Come ogni ricorrenza che si rispetti, anche quest’anno torna la Pasqua e mentre orde di bambini si preparano per la tradizionale caccia alle uova nascoste dal dolce Bianconiglio, quelli un po’ più grandi potrebbero concedersi una pausa dalla maratona di cioccolato e dedicarsi alla ricerca di un altro tipo di easter egg.

Nel corso degli anni, artisti più o meno eccentrici si sono divertiti a disseminare indizi e sorprese nelle loro opere — messaggi da ascoltare al contrario, tracce fantasma ai margini dei dischi, immagini quasi invisibili nelle copertine.

Niente complotti o scenari alla Black Mirror: solo un gioco sottile tra chi crea e chi ascolta, un modo per strizzare l’occhio a chi ha voglia di giocare, andando un po’ oltre la superficie. Dai Beatles ai Nirvana, dai Led Zeppelin ai Judas Priest, tutti lasciano un messaggio, consapevolmente o no.

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The Beatles

Al primo posto non possono che esserci i Beatles, veri veterani del backmasking. Ovviamente tutti conosciamo la leggenda metropolitana che ha dato inizio a tutto. Paul McCartney è morto in un incidente stradale, è stato sostituito da un sosia e i Fab Four disseminano la propria discografia di indizi in merito: in “Revolution #9” c’è chi giura di sentire voci implorare “Get me out!”, evocando scene da incubo, insieme a sussurri che ripetono “Paul is dead”. Ascoltando il disco tra “I’m So Tired” e “Blackbird”, i borbottii di John prendono forma in “Paul is a dead man. Miss him.” e dopo la morte di Lennon, la band pubblicò “Free as a Bird”, inserendo in coda un altro enigmatico messaggio: “Hear that noise again. Guess who’s dead”. Il tutto sempre accompagnato da copertine dense di simboli, allusioni e immagini apparentemente innocue, ma pronte ad accendere l’immaginazione complottista. Non solo morte e necrofilia, i quattro di Liverpool hanno anche giocato sulla presunta rivalità, tanto millantata da giornali e media del tempo, con i Rolling Stones. Sulla copertina di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” compare una bambola di Shirley Temple che indossa una maglietta “Welcome The Rolling Stones“. Qualche mese dopo i Rolling Stones pubblicano “Their Satanic Majesties Request e ad uno sguardo attento della copertina, si possono scorgere tra i fiori i visi dei quattro Beatles. Un omaggio? Una forma di rispetto reciproco? Un gioco ben studiato?

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The Rolling Stones – Their Satanic Majesties Request

Se invece amate le atmosfere alla Lovecraft o serie come Supernatural, resterete affascinati dalle presunte tracce “oscure” in “Stairway to Heaven” dei Led Zeppelin, nel quale l’associazione americana Parents Music Resource Center, dopo ripetuti ascolti al contrario, si vantò di aver individuato frasi come “I’ve got to live for Satan”. Non contento, il gruppo istituito allo scopo di valutare i contenuti morali ed educativi della musica, riesce a stanare altri satanisti subliminali, come gli Eagles, per esempio, che apparentemente reclutano adepti per la religione del male con “Hotel California” – se riavvolgiamo il nastro parrebbe sentirsi evidente “Yes, Satan. He had me believe in him.”

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Eagles

Il lato più controverso della questione emerge con i Judas Priest, finiti in tribunale per il brano “Better By You Better Than Me”. Due ragazzi tentarono il suicidio – uno riuscì nel suo intento, l’altro no – e il sopravvissuto diede la colpa delle proprie azioni proprio alla canzone, sostenendo di essersi sentito come ipnotizzato dalle parole finali del brano – “Do it!” – senza considerare poi la copertina dell’album, sulla quale è rappresentata una pallottola che si conficca nella testa di un uomo. Storia del tutto analoga a “Suicide Solution” dei Black Sabbath.

Persino gli Electric Light Orchestra finirono sotto accusa per “Eldorado” nel ’74, colpevoli di offendere Gesù. Di tutta risposta la band buttò ironicamente in un loro successivo brano un verso che suonato al contrario recitava “The music is reversible but time is not. Turn back. Turn back. Turn back”

I crime-dipendenti invece, sapranno che in “The Spaghetti Incident” dei Guns’n’Roses c’è una ghost track che ha suscitato non poche polemiche. Perché? Beh, si tratta una canzone scritta da Charles Manson.

Sempre in tema di delinquenza, in “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana, qualcuno ha voluto interpretare la frase “Load up on guns, bring your friends” come un riferimento al rapinatore di banche degli anni ’30, John Dillinger, uno dei più famosi criminali negli Stati Uniti, che è stato associato quasi automaticamente all’immaginario evocato dal brano. I Queen con “Another One Bites The Dust” sono i veri fuorilegge che incitavano al consumo di marijuana: suonata al contrario la traccia reciterebbe “It’s fun to smoke marijuana”.

I solchi di ciascun disco nascondono affascinanti segreti: frammenti di senso, scherzi, provocazioni. Non sempre portano a una verità, ma invitano ad andare oltre la superficie. E così, tra nastri riavvolti e percezione selettiva, la musica continuerà a custodire piccoli easter egg.

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