Foto in copertina di: Naomi Yang

Punk Militante con la M maiuscola, i Downtown Boys tornano a distanza di quasi un decennio con un nuovo LP, titolato “Public Luxury“, in uscita per Sub Pop Records. Ce ne ha parlato il chitarrista, autore e produttore Joey DeFrancesco, il quale ha ricordato quanto per un artista sia importante fare la propria parte per il mondo. Soprattutto quando quest’ultimo mostra il suo lato più orribile.

Ciao Joey, bentornato su SpazioRock. Come stai?

Ciao! Sto bene, qui a New York è mattino presto ed è una bellissima giornata.

La tua ultima intervista con noi risale al 2018. Come riassumeresti questo decennio?

Non ci siamo mai sciolti o fermati ufficialmente. Abbiamo fatto un po’ di cose, ad esempio la colonna sonora per un film italiano, “Miss Marx”, nel 2021. Nel 2023 siamo passati dall’Italia in tour, l’anno dopo abbiamo girato il Messico… Si è suonato tanto. Ci abbiamo messo parecchio per realizzare questo disco, anche perché alla fine del decennio scorso eravamo davvero esausti, avevamo fatto tante pubblicazioni, tanti concerti, allora ci prendemmo una pausa, proprio prima che arrivasse il COVID. Quello fu un duro colpo per tutta l’industria e a noi sembrava la fine: siamo una band che vive sui palchi, io facevo fatica a scrivere roba nuova con quel clima. Io e Victoria [Ruiz, cantante, ndr] siamo diventati sempre più attivi politicamente, abbiamo creato un sindacato per i lavoratori del campo musicale negli Stati Uniti, siamo molto attenti per quanto riguarda il genocidio in Palestina… Insomma, ci siamo tenuti impegnati, ma 3 anni fa abbiamo deciso di ridedicarci seriamente al nuovo disco.

Quindi i nuovi brani risalgono in realtà al 2023?

Alcune sì, come “Sirena” e “No Me Jodas”. Credo di averle anche suonate in Italia, quell’anno. Il tutto si è poi finalizzato nel 2025, quando abbiamo finito di scrivere e poi registrato tutto lo scorso autunno.

Apprezzo quando gli artisti portano i brani nuovi prima dal vivo che su disco. Credo che sia utile per avere un riscontro immediato, per capire se la scrittura sta andando nella direzione giusta secondo i propri fan.

Condivido al 100%, noi abbiamo sempre fatto in questo modo. Una parte importante della scrittura è il live, suonare davanti a un pubblico ti permette di percepire le emozioni, ti aiuta a capire cosa funziona e cosa no. Ad esempio, accorciare una parte, piuttosto che, più drasticamente, tagliarla proprio. Per me e per la band è utilissimo vedere le reazioni dei fan. “Viva La Rosa”, che ha questa grande intro in crescendo, l’abbiamo registrata visualizzando quello che accadeva durante i live, il mosh e via dicendo, e credo che questo abbia dato una spinta in più alla canzone.

È un approccio molto bello, non che sia sbagliato il contrario ovviamente. Molti artisti preferiscono rivelare tutto solo quando avviene la pubblicazione.

Beh, se fossimo una band veramente famosa, sarebbe tutto un altro paio di maniche, no? Della serie “The Cure suonano un nuovo brano dal vivo” [ridiamo, ndr]. Nel bene o nel male, noi non dobbiamo pensarci.

Non fraintendermi, non intendevo sottovalutarvi.

No, certo. Però, non mi piace fare il prezioso, e suonare dal vivo per noi è la parte più bella.

E ci credo, fate punk, cazzo!

Esatto! Se abbiamo materiale nuovo da suonare, vogliamo suonarlo e non aspettare di registrarlo, perché poi ci vuole troppo tempo. Questo disco è stato registrato lo scorso ottobre, ma le canzoni erano pronte a inizio 2025, solo che devi stare dietro ai tempi dello studio, dell’etichetta…

Public Luxury

A proposito dello studio, l’ultima volta avevate lavorato con Guy Picciotto, un nome piuttosto imponente. Adesso invece vi siete autoprodotti, con l’aiuto di Seth Manchester, un nome più legato all’underground odierno.

Abbiamo amato lavorare con Guy, ma questa volta si è svolto un processo differente. Oltre al tempo impiegato, è stato un lavoro più intimo, tutte le demo le ho realizzate io personalmente, a casa. La band è sempre stata coinvolta nella produzione, ma a questo giro sentivo di volerci mettere realmente mano. Conosciamo Seth da molto tempo, ha uno studio di registrazione chiamato “Machines with Magnets” a Pawtucket, vicino Providence. È un posto molto underground, ci bazzichiamo proprio dall’inizio della band, ci facemmo il primissimo master lì! Seth ha sempre fatto dei bei lavori, negli ultimi anni poi si è fatto notare con Lambrini Girls, Model/Actriz, Mdou Moctar… Oggi ha un suo sound, un suo marchio di fabbrica, molto influenzato dalla scena noise rock di Providence, tipo i Lightning Bolt. Per “Public Luxury” volevamo un impatto sonoro simile. Le nostre batterie non erano mai suonate così grosse, ci sono tantissimi synth, sassofoni… Un gran lavoro, molto bello.

Da quanto ho inteso finora, tu ti occupi principalmente della musica. Per quanto riguarda i testi invece?

Collaboriamo io e Victoria.

Scrivete sia in inglese che in spagnolo. È una scelta interessante, e credo che sia difficile risultare credibili in più di una lingua. Come affrontate questo aspetto? Avviene naturalmente per voi?

È un’ottima domanda. La maggior parte dei testi in spagnolo sono di Victoria, lei è di origini messicane e, come molti cittadini latinoamericani qui negli Stati Uniti, è cresciuta da bilingue, avendo conversazioni che mischiano le due lingue, hai presente? Succede ovunque nel mondo, credo, qui particolarmente. Anche Mary [Regalado, bassista, ndr] è messico-americana, quindi abbiamo molte influenze di quel mondo. Per questo disco in particolare, la morte della nonna di Victoria, che era appunto messicana, ha agito sicuramente da fattore determinante, molti dei suoi testi sono dedicati a lei. Per noi, l’uso delle due lingue riflette la realtà della classe operaia statunitense.

A questo punto, non credo che sia una coincidenza che le canzoni in spagnolo mi abbiano colpito di più, per quanto io non conosca affatto la lingua. Ti vi di parlarmi di questi brani?

“No Me Jodas” è una delle mie preferite, in inglese sarebbe “Don’t Fuck With Me”. Suona come un grande singolo d’introduzione, ha un tempo dimezzato molto pesante ma poi diventa tipo dance-punk veloce. Rappresenta bene l’album. Un sound molto profondo, pesante, grossissimo. Lì ci sono anche tre sax, un tenore, un baritono e un alto; ci sono dei Moog all’inizio. Nel beat dance c’è sia il nostro batterista Joey Doubek, sia elementi elettronici che rinforzano.
“Sirena” è il testo più ispirato dalla nonna di Victoria: lei sta cantando di come immagina sua nonna sotto forma di sirena. L’ispirazione arriva anche da canzoni che sua nonna le faceva sentire, come “La Gema”. Ha un ritornello molto noise rock, con chitarre e sassofoni che si mischiano a questo basso imponente.
“Viva La Rosa”, che ho scritto per intero io, sintetizza bene il tema generale del disco: ricordare i morti e continuare a lottare in questo mondo orribile. “Long live the rose”, la rosa è un simbolo socialista. Assistiamo ogni giorno a orrori indicibili, la Palestina, il Libano, vogliamo puntare l’attenzione su queste cose, ma al tempo stesso sperare in un futuro migliore, in un progetto politico migliore.

A proposito di politica, in “Cost of Living” c’era un brano chiamato “A Wall”. So che avete già detto che non fosse specificamente a proposito di Trump; tuttavia, non posso non finire su questo argomento. Sono passati quasi 10 anni e ci ritroviamo nel secondo mandato di Trump.

Non specificamente, però parlava anche di Trump. È bizzarro, è quasi un déjà-vu ritrovarci qui, con un altro disco dei Downtown Boys e di nuovo Trump alla Casa Bianca. Alcuni brani sono stati scritti quando c’era ancora Biden al potere. Nel video di “You’re a Ghost” ci sono alcune delle violenze perpetrate dall’ICE, la canzone però risale a prima che diventasse un caso mediatico, non tratta i fatti in modo così diretto. L’abbiamo registrata durante il boom, gli omicidi, le proteste in città come Minneapolis… Con il video credo che siamo stati molto più espliciti, ci siamo noi che urliamo “You’re a Ghost” come una sorta di risposta, come se fosse una canzone anti-ICE. In “Public Luxury” ci sono altre cose del genere, come “Yellow Sun”, dove il testo è in parte mio e in parte preso da un poema, “Beirut 1982” di Etel Adnan. La canzone è nata un paio di anni fa, quando Israele già attaccava il Libano, e ora che stiamo per pubblicarla forse si raggiungerà un cessate il fuoco, lo spero tanto. È insopportabile sapere che il tuo Presidente supporta tutto ciò. Sono tempo orribili…

…per essere vivi.

Esatto! Per essere vivi e per vivere in questo Paese. C’è tantissima complicità da parte del nostro Governo ed è importante combatterla in ogni modo possibile. Devo dire, purtroppo, che gli orrori a cui assistiamo oggi sono di gran lunga peggiori di quanto immaginavamo due anni fa, quando scrivevamo i pezzi.

Sono giorni che qui in Italia si parla molto di Trump e di questioni internazionali, ma non voglio rubarti troppo tempo: ti dirò solo che sono d’accordo con te. Per concludere su note positive, i Downtown Boys hanno piani per un tour europeo? Tornerete in Italia?

Gireremo un po’ a casa nostra, all’inizio. Per tutto il resto, annunceremo presto grandi cose. Prestate attenzione ai nostri canali, per ora non posso dire altro. L’Italia è forse il posto che amiamo di più, credo che nel 2023 abbiamo fatto concerti solo lì all’estero.

Allora attenderemo l’annuncio! Grazie mille per la chiacchierata, vuoi concluderla con qualche messaggio particolare?

Qualunque cosa tu voglia scrivere, andrà bene.

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