Dopo ben diciassette anni di assenza dalle scene discografiche, i Ghinzu, una delle realtà rock più iconiche e internazionalmente riconosciute del Belgio, segnano il loro ritorno con il nuovo album “W.O.W.A.” (When Other Worlds Await). Non si è trattato di un’attesa passiva: durante questo lungo “periodo di distillazione” la band ha lavorato intensamente, accumulando quasi 90 bozze e idee prima di selezionare le tracce definitive che oggi compongono il disco.
Registrato tra il Belgio, New York e gli storici studi Hillside Manor di Los Angeles con il produttore Dave Sardy, “W.O.W.A.” rappresenta una maturità artistica che non rinuncia alla potenza viscerale delle origini. Il suono del gruppo continua a nutrirsi di influenze eterogenee, che spaziano dall’energia grunge di Nirvana e The Melvins alla grandiosità dei Queen, fino a trarre ispirazione dalle arti visive di maestri come Francis Bacon e Gerhard Richter.

Abbiamo fatto alcune domande al chitarrista Jean Montevideo, che ci ha guidati attraverso la genesi di un album che rifiuta la nostalgia e la logica degli algoritmi, per abbracciare un’urgenza espressiva autentica e “fuori controllo”, capace di parlare a diverse generazioni attraverso storie universali di dipendenza, amore e rinascita. In questa intervista, abbiamo esplorato in che modo il silenzio di quasi due decenni si sia trasformato in un “capolavoro di tensione e pulsioni grezze”.
Iniziamo parlando del vostro nuovo album. “W.O.W.A.” arriva dopo 17 anni, ma non si propone come un disco costruito per celebrare il passato. Avete dovuto lasciarvi alle spalle parte dei Ghinzu di “Mirror Mirror“ per realizzarlo?
Assolutamente sì. Guardare indietro non è mai stato il nostro modo di andare avanti. Naturalmente “Mirror Mirror” fa parte di ciò che siamo, ma non volevamo ricreare un momento appartenente a un’altra epoca. In quei diciassette anni abbiamo continuato a scrivere, distruggere, ricostruire, sperimentare. Probabilmente abbiamo accumulato quasi novanta idee prima che questo album prendesse forma. “W.O.W.A.” è il risultato di quel percorso, non un ritorno nostalgico. L’esperienza ti insegna a metterti continuamente in discussione e, come musicisti, ci annoiamo molto in fretta se ci ripetiamo.
Il titolo completo è “When Other Worlds Await“. È un invito a cercare altri mondi o il bisogno di fuggire da quello in cui viviamo?
Non parla davvero di fuga dalla realtà. Piuttosto, ci ricorda che esistono sempre altre possibilità ad aspettarci. Il titolo riflette la sensazione che la vita non sia mai qualcosa di immutabile, che possiamo reinventarci, cambiare direzione e restare aperti a prospettive diverse. L’album è pieno di mondi differenti, sia musicalmente che emotivamente, perché è così che viviamo la vita stessa.
La figura dell’outsider, che compare nella title track, è legata al desiderio, all’istinto e alla ricerca di una voce personale. Dopo così tanto tempo dall’ultimo album, vi siete sentiti anche voi degli outsider rispetto all’industria musicale?
Per molti aspetti sì. L’industria musicale è cambiata radicalmente durante la nostra assenza, ma noi abbiamo sempre preferito l’indipendenza al seguire le mode. Non abbiamo mai fatto musica per soddisfare gli algoritmi o le strategie di marketing. Se oggi questo significa essere degli outsider, ci sentiamo perfettamente a nostro agio in questo ruolo. Abbiamo sempre creduto che l’autenticità conti più dell’adattarsi al sistema del momento.
Avete accumulato quasi 90 idee prima di arrivare al disco. Qual era la caratteristica che permetteva a una canzone di essere scelta? Le tracce più brevi presenti quasi come degli interludi, erano parte di questo processo o sono state aggiunte dopo?
L’unico vero criterio era l’emozione. Cercavamo la pelle d’oca, quella reazione fisica che non si può fingere. Se un brano non ci trasmetteva più quella sensazione, veniva scartato, indipendentemente dal tempo e dal lavoro investiti. I momenti strumentali più brevi non sono stati aggiunti come riempitivi: erano essenziali per il flusso dell’album. Continuiamo a pensare in termini di long play, dove ogni transizione ha uno scopo narrativo.
Le registrazioni hanno attraversato Belgio, New York, luoghi più isolati immersi tra mare e campagna per poi terminare a Los Angeles. Quanto è rimasto dei luoghi dentro il disco? C’è una canzone che non avrebbe potuto nascere altrove?
I luoghi influenzano sicuramente la musica, perché influenzano le persone che la creano. A volte cambiare completamente ambiente modifica anche l’energia di una canzone. Ma più che i luoghi geografici ricordiamo i paesaggi emotivi. Alcuni brani sono nati nel totale isolamento, altri nel cuore delle città. L’album è diventato quasi nomade, raccogliendo atmosfere diverse nel corso di molti anni, e questo fa parte della sua identità.
“Out of Control”, singolo che ha anticipato l’uscita dell’album, parte come una canzone fisica e immediata, ma si percepisce anche il desiderio di sparire, oltrepassare i confini e azzerare la mente. Questa perdita di controllo, nel brano, è libertà o autodistruzione?
Probabilmente entrambe le cose. Perdere il controllo può fare paura, ma può anche essere liberatorio. Viviamo in un mondo saturo di informazioni, opinioni e stimoli continui. A volte l’unico modo per ritrovare sé stessi è lasciare andare tutto quel rumore. La canzone esplora questa tensione senza pretendere di offrire una risposta semplice.
L’album si chiude con “Breathless words“, dove le parole sembrano perdere la capacità di spiegare ciò che accade tra due persone. Perché avete scelto di concludere un album così ricco di immagini e significati proprio riconoscendo il limite del linguaggio?
Perché alcune emozioni esistono semplicemente al di là del linguaggio. La musica spesso nasce prima delle parole e, a volte, le parole finiscono persino per ridurre ciò che la musica sta già esprimendo. Concludere l’album in questo modo ci è sembrato sincero. Dopo aver attraversato così tanti mondi, il silenzio e il respiro diventano più significativi di qualsiasi altra spiegazione.
Tra le influenze citate compaiono nomi della musica del calibro dei Queen, i Nirvana e i Melvins, ma anche grandi esponenti di altre forme d’arte come Gerhard Richter e Francis Bacon. Che tipo di stimolo creativo può offrire un pittore a una band, rispetto a quello che può arrivare da un altro musicista?
I pittori ti insegnano il valore della materia, della composizione e dello spazio emotivo, più che quello dell’armonia o del ritmo. Anche il cinema è stato incredibilmente importante per noi. Siamo affascinati dai registi che costruiscono mondi attraverso l’atmosfera. A volte discutiamo di una canzone in termini visivi prima ancora di parlare di accordi. La musica diventa quasi cinematografica, e questo dialogo tra forme d’arte diverse mantiene vivo il processo creativo.
Dave Sardy è stato descritto quasi come un membro aggiuntivo dei Ghinzu. Qual è stato il suo contributo più significativo durante l’ultima fase a Los Angeles?
Dave ci ha dato prospettiva. Dopo aver vissuto con queste canzoni per così tanti anni, avevamo bisogno di qualcuno capace di riconoscere ciò che era essenziale e ciò che non lo era. Non ha mai cercato di cambiare l’identità della band. Al contrario, ci ha aiutati a concentrare l’energia che era già presente e a portare il disco verso la sua forma definitiva.
Ho trovato molto interessante l’aneddoto per cui un concerto suonato a una festa privata vi ha fatto capire che era il momento di rimettersi in gioco e tornare a ricevere energia dal pubblico. In particolare, che cosa vi ha restituito, rispetto agli anni di lavoro in studio?
Ci ha ricordato che le canzoni diventano davvero complete solo quando vengono condivise. Dopo tanti anni passati in studio si può perdere la prospettiva. Suonare dal vivo riporta immediatamente spontaneità, rischio e connessione umana. Ci ha anche fatto capire che le persone non aspettavano soltanto le vecchie canzoni: erano pronte a scoprire insieme a noi anche quelle nuove.
Avete presentato questo disco come un lavoro nato dall’esperienza, ma aperto a un dialogo intergenerazionale. Dopo essere passati dall’epoca di MySpace a quella di TikTok, quasi saltando le fasi intermedie, come riuscite a raccontare qualcosa di nuovo alle generazioni di oggi senza adeguarvi alle logiche dei social, delle strategie e degli algoritmi?
Non pensiamo troppo alle generazioni. Ogni generazione è alla ricerca di sincerità, anche se cambiano le piattaforme. I social media possono essere utili, ma possono anche diventare invasivi e influenzare il modo in cui le persone si relazionano tra loro. Preferiamo dedicare il nostro tempo a realizzare un album che sentiamo davvero necessario, piuttosto che adattare la nostra creatività agli algoritmi. Se gli ascoltatori più giovani riescono a entrare in sintonia con questa sincerità, allora è il risultato migliore che potessimo sperare.





