A sette anni da “In The Raw”, Tarja Turunen torna con “Frisson Noir”, il nuovo album in uscita via earMUSIC. Un lavoro nato senza fretta, nel corso di anni dedicati a progetti paralleli, tour e nuove esperienze artistiche, che oggi restituisce una delle fotografie più autentiche della cantante finlandese. Tra sonorità più pesanti, atmosfere cinematografiche e una scrittura profondamente personale, questo nuovo capitolo discografico riflette un momento di maturità creativa in cui l’artista ha scelto di affidarsi all’istinto, lasciando da parte schemi e aspettative. Ne abbiamo parlato con la stessa Tarja, che ci ha raccontato la genesi del disco, il significato del suo titolo e il percorso umano e artistico che lo ha reso possibile.
Ciao Tarja, bentornata sulle pagine di SpazioRock. Come stai?
Molto bene, grazie. E tu?
Bene, grazie. Oggi siamo qui per parlare del tuo nuovo album, “Frisson Noir”, uscito da pochissimo. Tra questo nuovo album e la tua precedente release, “In The Raw”, sono passati diversi anni, un periodo in cui il mondo della musica – e non solo – ha attraversato diversi cambiamenti piuttosto importanti. Cosa ti ha portata a prenderti questo spazio più ampio tra un album e l’altro? È stata una scelta consapevole o un percorso che si è definito naturalmente nel tempo?
Direi che è successo in modo piuttosto naturale. Avevo appena terminato il lavoro sul mio precedente album, “In The Raw”, ed ero partita in tour quando è arrivata la pandemia. Ricordo di aver salutato i membri della mia band senza sapere quanto tempo sarebbe passato prima di rivederci. Ci siamo abbracciati e, alla fine, ci siamo ritrovati soltanto due anni dopo. In quel periodo mi sono dedicata ad altri progetti. Ho lavorato ad “Outlanders”, un progetto di musica elettronica con diversi chitarristi ospiti. Durante il lockdown, ho scritto anche un libro sulla mia carriera. Successivamente, ho completato il tour legato a “In The Raw” e, nello stesso periodo, è nato anche il progetto della raccolta “Best Of”, che mi ha riportata nuovamente in tour. Ho, inoltre, condiviso il palco per alcuni anni con il mio ex compagno di band Marco Hietala e, nel frattempo, ho pubblicato anche un album natalizio. In sostanza, ho realizzato molte uscite discografiche, semplicemente non erano album metal. Sono passati sette anni e, ogni volta che tornavo a casa da tutte queste esperienze, continuavo comunque a scrivere musica. La cosa bella è che lo facevo senza alcuna pressione. Non ho mai avuto la sensazione di essere rimasta ferma, perché in realtà ero costantemente impegnata in nuovi progetti. Anche la mia etichetta non mi ha mai spinta a pubblicare rapidamente un nuovo album metal: erano soddisfatti di ciò che stavo realizzando. L’anno scorso ho deciso che era arrivato il momento di concentrarmi seriamente sul nuovo disco. Ho iniziato a riascoltare il materiale accumulato negli anni e ho trovato molte idee interessanti nei miei archivi. A quel punto, ho capito che era il momento giusto per andare avanti. La nascita di questo album è stata sorprendentemente serena. Certo, il lavoro sui testi rappresenta sempre una sfida per me, ma questa volta volevo affrontarlo completamente da sola. Mi trovavo in un momento molto equilibrato della mia vita, sia dal punto di vista personale, che professionale. Dopo tanti anni di carriera, sento di aver affrontato le mie battaglie interiori e di non avere più bisogno di combatterle nello stesso modo. È stato un processo molto positivo e oggi sono davvero felice del risultato. Desideravo un sound più pesante, accompagnato da canzoni molto emotive, e credo di aver ottenuto esattamente ciò che cercavo.
Il titolo “Frisson Noir” suggerisce subito un contrasto molto forte. “Frisson” richiama l’idea del brivido, qualcosa che colpisce in modo immediato e fisico. Più che soffermarmi sul significato del titolo del disco, vorrei chiederti che tipo di mondo emotivo rappresenta per te? Cosa ti provoca ancora oggi quel tipo di brivido, come artista e come persona?
Per me è fondamentale poter provare quella sensazione. Fa parte della mia vita fin da quando ero bambina. So che non tutti sperimentano il cosiddetto “frisson”, quella sorta di pelle d’oca che nasce da una forte emozione, ma per me è sempre stato qualcosa di molto presente. Come cantante, lo vivo come un’esperienza estremamente fisica, ma allo stesso tempo anche psicologica e persino neurologica. È qualcosa che approfondisco molto durante il lavoro di preparazione e di studio, perché ogni volta mi fa sentire diversa. Se sto attraversando una giornata difficile, canto, perché cantare mi fa stare meglio. È una reazione molto profonda. Credo che l’arte sia una delle poche cose al mondo capaci di generarla in modo diretto. Certo, può accadere anche ascoltando una storia particolarmente toccante raccontata da un amico o vivendo un momento emotivamente intenso, ma nella musica questa sensazione è sempre stata centrale. Quando mi esibisco o quando scrivo, tutto ciò che provo è autentico. Non c’è nulla di artificiale e, proprio per questo, cerco sempre di mettermi alla prova. Detesto ripetermi. Se in passato ho scritto una determinata canzone in un certo modo, non voglio rifarla identica. È questa la sfida più grande nel processo compositivo. Il concetto di “frisson” è quindi molto personale. Quanto al termine “noir”, pur essendo una parola francese — lingua che non parlo — rappresenta per me quella dimensione più oscura in cui riesco a creare liberamente. È uno spazio sicuro, bellissimo. Tutti abbiamo una parte più oscura dentro di noi, anche se non sempre la riconosciamo. Per me è sempre stata il luogo della creazione. È lì che posso piangere, soffrire e trasformare le emozioni in arte. È la mia bellissima oscurità.
Nel nuovo album c’è anche un brano che arriva a circa dieci minuti di durata, “At Sea”, quindi una struttura piuttosto estesa rispetto alla media del tuo repertorio. Nel tuo percorso hai già esplorato forme più lunghe in diversi brani del passato. Cosa ti attrae oggi in questo tipo di composizione più ampia? È una scelta narrativa, emotiva o legata alla libertà di un certo sviluppo musicale?
Credo che il modo in cui si sta evolvendo l’industria musicale, insieme all’impatto della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, mi lasci in parte una sensazione di tristezza. Oggi, quando ascolto musica, raramente provo l’emozione di scoprire qualcosa di davvero nuovo ed entusiasmante. Molte produzioni finiscono per assomigliarsi e seguire gli stessi schemi. Io, invece, sono sempre stata un po’ fuori dagli schemi. Fin dal mio ingresso nell’industria musicale ho sentito il bisogno di costruire la mia strada. Nessuno mi ha mai indicato davvero come fare le cose; ho sempre dovuto trovare il mio percorso. Ho studiato musica per molti anni e ho avuto la fortuna di lavorare con persone straordinariamente talentuose che hanno contribuito a plasmare il mio universo artistico. Tuttavia credo di aver avuto bisogno di liberarmi da molte delle regole che avevo imparato nel corso degli anni. A volte, quando studi una disciplina per così tanto tempo, accumuli una quantità enorme di insegnamenti, schemi e convenzioni. Alcuni di questi possono diventare limitanti. La mia sfida nella scrittura è stata proprio quella di dimenticare, almeno in parte, ciò che avevo imparato. Volevo sedermi al pianoforte e improvvisare senza pensare alle strutture, alle formule, alle regole del songwriting tradizionale. Lasciare che fossero il cuore, l’umore del momento e l’istinto a guidarmi.
Niente schemi prestabiliti, niente costruzioni del tipo “strofa-ritornello-strofa-ritornello-bridge”. Con “At Sea”, ma anche con altri brani dell’album, ho semplicemente seguito il flusso delle emozioni. Per me questo approccio funziona. Forse non corrisponde alle logiche dell’industria musicale contemporanea, che spesso tende a privilegiare formati molto simili tra loro, ma era proprio questo il tipo di esperienza che volevo offrire agli ascoltatori. Oggi è sempre più raro imbattersi in qualcosa che sorprenda davvero. E, sinceramente, ormai mi importa sempre meno delle critiche. Ho convissuto con le critiche per tutta la vita, ho imparato a superarle e ad andare avanti. Alla fine, la persona più severa nei miei confronti sono sempre stata io stessa, perché sono estremamente perfezionista. Amo la musica e amo poter continuare a farla. Sono profondamente grata di essere ancora qui oggi, grazie ai fan che mi sostengono da anni con una fedeltà incredibile. La creatività ha bisogno di tempo e non può essere generata artificialmente. La musica non può essere semplicemente prodotta in serie, altrimenti perde la sua componente emotiva.

“At Sea” è stato scelto come primo singolo del disco. L’intro del brano ha un’atmosfera molto cinematografica, quasi da cinema muto o noir: una sorta di teatralità senza parole, dove tutto è affidato al gesto musicale e alla luce emotiva. Quando lavori ad un genere di musica così evocativa, pensi anche in termini di immagini e scene, come se stessi costruendo un film? Nasce in modo spontaneo o è una scelta consapevole, la tua, nel dare un’impronta cinematografica?
A volte sì. Non sempre, ma capita. Con questo brano è successo in modo molto naturale. Quando ho iniziato a percepire che la composizione stava prendendo forma, la musica stessa mi ha trasportata verso il mare. Le sue dinamiche, il continuo movimento delle melodie, mi ricordavano il moto delle onde, quel salire e scendere costante. Il mare è sempre stato una presenza importante nella mia vita. Lo amo profondamente, ma al tempo stesso mi incute rispetto e persino timore. Sono anche una subacquea e, negli ultimi anni, ho sempre desiderato vivere vicino all’oceano. È una fonte di ispirazione continua. Quando scrivo i testi, il processo visivo diventa ancora più evidente. Costruisco immagini, scene, quasi sequenze cinematografiche nella mia mente. In questo caso è stato particolarmente semplice, perché la musica aveva già delineato un mondo molto preciso. Lo stesso approccio l’ho adottato con Jim Dooley, che ha curato gli arrangiamenti orchestrali. Collaboriamo dal mio primo album solista, nel 2007. Per aiutarlo a entrare nell’atmosfera del brano gli ho raccontato la storia come se fosse una sceneggiatura cinematografica, in modo che potesse tradurre quelle immagini attraverso l’orchestra. Jim lavora abitualmente nel mondo del cinema, quindi per lui il rapporto tra musica e immagini è assolutamente naturale. Volevo offrirgli gli strumenti necessari per visualizzare il racconto e trasformarlo in suono. In generale, il linguaggio cinematografico ha sempre influenzato profondamente il mio lavoro. Fin dal primo album ho collaborato con professionisti provenienti dal mondo del cinema e continuo ancora oggi a trovare grande ispirazione in quell’universo.
In questo nuovo brano ci sono diverse collaborazioni importanti, ma quella che mi ha incuriosito di più è quella che vede nel brano “I Don’t Care” la collaborazione con Dani Filth dei Cradle Of Filth. Il titolo stesso e anche alcune tue recenti interazioni con i fan sembrano andare nella direzione del ‘lasciare andare’ e non farsi schiacciare dalle cose negative… Nel tuo percorso sei arrivata a un punto in cui hai imparato davvero a ‘fregartene’ e andare avanti con più leggerezza? E cosa diresti a chi, soprattutto tra i più giovani, si trova a vivere ansia, aspettative e pressione esterna?
Oggi vedo moltissimi giovani alle prese con forme di ansia e insicurezza. È diventato qualcosa di estremamente comune, soprattutto per le generazioni cresciute immersi nei social media e nella tecnologia. I cambiamenti avvenuti negli ultimi anni sono stati rapidissimi e molto radicali. Tutto sembra essere a portata di mano, ma proprio per questo diventa difficile capire chi si è veramente e quale direzione prendere nella vita. Io appartengo a una generazione diversa. L’anno prossimo compirò cinquant’anni e ho avuto il tempo di imparare, viaggiare, fare esperienze e costruire il mio percorso in maniera graduale. Oggi, invece, molti ragazzi si trovano a cercare la propria strada e, nel frattempo, rischiano di perdere fiducia in sé stessi. È qualcosa che noto spesso. Anch’io ho dovuto affrontare momenti difficili. Si dice sempre che ciò che non ti uccide ti rende più forte, e in parte è vero. Il problema è che, mentre attraversiamo un periodo buio, è molto difficile vedere la luce. Solo dopo riusciamo a comprendere il valore di ciò che abbiamo vissuto. Per me la musica è sempre stata una forma di salvezza. Mi ha aiutata a superare i momenti più complicati e continua a farlo ancora oggi. Credo che la musica abbia una funzione terapeutica straordinaria, sia per chi la crea sia per chi la ascolta. Offre conforto, calma e sostegno. Quanto al concetto di “I don’t care”, sì, penso di aver raggiunto una fase della mia vita in cui molte cose non mi toccano più come un tempo. Probabilmente c’entra anche l’età. Più impari, più ti rendi conto di quanto ancora ci sia da comprendere. Ho avuto la fortuna di viaggiare in tutto il mondo, incontrare persone straordinarie e lavorare con talenti incredibili. Tutto questo mi ha insegnato a costruire il mio universo personale e a dare il giusto peso alle cose. Oggi posso dire sinceramente che molte critiche non mi feriscono più. Se qualcuno mi dice che non gli piaccio o che non apprezza ciò che faccio, va bene così. Il problema è che viviamo in un’epoca in cui è diventato facilissimo esprimere odio e negatività, soprattutto dietro uno schermo. Costruire una barriera emotiva che impedisca a tutto questo di ferirci non è semplice. Non siamo robot, siamo esseri umani… eppure, trovo bellissima l’idea di coinvolgere i fan in questo messaggio. Quando riesci a smettere di preoccuparti continuamente del giudizio degli altri, inizi davvero a sentire la tua voce interiore e ad accettare chi sei. Non è facile affrontare da soli le grandi decisioni della vita, ma per me la musica continua a essere quel luogo sicuro, quella sorta di terapeuta che mi ha accompagnata per tutta l’esistenza, insieme naturalmente alla mia famiglia e ai miei amici.
Cosa di te hai messo in questo album che, secondo te, chi ti conosce già potrebbe scoprire solo ascoltandolo con attenzione? Che lato di te emerge in questo album in modo più chiaro rispetto al passato?
Credo che in questo album emerga molto anche il tema delle mie insicurezze. È diventato un lavoro estremamente personale, soprattutto perché, fin dall’inizio del processo creativo, ho deciso che avrei scritto da sola tutti i testi. La musica arriva sempre per prima, almeno nel mio caso. Una volta completata la composizione dei brani, mi sono detta: “Se riuscirò a portare a termine questo percorso, voglio scrivere personalmente ogni parola”. È stato anche un modo per mettermi alla prova e verificare se fossi davvero capace di farlo… ed è proprio qui che entrano in gioco le mie insicurezze. Per questo motivo l’album è diventato molto intimo, persino l’ultimo brano, “Against the Odds”, racconta in fondo la mia storia: quella di una ragazza cresciuta in un piccolo villaggio della Finlandia che, oggi, si ritrova a parlare con te da Marbella, in Spagna. In mezzo, ci sono oltre trent’anni di carriera e un’infinità di esperienze. Ci sono stati molti momenti di dubbio, di incertezza e di mancanza di fiducia in me stessa, e tutte queste emozioni continuano a far parte del processo creativo. Anzi, credo che se non provassi più alcuna insicurezza o alcun dubbio, il mio lavoro non sarebbe più autentico. Penso che noi artisti abbiamo sempre bisogno di soffrire un po’ durante la creazione. Altrimenti non riusciremmo mai ad andare davvero in profondità, sotto la superficie delle cose.
Al momento so che hai già confermato alcune date che ti vedranno in giro per l’Europa. I fan italiani avranno modo di rivederti presto o stai lavorando anche a qualche data nel nostro Paese?
Assolutamente sì. L’Italia farà parte dei miei programmi futuri e proprio in questo periodo stiamo definendo le nuove date. Partiremo con il tour a ottobre e continueremo successivamente. Alla fine dell’anno sarò impegnata con il tour natalizio, mentre dall’inizio del prossimo anno, a partire da febbraio, torneremo nuovamente in tournée. Presto arriveranno molti annunci. I miei fan ormai odiano quando uso la parola “presto”. Ogni volta mi prendono in giro e mi chiedono cosa significhi davvero! (ride) Ma posso dire con certezza che l’Italia ci sarà. Amo i miei fan italiani e ho sempre ricevuto da loro un sostegno straordinario. Tornare nel vostro Paese è sempre qualcosa di speciale.





