Come ogni amante della musica live sa benissimo, l’estate è sinonimo di festival open air, ovvero quelle occasioni in cui, con un solo biglietto, è possibile assistere all’esibizione di un numero impressionante di band. Se in Italia si fa ancora fatica a realizzare kermesse di questa portata, non appena varcate le Alpi c’è un evento che sembra aver catalizzato su di sé l’attenzione di tutta Europa: Hellfest.

L’appuntamento di Clisson, giunto alla sua 19esima edizione (escludendo quelle annullate a causa della pandemia), ha sempre cercato di coniugare quantità e qualità, con lo scopo di accontentare ogni tipo di palato con almeno uno dei suoi sei palchi quotidiani.

L’edizione 2026, nonostante qualche cancellazione tanto eccellente quanto improvvisa, è riuscito ancora una volta a centrare l’obiettivo, offrendo show di immensa caratura e lasciandoci con la promessa di un 2027 ancora più grande, di cui vi parleremo a fine articolo.

Come di consueto, ci siamo recati in terra francese e, nelle righe che seguono, troverete le nostre impressioni di questi quattro giorni torridi ed indimenticabili.

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Day 1

Dopo la consueta festa di apertura, il 18 giugno si aprono ufficialmente le danze. I due Main Stage sono divisi tra la “tradizione” rock/hard rock e la “modernità” del metalcore e dell’alternative, mentre i palchi “minori” danno spazio a nomi tutt’altro che secondari. Come sempre, siamo chiamati a scelte difficili sapendo che, purtroppo, l’ubiquità è un desiderio irrealizzabile.

Iniziamo la nostra giornata con Mikkey Dee With Friends, in cui l’iconico batterista fa rivivere alcuni dei classici immortali dei Motörhead con lo scopo di scatenare il pubblico. I The Plot In You propongono il loro metalcore melodico e malinconico, i Pretty Reckless sono forse la prima band della giornata a fare la “voce grossa”, trascinati dal carisma e dalla presenza scenica della loro frontwoman Taylor Momsen.

Se la voce di Ben Burley dei Breaking Benjamin ci fa fare un salto nel passato di quasi 20 anni, alle 20 in punto è il turno dei Deep Purple. Siamo consapevoli che band di questo genere vadano ringraziate per il solo fatto di essere ancora in tour nonostante un’età non esattamente verde; tuttavia, in questo caso qualche scricchiolio di troppo inizia a farsi sentire, soprattutto per quanto riguarda Ian Gillan, che non riesce sempre a tenere il passo delle grandi hit del gruppo. La qualità complessiva del combo inglese non è in discussione: Paice, Glover, McBride e, soprattutto, Don Airey riescono a confezionare delle performance maiuscole, ma come sempre lo scorrere del tempo è tanto inarrestabile, quanto ineluttabile.

Una band che sembra star vivendo una seconda giovinezza sono i Papa Roach che, forse anche grazie al loro coinvolgimento nella colonna sonora delle serie Netflix “Devil May Cry”, sono riusciti nell’impresa di scatenare un pubblico che sembrava non aspettare altro. Jacoby Shaddix non risparmia neanche una goccia di energia, facendoci rivivere i fasti del Nu Metal tanto con i capisaldi del gruppo quanto con un medley di brani del calibro di “Blind / My Own Summer / Break Stuff / Chop Suey”, riportandoci ai tempi di MTV dei primi anni 2000.

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Alice Cooper

Non è ancora ora per gli headliner di salire sul palco, ma non devono averlo detto ad Alice Cooper che, come di consueto, sfodera una performance inappuntabile che, in appena un’ora, riesce ad abbracciare tutti i grandi classici dell’artista ed un’inaspettata cover di “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana. Non è dato sapere come faccia Vincent Furnier ad aver scoperto la formula dell’eterna giovinezza ma, dal nostro punto di vista, non possiamo che sperare che questo stato di forma smagliante duri ancora a lungo.

Sono le 23.45 e gli ospiti più attesi della giornata entrano in gioco. L’hype attorno allo show dei Bring Me The Horizon era altissima, e lo stesso allestimento del palco lascia intendere che, in quanto a produzione, non si sia badato a spese. La schermata di un videogame apre il concerto più atteso di questa prima giornata di festival, creando un’atmosfera a metà strada tra reale ed digitale, introducendo Oli Sykes e soci tra i boati di un pubblico che sembra essere lì solo per loro. Eppure, sin da subito qualcosa sembra non funzionare fino in fondo. Per intenderci, il gruppo di Sheffield è una macchina oramai collaudatissima, con un frontman magnetico come pochi ed una scenografia suggestiva che, come detto prima, non ha lesinato un euro; tuttavia, le sequenze videoludiche animate hanno occupato troppo tempo tra un brano e l’altro, andando a rallentare il ritmo del concerto che, di fatto, non è mai veramente riuscito a decollare del tutto, complice anche una scaletta che avrebbe beneficiato di qualche hit in più. Il pubblico, quasi superfluo sottolinearlo, ha gradito ogni singolo istante dello show, ma l’impressione di chi vi scrive è stata quella di trovarsi di fronte alla classica montagna che partorisce un topolino.

Al folk/power piratesco degli Alestorm tocca chiudere questa prima giornata, riuscendo a spremerci quell’ultima goccia di energia che avevamo in corpo con la forza di una formula tanto caciarona quanto vincente.

Day 2

Se il primo giorno di Hellfest ha “rotto il ghiaccio”, il secondo inizia a farlo… sciogliere! Come solo un affezionato del festival sa, Clisson è una terra strana: capace di toccare temperature torride di giorno e quasi gelide di notte. Tuttavia, questa seconda giornata è una di quelle a cui un appassionato di heavy metal proprio non poteva mancare, fosse anche solo per assistere allo show degli Iron Maiden.

Dopo esserci concessi un po’ di refrigerio, le note progressive dei Tesseract inaugurano questa seconda giornata. Neanche il tempo di rifiatare che è già il turno dei Queensryche di calcare le assi del Mainstage 01; nonostante gli appena 45 minuti a disposizione siano nulla a fronte di una carriera ampia e complessa come la loro, la band di Seattle mette in piedi un set maiuscolo, snocciolando diversi brani di quel capolavoro intramontabile che risponde al nome di Operation: Mindcrime. Con le loro sonorità hindi, i Bloodywood ci portano in terre lontane e, con la forza del loro groove trascinante, riescono a movimentare un pubblico già numeroso nei primi moshpit di giornata, sfidando un caldo che non concederà pietà.

Spegnere 50 candeline è un traguardo importante, soprattutto se la tua band risponde al nome di Accept. Il tempo a disposizione nelle ore pomeridiane non è mai molto, eppure il gruppo di Hoffmann e Tornillo riesce a confezionare una prestazione impressionante, festeggiando al meglio i cinquant’anni di carriera con la forza di brani intramontabili e di un pubblico pronto a sostenerli per tanti altri anni ancora.

Se, da una parte, si festeggiano i 50 anni di carriera con la promessa di altri nuovi successi, dall’altra si celebrano i 40 anni di attività di una band che, invece, è al suo tour di addio. Stiamo parlando dei Sepultura, che salutano i loro fan francesi con una scaletta ridotta ma non per questo meno incisiva.

Dopo gli Accept, gli Helloween ci ricordano quanto la Germania sia stata fondamentale per lo sviluppo del metal europeo (e non solo). La formula a tre cantanti (Deris, Kiske e Hansen) è oramai perfettamente oliata e consente alla band di poter spaziare in un repertorio vasto e ricco di classici, capaci di mandare in visibilio il pubblico ancora oggi.

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(C)ALESSANDRO BOSIO

Il set degli Opeth scorre via in fretta e, in men che non si dica, è giunto il momento degli Iron Maiden. La consueta “Doctor Doctor” ci introduce al main act, che si apre con una sequenza filmata sulle note di “The Ides of March”, con cui Steve Harris e soci salgono sul palco, inaugurando il loro show con quattro brani direttamente provenienti dall’era di Paul Di’Anno: “Murders in the Rue Morgue”, “Wratchild”, “Killers” e “Phantom of the Opera”. Se non era praticamente possibile immaginare un poker d’assi del genere in apertura, il prosieguo dello show sposta l’asticella sempre più in alto, omaggiando quasi tutti gli album della band inglese fino a “Fear of the Dark”, eseguendo anche brani meno consueti come “Infinite Dreams”, “Rime of the Ancient Mariner” e “Seventh Son of a Seventh Son”, chiudendo con l’immensa “Wasted Years”. Ancora una volta, i Maiden sono sinonimo di qualità, non deludendo le aspettative e rendendo la vita difficile a chiunque abbia l’ingrato compito di esibirsi dopo di loro.

Se lo show dei Sabaton è sempre molto scenico e coinvolgente, una menzione a parte va fatta agli Ultra Vomit. Se da noi sono poco noti al grande pubblico, in Francia rappresentano un’istituzione del metal parodistico, contraddistinti da uno stile demenziale, ma solo all’apparenza; in ogni singolo brano, la band francese fa il verso a qualche pietra miliare metallica: se “Evier Metal” è un pezzo power che non sfigurerebbe in un album degli Helloween, “Quand j’etais Petite” è una versione divertente di Ace of Spades dei Motorhead; se “Takoyaki” sembra scritta dalle Babymetal, se “Kammthaar” è di chiara ispirazione rammsteiniana, “Tikawahukwa” ha la struttura di “Chaos A.D.” dei Sepultura, affrontando un argomento caro tanto ai Brasiliani quanto agli Italiani… il caffè! Nei 70 minuti a disposizione, il gruppo di Nantes riesce a conquistare tutti i presenti, grazie alla forza dell’ironia e ad un tasso tecnico forse non appariscente ma elevatissimo.

Day 3

Il terzo giorno di festival è un po’ più clemente da un punto di vista climatico, ma decisamente meno da quello dei nomi in cartellone. Se qualche nuvola riesce ad attenuare il potere ustionante del sole, facendo abbassare la temperatura quel tanto che basta per non svenire, questa giornata è stata funestata da due grosse cancellazioni: quella di Tom Morello, per motivi familiari, e quella dei Cavalera, coinvolti in un incidente stradale. Quanto ora detto ha causato degli slittamenti di orario e spostamenti di gruppi che, mai come questa volta, sono stati chiamati a svolgere del lavoro extra.

I set di House of Protection e Sidilarsen sono accomunati da componenti alternative ed elettroniche, capaci di scatenare il pubblico più giovane, mentre i Gatecreeper ci riportano in territori più death/thrash con le loro chitarre distorte.

Quando si parla di “lavoro straordinario”, è praticamente impossibile non pensare ai Crisix. Già tre anni fa la band spagnola fu chiamata a calcare le assi del Mainstage, a causa dell’improvvisa defezione degli Incubus; ebbene, anche in questo caso, un forfeit dell’ultimo minuto allarga non poco la scaletta del gruppo, che ringrazia dell’occasione e da vita ad un set ad alto tasso di bpm.

Con gli Anthrax ci spostiamo sempre più nel territorio thrash della Bay Area e, come sempre, la vecchia scuola non delude. Come spesso accade in casi simili, dal nuovo album “Cursum Perficio” è estratto appena un brano, con tutto il resto della scaletta dedicato a quei classici capaci di esaltare tanto i metallari più old school, quanto quelli di generazioni più giovani.

Gli A Perfect Circle, con il loro stile progressive/alternative ipnotico, sono forse la proposta più singolare e “fuori tema” di questa terza giornata di festival. Spieghiamoci bene: la band di Maynard Keenan ha un sound perfettamente riconoscibile ed una qualità assoluta; tuttavia, in una giornata contrassegnata da band energiche e dinamiche, la staticità degli statunitensi stona non poco.

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(C)ALESSANDRO BOSIO

Sempre a proposito di thrash metal, c’è qualcuno che riesce ad immaginare un mondo senza i Megadeth? Se la risposta, come plausibile, è negativa, non c’è scusa che tenga: la presenza al Mainstage 02 è obbligatoria. Niente scenografie, niente intro cinematografiche, niente di niente: lo stile dei ‘Deth è sempre stato essenziale e concentrato solo sulla musica; proprio sulla base di quanto ora detto, Dave Mustaine si limita ad entrare in scena come un “comune mortale” e da il via ad uno show incendiario. Anche in questo caso, l’età non è più giovane e la forma fisica di MegaDave non più quella dei tempi d’oro, soprattutto vocalmente; eppure bastano le note di “Hangar 18”, “Sweating Bullets”, “Tornado of Souls”, “Mechanix” o la più recente “Let There Be Shred” per venire trascinati in quel vortice che solo i Megadeth sono capaci di scatenare. Non manca il momento malinconico di “A Tout le Monde”, quasi il commiato già scritto del gruppo, che suggella il suo show con le immancabili “Peace Sells” e “Holy Wars… The Punishment Due”, spostando ancora un po’ più in là la commozione per l’imminente addio alle scene.

Arriva il turno dei Limp Bizkit e, purtroppo, dobbiamo constatare uno dei primi flop di questo Hellfest 2026. La band si è sempre contraddistinta con performance energiche e provocatorie: chi era presente all’edizione 2018 del festival ricorderà di sicuro uno show di livello. Ebbene stavolta, nonostante una sezione ritmica sempre sugli scudi, Fred Durst è stato decisamente sottotono, quasi svogliato, privando di mordente anche brani come “Nookie”, “Break Stuff”, “My Generation” e via discorrendo. Aggiungete a quanto ora detto delle pause decisamente eccessive tra un brano e un altro, nonché la cover di “Behind Blue Eyes” cantata in maniera tutt’altro che irreprensibile ed avrete un’idea della prima, vera nota stonata di questo festival.

Fortunatamente ci sono i Behemoth che, con uno show di rara potenza, riescono a risollevare la serata. Sulle note di “The Shadow Elite”, la band di Nergal fa il suo ingresso in scena, trascinando un pubblico che, nonostante l’ora tarda, non ne vuole ancora sapere di andare a dormire. “Ora Pro Nobis Lucifer”, “Ecclesia Catholica Diabolica”, “O Father O Satan O Sun!”: ogni brano in scaletta è un colpo blasfemo perfettamente assestato che, all’01:50 in punto, fa calare il sipario sulla penultima giornata dell’Hellfest.

Day 4

Se è vero che gli ultimi momenti di un festival sono sempre i più difficili da accettare, anche questo quarto giorno di Hellfest non fa eccezione, soprattutto da un punto di vista climatico. I più di 40 gradi previsti per domenica 21 giugno 2026 hanno fatto scattare una vera e propria allerta, aumentando le misure di sicurezza e riducendo drasticamente la vendita di alcolici in tutta l’area del festival. Tuttavia, neanche la canicola è riuscita a fermare la musica.

Dopo aver trovato coraggio per affrontare una calura con pochi precedenti, veniamo accolti dalle sonorità distorte dei Fulci, band italiana che, con il suo death metal estremo, onora la memoria e l’eredità artistica di Lucio Fulci. Subito dopo è il turno degli Scour, il progetto black metal di Phil Anselmo che, nonostante una proposta musicale interessante, è gravato da diverse imprecisioni tecniche, sia dal punto di vista ritmico che vocale, con l’iconico cantante che, in un’occasione, ha addirittura fermato l’esecuzione del brano perché non ricordava quale pezzo si dovesse eseguire.

Dopo il metalcore dei Black Veil Brides, è il turno dei Pennywise di calcare le assi del Mainstage 01, portando in dote il loro energico punk rock, rappresentando una delle performance più convincenti di questa giornata conclusiva. Se l’alternative dei Three Days Grace scorre via tranquillo, con il metalcore degli Architects si registra un impatto decisamente maggiore sul pubblico.

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(C)ALESSANDRO BOSIO

Sempre rimanendo in territori punk rock è da segnalare la convincente performance dei The Hives, che riescono a coinvolgere i presenti con un sound ed una presenza scenica notevoli. Ci spostiamo nella Warzone e ci imbattiamo in una delle performance più solide di questa edizione 2026: quella dei The Adicts. La band di Ipswich, con il suo punk rock dalle forti venature rockabilly e Oi!, mette in campo tutta la maturità e la consapevolezza di una carriera di quasi 50 anni, insieme a quell’energia tipica di chi è profondamente innamorato di ciò che fa.

Tocca al fangoso sludge dei Down chiudere il nostro Hellfest che, pure stavolta, non delude le aspettative, anche al netto di qualche piccola sbavatura vocale del già menzionato Phil Anselmo.

Non appena gli Offspring esauriscono la loro scaletta, arriva il roboante annuncio dell’edizione 2027 del festival. Nessun gruppo o headliner viene svelato, ma l’appuntamento del ventesimo anniversario dell’open air francese sarà decisamente più grande: oltre ai canonici Mainstage 01 e 02, al Warzone, al Valley, all’Altar ed al Temple, si aggiungono Riot, Abyss, Forge e Crypt, per un totale di 10 palchi ed oltre 300 band in programma. Non sono stati condivisi altri dettagli, ma questo annuncio renderà Hellfest 2027 il più grande festival metal in Europa ed uno dei più grandi al mondo; a quanto ora annunciato seguirà un inevitabile restyling e riprogettazione dell’intera area festival e, quindi, dovremo tenerci pronti a tutta una serie di novità, forse non tutte piacevoli ma che di sicuro porteranno la kermesse francese ad un nuovo livello, un livello che ancora non riusciamo ad immaginare e che speriamo di potervi raccontare il prossimo anno.

L’appuntamento è fissato per i prossimi 17, 18, 19 e 20 Giugno 2027 e, mai come questa volta, chi vivrà, vedrà.

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La statua di Ozzy Osbourne

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