“Nella musica le note sono molte di più di cinquantadue”.
Il dehors dell’UFO di Milano (nomen omen) si è trasformato in una cattedra all’aperto in cui Adrian Fartade sta terminando quella che è partita come una spiegazione sul “segnale Wow!”: il segnale radio, a lungo ritenuto di origine extraterrestre, rilevato nel ’77 dall’astronomo Jerry R. Ehman, che se ne stupì a tal punto da scrivere “Wow!” sui tabulati. Si è finiti – prevedibilmente, se avete visto almeno un video di Fartade – in un viaggio che spazia tra alberi e frammenti di cosmo in uno zaino, e nel quale “cinquantadue” è in riferimento a un mazzo di carte le cui possibili combinazioni sono superiori al numero di atomi sul pianeta Terra: figurarsi quali sono le probabilità per la vita nell’universo, puntualizza il divulgatore. E figurarsi, con la gamma di suoni a nostra disposizione, quante sono le canzoni ancora possibili.
Davanti a lui una platea dalle età e provenienze più disparate, ma accomunata (oltre che dal drink in mano per resistere al caldo asfissiante) dall’interesse per le peripezie discografiche dei tre musicisti, partiti dalle paturnie adolescenziali di provincia per arrivare allo spazio e varie imprese fantascientifiche. A cominciare da Fartade stesso, il quale, mentre si destreggia tra un pezzo di Luna e una stella cometa – che sta facendo tenere in mano a tutti, con una tranquillità spiazzante –, ci dice che il suo album preferito dei Muse è “Black Holes and Revelation” (“Con una canzone che si chiama “Supermassive Black Hole” non potevo sceglierne un altro”). Presente anche un nutrito gruppo di fan, chiamato a raccolta dal gruppo di Italian Musers, che dal 2012 è un punto di riferimento per la fanbase nostrana del trio del Devonshire: l’anteprima del nuovo disco dei Muse era un’opportunità che non potevano lasciarsi scappare. Molta curiosità, insomma, per un LP in cui i Muse sono infine tornati a parlare di alieni, dopo un decennio di questioni terrestri, simulate o meno, che hanno prodotto risultati altalenanti.
E quindi questo “The Wow! Signal” com’è? Avendo ascoltato una sola volta il disco per intero, senza i testi a portata di mano, preferiamo aspettare l’uscita dell’album per trarre le somme; ma nel frattempo, proviamo a farci un’idea.

Un track by track a cald(issim)o
01. The Dark Forest: aspettavamo la fantascienza e l’abbiamo avuta, con un inizio che ricorda subito la sigla di “Doctor Who”. Questa cosa la si potrebbe dire anche di altri pezzi dei Muse, “Uprising” su tutti — e del resto di “The Resistance” questo brano sembra riprendere il massimalismo. Immaginatela come colonna sonora di un documentario sull’esplosione di una stella: immaginereste bene.
02. Nightshift Superstar: ultimo singolo uscito, non è il primo brano dalle tinte dance nella discografia dei Muse. Il pensiero infatti va subito a “Panic Station” e al suo assurdo videoclip, solo con una pista da ballo alla fine dell’universo anziché in Giappone.
03. Shimmering Scars: si approda su lidi più tranquilli con una power ballad guidata dal piano, sempre sulla scia di “The Resistance” e “The 2nd Law”. Un pezzo forse meno memorabile, ma con note di pregio, su tutte il pianoforte e i falsetti di Bellamy che, nonostante non siano più quelli di un tempo, qui riescono ancora a portarci nell’iperuranio.
04. Cryogen: terzo singolo del lotto, si riconferma un fan favourite assoluto e per svariate ragioni, dal riff che evoca una “Plug in Baby” al contrario alla outro che ricorda la più recente “Kill or Be Killed” (probabilmente il pezzo più amato dell’ultimo disco). Chi scrive vorrebbe aggiungere qualcos’altro, ma è al momento impegnata a fare headbanging insieme ai presenti, e scusate se è poco.
05. Be With You: “Che palle” dice a questo punto qualcuno seduto ai tavoli del locale, mentre qualcun altro ridacchia “La prima volta che ho sentito questo pezzo ho pensato che Bellamy si fosse convertito al cristianesimo”. La sottoscritta alza la testa dal taccuino – dove si stava appuntando che, se si chiedesse all’IA di mettere insieme “Madness” e “Fix You” dei Coldplay, verrebbe fuori qualcosa del genere – e sorride ripensando che la prima volta che i Muse hanno usato l’organo in chiesa è stato per registrare “Megalomania”. Come vola il tempo, signora mia.
06. Hexagons: penultimo singolo di lancio, un geometrico sistema di arpeggi e odd time signatures in cui prevale, coerentemente al titolo, il 6/4. A qualcuno fa venire in mente “Take a Bow”, a qualcun altro “Space Dementia”, qualcun altro dice di non capirla. Considerando che sembra avere in sé più il virtuosismo pop dei Polyphia che il pathos destabilizzante delle canzoni sopracitate, in fondo non stupisce che sia così.
07. The Sickness in You & I: nel giro di tre secondi netti ci guardiamo tra presenti: “ma è tipo Drones”. I Muse più heavy e chitarristici, di quelli adatti alle scene d’azione, piacciono quasi di default — specialmente con breakdown come quello alla fine di questa canzone, che si prende dai presenti una vera standing ovation.
08. Unravelling: ormai questo pezzo è quasi di casa nelle orecchie dei fan, alcuni dei quali hanno persino fatto in tempo a sentirlo dal vivo. Se pubblicarlo un anno prima del disco è stato un esperimento per sondare il terreno, è decisamente riuscito, vista la seconda standing ovation che parte sull’ultimo ritornello.
09. Hush (feat. Ellie Goulding): torniamo dalle parti di “Drones” per un pezzo che ricorda dapprima una versione un po’ più pesante di “Dead Inside”: poi arriva la voce di Ellie Goulding e improvvisamente, per un attimo, pare quasi un pezzo di Poppy. Il primo featuring ufficiale dei Muse è piuttosto inaspettato, ma ci piace parecchio.
10. Space Debris: si finisce con un pezzo più lento e cinematografico. I Muse non sono nuovi a questo tipo di finale (l’ultima volta abbiamo avuto “The Void”), sicuramente meno immediato del resto del disco, ma le cui atmosfere, culminanti nel vuoto cosmico, lasciano un brivido che fa venire voglia di rimettere il disco da capo.
Che in effetti è quello che fanno i fan, chiedendo a gran voce di riascoltare “The Dark Forest”. Sia perché la prima volta non l’hanno sentita benissimo (c’è stato un tentativo di preascolto, in una struttura allestita all’esterno, non andato a buon fine), sia perché è un pezzo che riassume, in un modo o nell’altro, quello che sarà il disco — “una mina”, secondo il fondatore di Italian Musers. Chi scrive, a dire il vero, stava per dire “magniloquente, alieno, dal vago sentore di déjà-vu”, ma va bene anche così. La sensazione è che dopo anni i Muse siano finalmente tornati con un disco ispirato, coeso e sci-fi al punto giusto, che in un modo o nell’altro sintetizza tutto quello che i Muse sanno fare meglio. Probabilmente lo amerà chi ha sempre amato il loro essere teatrali e sopra le righe, probabilmente lo odierà chi li ha sempre malsopportati lo per lo stesso motivo; probabilmente, in ogni caso, ne sentiremo parlare per un po’.





