ARTICOLISPECIALI

Blood Sugar Sex Magik: il diario della perdizione

… la band era al massimo della forma: Chad e John non si sentivano più gli ultimi arrivati, ma parte integrante del gruppo, Flea e John si erano sintonizzati sia musicalmente, sia umanamente e Chad suonava meglio che mai. Ci fidavamo l’uno dell’altro, e questo era evidente quando stavamo ore ed ore ad improvvisare. Eravamo davvero sempre insieme.” (Anthony Kiedis, Scar Tissue, 2004, Mondadori).

Così Anthony Kiedis descrive il mood positivo che aleggiava tra le mura della villa “The Mansion” a Los Angeles, lastre di cemento armato tra le quali il talento sopraffino di quattro ragazzi e di un barbuto producer inebriava l’aria a suon di sudicio funk e alternative rock: “Blood Sugar Sex Magik” è la testimonianza cristallina di affiatamento, telepatia musicale, capacità fuori dalla norma. Tutti gli astri sembrano congiungersi, a Laurel Canyon il sole brilla di una luce inconsueta e l’atmosfera viene pervasa da un’elettricità che preannuncia un’imminente tempesta nel mondo del music business. Difatti, di lì a poco, “Blood Sugar Sex Magik” sancirà l’esplosione dei Red Hot Chili Peppers, vendendo, fino ad oggi, tredici milioni di copie in tutto il mondo. Se dovessimo fermare il tempo lì, in quell’istante, non potremmo che fotografare una band in stato di grazia impareggiabile, in ascesa esponenziale e pronta a sfiancare migliaia di platee infervorate. Il tempo, però, di asciugare la polaroid, che la vetta crolla come un castello di carte troppo alto. Cos’è accaduto dopo? Prima addentriamoci all’interno dell’album, provando ad analizzare i numerosi elementi che ne compongono lo scheletro e la scintillante e provocatoria silhouette.

  Glourious euphoria, is my must,
Erotic shock, is a function of lust

I Red Hot Chili Peppers sfondano in modo violento i cancelli di una società satura di tabù, specialmente di natura sessuale. Tra abiti, diciamo così, poco formali e modi di fare e di porsi piuttosto provocanti e provocatori, il quartetto ha trattato le tematiche della lussuria e della seduzione senza porsi scrupoli, evadendo con nonchalance da un mondo fintamente devoto alle regole di una sessualità quasi religiosa. Ma è in “Blood Sugar Sex Magik” che i californiani spingono l’asticella della perversione veramente in alto, scavalcando le barriere del family friendly per riportarci alle origini, agli istinti primordiali:  Anthony Kiedis e soci annusano come randagi l’odore della carne in maniera quasi animalesca, scrivendo e riportando in musica tutto ciò che risulta fin troppo scandaloso da pronunciare a parole. Dal funky appiccicoso e grondante sensualità di “Sir Psycho Sexy”, narrante le perverse esperienze di un misterioso personaggio , al groove trascinante della celeberrima “Give It Away” e all’erotismo sconfinato che straborda dallo strascinato riff portante della title track, i Red Hot celebrano il desiderio viscerale, quello insito in ogni persona, che scalpita, sbraita, mordendo le funi che lo legano fermamente ad una società che ha reso la lussuria una sorta di bestia da chiudere in gabbia. In “Blood Sugar Sex Magik” le parole scorrono come fiumi impetuosi, sfidando le leggi dei giorni nostri per riportarci al giardino dell’Eden, alla nudità, all’origine del tutto.

© Robert Matheu / Retna Ltd.

At least I have her love, the city she loves me
Lonely as I am, together we cry

Struggente, forte, amorevole, dilaniante. È il ritratto che i Nostri dipingono della splendida Los Angeles, patria di affetto e dolore, luogo di culto e di ossessione. La California è sempre stata nei pensieri dei Red Hot Chili Peppers, divinizzata, lodata e celebrata in molte canzoni e con approcci sempre diversi, sinonimo di altrettanti tempi di composizione ed emozioni differenti. Tra queste, “Under The Bridge” è diventata storia, trasformata da intima poesia a successo internazionale nel giro di pochissimo tempo, ma racchiude tra le sue toccanti strofe la malinconica confessione di un peccatore, in bilico tra amore ed odio per quella città che è stata nido e, al tempo stesso, inferno personale. Cocaina ed eroina dilagavano nei 90s e Los Angeles fermentava nei bassifondi: è qui che si ritrova, assiduamente, Anthony Kiedis, riducendosi come uno scarafaggio rantolante tra le umide vie che si snodano al di sotto dei giganteggianti cavalcavia che dominano la città degli angeli. Frusciante massaggia le corde con un arpeggio meraviglioso, Anthony Kiedis porge la guancia al bacio del vento di LA, gettando sul foglio inchiostro e lacrime, su cui si adagiano le parole più dolorose e, allo stesso tempo, riconoscenti della sua vita, gridando al mondo intero quanto dolore e solitudine avesse lasciato lì, sotto i ponti di quella fantastica città.

In my room I’m all alone waiting for you,
Listen to Roberta Flack, but I know you won’t come back

Un passo nel mondo della droga equivale ad un dialogo attraverso una sottilissima lastra di vetro con la morte: è sufficiente ben poco affinchè il lembo che tiene a debita distanza da essa si frantumi in mille pezzi. La vita è una roulette russa, soprattutto se giochi consenzientemente con essa; sarà per questo che i Red Hot Chili Peppers non esorcizzano l’immagine della morte, ma la rispettano. Negli anni ’90, così come nel resto della storia, una miriade di artisti sono scomparsi, risucchiati dal vortice della droga, e tra questi spunta un losco figurino dalla corporatura esile, ma dal sangue perennemente in ebollizione: Hillel Slovak è stato (e continua indirettamente ad essere) il fulcro della musica e dell’attitudine dei californiani. Le sue dita hanno forgiato il massiccio sound dei Peppers, prima molto più legato ad un funk rock frenetico, figlio del crossover e dell’hardcore, poi più spiccatamente funky, con ritmi meno concitati, ma sempre trasgressivi, molleggianti, travolgenti. La sua morte, causata da un’overdose di eroina, ha lacerato il cuore di tutti i membri della band ed ha posto un doloroso paletto nella carriera dei californiani, capaci, però, di non annegare nella disperazione, ma bensì di ripartire ancor più audacemente verso nuovi scampoli sonori, ingaggiando un giovanissimo John Frusciante ed il nuovo batterista Chad Smith, subentrato a Jack Irons. Dalle ceneri di un chitarrista fondamentale, spuntano “Mother’s Milk” e, due anni dopo, “Blood Sugar Sex Magik”: ci piace pensare che, entrambi, siano la perfetta cerimonia per celebrare e portare in alto l’animo tenero, scellerato e infinitamente creativo di un “Lovely Man” come Hillel Slovak.

There must be something in the way I feel
That she don’t want me to feel

Ridursi a pensare che dentro un lavoro come “Blood Sugar Sex Magik” vengano trattate solo tematiche superficiali o volutamente borderline, sminuirebbe il valore di un album vasto sia a livello musicale, che lirico. I Peppers evocano gli istinti, ma vengono anch’essi catturati dalla morsa dell’amore, quello puro, quello che lega indissolubilmente, anche se solo per un minuto. È la storia di “I Could Have Lied”, la storia di un amore platonico, estatico, ma altrettanto straziante che affligge Anthony Kiedis e la cantautrice irlandese Sinead O’Connor. Arpeggi dolorosi accompagnano uno sfogo quasi incredulo del frontman, che vede cadere davanti ai suoi occhi la carcassa di un amore semi-perfetto, nato tra apprezzamenti musicali ed una lettera lasciata ad un concerto, cresciuto in un intimità quasi ingenua, di chi si approccia per la primissima volta alla grandezza inscalfibile del vero amore. Parole e note di sconforto per descrivere il senso di impotenza e vergogna di fronte ad una relazione troncata di netto, senza apparente motivo, in un senso di inquietutidine misto ad una velatissima gratitudine per dei piccoli istanti di incomparabile gioia.

© William Hames

Lucky me, swimmin’ in my ability
Dancin’ down on life with agility

Tuffarsi a capofitto nella discografia dei Peppers equivale ad entrare in contatto con un caleidoscopio di suoni, immagini, ideali, figlio di una mutazione sonora che si propaga di album in album. Ma se dovessimo stabilire una vetta in cui il sound dei Peppers trova il perfetto bilanciamento, quella sarebbe “Blood Sugar Sex Magik”: se in “Mother’s Milk” il sound più rock-oriented gonfiava il petto a sfavore del funk delle origini, in “Blood Sugar Sex Magik”, invece, i Peppers non si fanno problemi a innalzare all’ennesima potenza tutte le loro influenze, trovando il modo di mantenere in equilibrio due generi imprevedibili e schizofrenici come il funk e l’alternative rock. Le rasoiate taglienti di “Power Of Equality” e “Suck My Kiss”, tizzoni ardenti su cui ballano le dita ignifughe di un ispiratissimo John Frusciante, le estatiche basslines di Flea che molleggiano regnanti in “Give it Away”, “If You Have To Ask” o “Funky Monks” , la psichedelia dell’inconsueta “Breaking The Girl”, il sontuoso portamento di Chad Smith in “Naked In The Rain”. Tutto è compresso (si fa per dire) in diciassette tracce variegatissime, ma collegate da un senso di completezza che rende il percorso sonoro uno dei più minuziosi ed entusiasmanti del periodo. Rick Rubin entra nella villa e modella la forma di un disco epocale, seguendo le necessità, le voglie e le malsane idee partorite dalle menti di quattro cani sciolti, smussando gli angoli irti e eliminando le impurità di suono, un lavoro da artigiano e saggio, un lavoro da producer di primissima qualità. Tredici milioni di copie vendute, un enorme tour internazionale, una fama che si gonfia ad una velocità troppo elevata: “Blood Sugar Sex Magik” è il disco che, volente o nolente, indirizza i Red Hot Chili Peppers al grande pubblico. Mentre tutti sono galvanizzati dallo splendido odore del successo, qualcosa divora dall’interno la mente contorta e estremamente sensibile di John Frusciante, che decide di lasciare la band nel bel mezzo del tour promozionale, giunto in Giappone. Il successo significava, per lui, la perdita della meravigliosa essenza della musica, quella per pochi, quella creata con passione, quella che trascende dal denaro. Da qui, la schiavitù dell’eroina inizia a impadronirsi della sua gracile anima, tormentata anche da una forte depressione: un travaglio di circa sei anni in cui la musica si è rivelata morfina per un colossale dolore.

“Blood Sugar Sex Magik” è il diario della perdizione dei Red Hot Chili Peppers. E se si potesse rivivere quei giorni, quei concerti, quelle canzoni trasmesse per la prima volta in radio, noterremmo lo sguardo ammaliato stampato sulle nostre facce, così come accade, a distanza di trent’anni, oggi. Si tratta di un album epocale e senza tempo perchè concentra in esso l’indole dell’uomo, le paure, le delusioni, gli errori e i piaceri, e lo fa con irriverenza e sfrontatezza, ma anche con rispetto; ed è un disco che brilla di inventiva ancora oggi, dove la musica esce in tutte le salse ed in quantità industriale. Non ha vie di mezzo, lo ami alla follia o lo odi con tutto te stesso, ma l’impatto che la sua uscita ha conferito agli anni ’90 e alla folta trafila di band arrivate dopo, è di una grandezza inquantificabile. “Blood Sugar Sex Magik” ha fatto saltare l’ago della bilancia della musica.

E dopo? Dave Navarro entrerà nella band al posto di Frusciante per registrare il criticatissimo (e sottovalutatissimo) “One Hot Minute”, il grunge trasandato dei Nirvana farà terra bruciata nel mondo della musica e lo shoegaze dei My Bloody Valentine sposterà gli orizzonti del rock verso confini ancora inesplorati. Ma queste sono altre storie.

Comments are closed.

More in:ARTICOLI

0 %