory Bracken (percussioni) e Mike Garzon (che suona letteralmente di tutto).

americanfootball foto promo
Foto: Shervin Lainez

L’inizio della sezione celebrativa con “The Summer Ends” rivela una scelta molto efficace: partendo dalla numero 2 della tracklist e proseguendo per ordine, riservano per la fine il loro cavallo di battaglia, “Never Meant”, uno dei pochi pezzi che forse avranno sentito anche gli estranei a questo genere. Gli American Football amano semplicemente suonare, non c’è nulla che possa distrarci dall’ammirarli all’opera: poche luci essenziali, semplici fotografie della casa che si susseguono sullo schermo… È difficile perfino definire Kinsella un frontman, siccome non pronuncia quasi nessuna parola tranne quelle (poche) che deve cantare. Solo un timidissimo “I don’t speak italian”, a cui un fan tra la folla risponde sorridendo: “Hai l’emotività di un sedicenne, ti voglio bene!”.

Nonostante possa sembrare un’immensa suite di 40 minuti, il concerto è ricco di dinamismo: come si può evincere dalla line up elencata poco fa, tutti suonano un po’ di tutto, ci sono momenti in cui Nate Kinsella e Garzon cambiano strumento durante la canzone – super complimenti ai tecnici per aver fatto scorrere tutto liscio. Mike Kinsella rinuncia alla chitarra per il tamburello, Lamos impugna la tromba da dietro la batteria o addirittura suona quest’ultima con due bacchette per mano (bacchetta + mallet).

Non c’è spazio per alcun tipo di pogo, ovviamente, ma si ondeggia parecchio e a tratti si salta. Qualche animo più pazzo azzarda un crowdsurfing, tra cui uno vestito da stregone – cosa c’è più nerd di tutto ciò?. La musica del quartetto midwestiano ci avvolge, ci culla, ci trasporta in questo viaggio dolceamaro e a noi non serve altro che chiudere gli occhi e lascarglielo fare.

La magia si interrompe leggermente una volta terminato il primo disco. Dopo una piccola pausa, tocca al consueto bis, dedicato ai successivi lavori del gruppo. Non intendiamo dire che questi siano brutti dischi, anzi; semplicemente, “LP2” (2016) e “LP3” (2019) – così vengono più comodamente chiamati – conservano l’aura del debutto ma peccano nella forma, forse proprio perché era venuto a mancare l’ingrediente principale: la giovinezza, con tutte le sensazioni ad essa connesse.

E dopo quasi 2 ore di concerto, ecco il pubblico dell’Alcatraz dover tornare alla realtà, diluvio esterno compreso. Ma grazie per il sogno, American Football.

Setlist

Five Silent Miles
The Summer Ends
Honestly?
For Sure.
You Know I Should Be Leaving Soon
But the Regrets Are Killing Me
I’ll See You When We’re Both Not So Emotional
Stay Home
The One With the Wurlitzer
Never Meant
Where Are We Now?
My Instintc Are the Enemy
Born to Lose
Uncomfortably Numb
Every Wave to Ever Rise
Doom in Full Bloom

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