Da quell’eloquente manifesto anti-tutto di “Full Communism” qualcosa è cambiato e, come potrete immaginare, non è l’indole sovversiva, né l’odio incendiario verso tutto ciò che vira a destra, che onora il capitalismo, che fomenta il razzismo come ragione di vita di certi elementi con una visione microencefalica del mondo e dell’umanità.
I Downtown Boys sono cresciuti musicalmente rimanendo integri: “Cost of Living” smussava di parecchio le asperità, il grezzume irascibile e il lato garage-punk sporco e imperfetto del debut, e su questa via prosegue “Public Luxury”, il lavoro forse meno attaccato al genere di riferimento e più particolareggiato della band di Providence.
Partorito in tempi dilatati – quasi dieci anni dall’ultimo full legth: in mezzo una sorta di crisi, il coronavirus, l’America che cambia ma che ricasca perennemente in errori recidivi, vedi l’insensata rielezione del tycoon –, “Public Luxury” mantiene la dualità linguistica, ma rosicchia ancora la quota combat-punk e la vena “riot” delle chitarre a motosega impazzita, ancora accesa per gli arrembaggi garage di “Public Works” , “The City Begins” e dell’opener “No Me Jodas”; per l’anthemica “Viva La Rosa” o per il groove dai zampilli storti di “Sirena” c’è un lavoro di raffinazione per le sei corde in produzione, e si sente tutto.
Un sacrificio parziale in funzione di un’esplorazione che maneggia i synth e la solarità di certe melodie: ci sono wave e jangle pop (“Yellow Sun”) a ricordare gli High Vis di “Guided Tour”, c’è electro-punk dai deliri synth-noise (“You’re a Ghost”), c’è quasi dell’electro-soul in chiusura… roba quasi folle se si pensa che l’utero che li ha sfornati è quello della stessa band che sfanculava i “Tall Boys” ficcando il sax su una staffetta infuocata à la Dead Kennedys – a poposito di Jello Biafra e soci: il basso in entrata di “Sirena” pare un tributo indiretto all’iconica bassline di “Holiday in Cambodia”.
Non mancano i momenti meh: il treno monotòno di “Enemy Without”, le svolte quasi brit-rock di “Albuterol”, il blend di synth e arrembante musica messicana di “Mi Concha” svirgolano un po’ l’ascolto, ma non lo affossano. “Public Luxury” è il lavoro meno in your face dei Downtown Boys, senza dubbio, ma è anche il più elaborato e “raffinato”, prendendo il termine con le pinze: nonostante l’abito non sia più un gilet sdrucito con le toppe cucite alla bell’e meglio, Victoria Ruiz ci vomita ancora addosso la merda del mondo, solo con qualche lustrino in più.
Tracklist
01. No Me Jodas
02. The City Begins
03. Sirena
04. Yellow Sun
05. Viva La Rosa
06. Enemy Without
07. You’re a Ghost
08. Albuterol
09. Mi Concha
10. Public Works
11. Public Luxury



















